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Economia e politica: tecniche di monopolio opposte

Rappresenta sicuramente un desiderio inconfessabile, e anche la massima aspirazione di ogni operatore economico, raggiungere una posizione dominante se non di assoluto monopolio all’interno del proprio mercato di riferimento. Tale posizione permette all’operatore economico di  poter praticare politiche, anche di prezzo, molto più vicine alla propria logica di redditività e di Roe (redditività del capitale). In ambito economico tale posizione può venire raggiunta attraverso il continuo ed il progressivo miglioramento del prodotto o del servizio offerto all’interno del libero mercato, sia esso un prodotto finale che un prodotto intermedio, e che quindi vada al consumatore finale od ad una platea professionale. Il conseguimento di una posizione di supremazia tuttavia si può ottenere anche attraverso una politica di acquisizioni di diretti concorrenti che permetta la costruzione di filiere maggiormente economiche basate su sinergie di costi sempre più importanti oltre all’evidente eliminazione di un concorrente fisico.

Ovviamente il monopolio e l’oligopolio all’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza e la nascita di nuova imprenditoria risultano essere un fattore endemico di questa tipologia di mercato rappresentano più una indicazione della direzione strategica, difficilmente però possono rivelarsi  un obiettivo raggiungibile, specialmente in un mondo ed un mercato complesso e globale. In questo senso anche il mondo della politica persegue il medesimo obiettivo, cioè quello di raggiungere come singolo partito una soglia del 40% o del 50% come coalizione.
Tuttavia a questo punto emerge evidente la diversa strategia seguita dal mondo della politica in relazione al conseguimento del medesimo obiettivo del settore economico. Mentre infatti in una qualsiasi attività economica il fattore trainante che risulta fondamentale per ottenere un qualsiasi obiettivo di miglioramento di posizione sul mercato viene rappresentato ed individuato nel miglioramento del prodotto o del servizio stesso, analizzando invece, anche superficialmente, le diverse strategie di comunicazione dei partiti e le diverse dichiarazioni dei leader, che di  queste strategie risultano espressione, durante questa campagna elettorale emerge abbastanza evidente come l’obiettivo della comunicazione dei principali partiti strutturati sul territorio per l’ottenimento del medesimo obiettivo sia strategicamente l’opposto. Non è necessario infatti avere una laurea in comunicazione per comprendere come lo storytelling dell’offerta elettorale di tutti i singoli partiti che si offrono al mercato elettorale abbia, al di là delle manifestazioni di facciata, l’obiettivo implicito di allontanare sempre più gli elettori ed aumentare l’astensione. Solo in questo modo risulterebbero comprensibilmente autolesionistiche e deleterie le strategie di comunicazione dei partiti stessi. Tanto banali ed autolesioniste le strategie  di comunicazione che se analizzate ed inserite all’interno di una strategia di conseguimento dell’obiettivo opposto rispetto al settore economico ottengono una loro giustificazione. In altre parole, se queste strategie venissero inserite nel tentativo di diminuire il numero di elettori e di voti validi, e di conseguenza di rendere maggiore il valore numerico e percentuale del proprio consenso e quello dei propri iscritti ai partiti storicamente più strutturati sul territorio, ecco che l’obiettivo verrebbe raggiunto. Nel caso infatti di una minima partecipazione elettorale il potere percentuale del proprio numero di elettori che rappresentano il nocciolo duro automaticamente aumenterebbe di importanza percentuale numerica ed elettorale.

Quindi si trova così la ragione di un investimento in comunicazione che non persegue l’obiettivo dichiarato di  avvicinare il mondo della politica al sentiment dei cittadini e degli elettori ma piuttosto quello di aumentare questa distanza con il fine di diminuire la percentuale di votanti per assicurare un maggior peso agli iscritti ai partiti. Economia e politica, in altre parole, seguono traguardi con direzione simili: la prima attraverso il miglioramento e l’evoluzione della conoscenza che si esprime in un prodotto od in un servizio, la seconda invece attraverso la implicita conferma della assoluta lontananza dal mondo degli elettori che di fatto rende i propri iscritti titolari del monopolio elettorale e quindi di consenso che permette a questa classe politica di perpetuarsi sine die. In fondo in economia il fattore problematico viene rappresentato dalla concorrenza. In politica viceversa dal suffragio universale.

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