Politica

Abolire la legge Fornero sulle pensioni porterebbe l’Italia alla rovina

Tempo di elezioni, tempo di demagogia e la riforma delle pensioni, la legge Fornero, è uno degli argomenti prediletti della demagogia: si va da Luigi Di Maio, che ha proposto l’abolizione graduale in cinque anni della riforma, a Matteo Salvini, leader della Lega Nord che ha parlato di cinque mesi. Nessuno ricorda però che l’Italia tra i Paesi industrializzati è quello che spende di più per il suo sistema pensionistico e che dunque deve cercare di razionalizzare ulteriormente tali uscite anziché incrementarle, come accadrebbe abolendo la riforma.

«Cancellare la riforma Fornero vuol dire continuare a dissanguarci per finanziare il sistema pensionistico», scrive l’economista e blogger Massimo Fontana sul suo profilo Facebook, dove sottolinea che non servirebbe peraltro a niente, «visto che la storiella di liberare posti di lavoro per i giovani è una favola smentita da tutte le ricerche economiche».
Secondo quanto disposto dalla Ragioneria generale dello Stato abolire la riforma Fornero significa rinunciare a circa 350 miliardi di euro di risparmi cumulati fino al 2060. Il buco di bilancio che si verrebbe a creare a medio termine, ovvero nel decennio 2020-30 significherebbe  circa un punto di Pil ogni anno, cioè 17 miliardi di euro, con un massimo di 1,4 punti nel 2020, ovvero 23,8 miliardi fra 2 anni. 
L’esperto Giuliano Cazzola su formiche.net osserva: «Non dobbiamo dimenticare che le misure adottate nel 2017 hanno comportato un aggravio di spesa di 7 miliardi in un triennio, mentre quelle della legge di bilancio per il 2018 aggiungeranno altri 2 miliardi in un decennio. Per non parlare poi della pensione minima – a 1000 euro per 13 mensilità – contenuta nel programma di Silvio Berlusconi: un vero e proprio gettare soldi dall’elicottero sulla platea dei pensionati. Senza porsi una domanda di buon senso: chi potrà contare comunque su un assegno di tale entità, avrà interesse a versare i contributi? Bisogna trovare il coraggio di denunciare l’insussistenza dell’equazione poveri = pensionati – prosegue Cazzzola – L’universo delle persone in quiescenza viene, infatti, presentato come se fosse organizzato su due poli: uno di tanti poveracci che non arrivano alla fine del mese e che compiono miracoli con le poche centinaia di euro che ricevono; l’altro di un gruppo di ricconi – percettori di trattamenti dorati – da mettere alla gogna e da sottoporre ad esproprio proletario. Nella diffusione di questa bufala, i media soprattutto televisivi, portano una responsabilità enorme».
La soluzione per le pensioni in realtà esiste già ed è fornita dal mercato: il sistema finanziario offre già oggi la possibilità di crearsi una previdenza parallela e integrativa, ma ovviamente questa comporta accantonamenti mensili a carico del diretto interessato e dunque – vista la mancanza di cultura liberista dell’Italia – nessuna forza politica la propone, pur essendo la soluzione più sostenibile.
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