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La lotta al narcotraffico in Messico rigenera le gang

A 11 anni e qualche settimana di distanza da quando l’allora presidente messicano Felipe Calderon dichiarò, all’inizio di dicembre del 2006, la guerra ai cartelli dei narcotrafficanti, dispiegando l’esercito nelle zone più colpite del Paese, i dati ufficiali attestano che oltre 200.000 persone sono morte ma i cartelli messicani sono più potenti che mai e controllano praticamente la totalità della produzione di eroina e di droghe sintetiche consumate a nord della frontiera, come il traffico di cocaina sudamericana destinata alle grandi città degli Usa. Decine di narcotrafficanti di primo rango, oltre El Chapo, sono stati arrestati eppure i cartelli ne sono usciti rafforzati. Martin Gabriel Barron, dell’Istituto nazionale di scienze penali (un centro di studi che dipende dalla procura federale messicana, spiega l’apparente paradosso: «Alla fine del mandato di Calderon, nel 2012, c’erano 7 cartelli importanti e 49 sottogruppi. Cinque anni dopo, ci sono 9 cartelli e più di 130 sottogruppi. Il cartello di Sinaloa è presente in 54 Paesi e los Zetas hanno legami più stretti che mai con la ‘Ndrangheta, la mafia calabrese, che importa la cocaina in Europa.

In Honduras invece la percentuale di omicidi è diminuita nel 2017 fino a 42,8 casi su 100.000 abitanti, il 25% in meno rispetto all’anno precedente, secondo i dati diffusi dal governo, che attribuisce questo calo ad una migliore presenza e lotta delle forze di sicurezza contro i cartelli delle droghe e le maras (bande di delinquenza generica). Il capo della Dirección de Investigación Policial (DPI), Romel Martínez, parlando davanti ai media ha sottolineato la notevole diminuzione degli omicidi, attribuendola alla lotta cooordinata della Policia Nacional e delle Fuerzas Militares contro i cartelli del narcotraffico e le maras. Il presidente Juan Orlando Hernandez, rieletto a fine del 2017 tra polemiche su sospette frodi, ha promesso «mano dura» nella lotta contro il crimine organizzato.

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