Interviste

L’Unione europea? I ragazzi corrono a sentire cos’è e come funziona?

Un successo, secondo il direttore, le iniziative degli Archivi Storici della Ue rivolte agli studenti

Fatta l’Italia si trattava di fare gli italiani e allo stesso modo si potrebbe dire oggi che fatta l’Europa si devono fare gli europei. Sulla realizzazione nel comune sentire della cittadinanza europea non vi è probabilmente quel consenso che trovò invece la sua formulazione nella celebre battuta di Massimo D’Azeglio nell’Ottocento, ma ove le èlite europee volessero cimentarsi nel compito uno strumento non manca, anzi è già operativo e riscuote pure interesse tra le persone: si tratta degli Archivi Storici dell’Unione europea, con sede a Firenze, diretti da Dieter Schlenker che ne parla in questa intervista.

In un momento in cui l’Unione europea è seriamente in dubbio e oggetto di frequenti contestazioni, quale contributo può dare al dibattito sulla stessa Ue un ‘deposito di memoria’ quale è quello degli Archivi Storici dell’Unione?
«Quest’anno ricorrono i 60 anni dei Trattati di Roma (istitutivi della Cee, ndr) e noi abbiamo realizzato per la prima volta in assoluto il progetto di una mostra itinerante per spiegare in giro per il mondo il concetto e l’impatto, in termini di pace e benessere, che l’integrazione europea ha avuto dai suoi inizi nel dopoguerra. Questo progetto si basa su documenti e immagini conservati negli Archivi Storici ed è stato realizzato in collaborazione con diverse istituzioni, tra i quali il Ministero degli Esteri italiano. Consiste in una serie di pannelli, con traduzioni in 30 lingue, che girano per oltre 100 location in Europa, anche nel Regno Unito e in Irlanda, e consiste ancora, in parallelo, in una mostra online. La mostra è partita a marzo dalla Farnesina ed è rivolta non solo ad un pubblico accademico, quale quello che viene qui agli Archivi per studiare le carte, ma anche a un pubblico generalista». 
Esiste, o forse meglio quanto esiste una coscienza europea, un interesse o un senso di radici comuni tra quanti vivono nell’Unione?
«Nel 2013, dopo il mio arrivo, noi abbiamo lanciato un programma per le scuole, aprendo ai giovani gli archivi, per loro un mondo sconosciuto e in apparenza non accattivante, perché la Ue è oggetto di discussione  in famiglia, a scuola e già a 12-14 anni i ragazzi ne sentono parlare. Poi c’è l’Erasmus ed i ragazzi capiscono quali sono i vantaggi di conoscere culture diverse e di arricchirsi. E’ stato un successo anche in parte inatteso: avevamo iniziato con le scuole primarie e medie, abbiamo esteso il progetto ai licei e ogni anno riceviamo fino a 30 classi per discutere secondo un approccio concreto, di temi di interesse, come Schengen e le frontiere interne ed esterne dell’Unione, i pro e i contro dei flussi migratori, le questioni dell’acqua e della tutela dell’ambiente o quella del genere. Cerchiamo di suscitare un dibattito, in una logica transnazionale, come riproducendo in piccolo il Parlamento europeo e per i 60 anni della Ue abbiamo lanciato un concorso rivolto ai licei, cui hanno aderito 18 classi di istituti fiorentini, chiedendo cosa dovrebbe cambiare nell’Unione e nei suoi trattati». 
Uno dei problemi della Ue è quello di essere sentita come distante e lontana, gli Archivi non hanno lo stesso problema, trovandosi a Firenze, di raggiungere gli europei in tutto il territorio in cui questi si trovano e vivono?
«Abbiamo aderito al programma Erasmus Plus che prevede workshop tra studenti e professori in Italia, Francia, Romania, Grecia e Spagna. Si tratta di un progetto pluriennale inedito che partendo dai documenti porta a discutere dei valori europei e dei modi per comunicarli così da renderli davvero transnazionali e comuni. Il primo workshop si è tenuto a Firenze, poi ne sono seguiti altri, in Francia a Biarritz e in Romania. Naturalmente, nel frattempo, siamo sempre aperti a visite in sede a Firenze, siamo aperti anche ai tour operator perché anche dall’estero molte scuole già vengono a Firenze per vedere la città». 
Ricevete incentivi o sostegni nella vostra attività da Bruxelles e dai 27 Stati Ue?
«Gli Archivi Storici sono finanziati da tutte le istituzioni europee, anche per la connessione tra gli Archivi e l’Istituto universitario europeo (pure a Firenze, ndr). Poi facciamo progetti bilaterali o multilaterali, ad esempio nel 2015 ne abbiamo fatto uno con la Spagna per i 30 anni dell’adesione di quel Paese all’Unione. Poi vengono ricercatori da vari Paesi della Ue, soprattutto in occasione di ricorrenze o per ricerche su personaggi emblematici (da De Gasperi ad Adenauer a Delors, per dirne alcuni). Anche per motivi di prossimità, vengono molto più dall’Europa dell’Ovest che da quella dell’Est o dal Centrosud piuttosto che dalla Scandinavia». 
L’Europa è oggetto di contesa politica ed elettorale, c’è nessuno che si rivolga a voi per trarre elementi in sede appunto politico-elettorale?

«Le elezioni europee rappresentano un campo di attenzione recente per gli studi accademici, negli ultimi anni vi è stato un interesse crescente soprattutto per quel che riguarda il deficit democratico della Ue e il ruolo del Parlamento europeo nel porvi rimedio. Abbiamo tenuto diverse conferenze e fatto anche delle mostre, ma d’altro lato gli atti delle istituzioni europee che vengono riversati nei nostri archivi sono riservati per 30 anni dal momento in cui sono stati realizzati».

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