Attualità

Flussi finanziari e dottrine economiche

L’obiettivo principale dell’Investiment Compact partorito dal governo Renzi, riprendendo le dichiarazioni dell’allora ministro dell’Economia, era quello di favorire espressamente i flussi finanziari, specialmente quelle di investimento, all’interno del nostro paese al fine di trovare  investimenti e risorse finanziarie per le nostre aziende e fornire in questo modo i capitali per la loro internazionalizzazione. In questo senso addirittura veniva inserito un comma nell’articolato normativo che prevedeva la possibilità di godere della “non retroattività delle normative fiscali” per questa tipologia di investimenti e fornire quindi un’ulteriore agevolazione finalizzata ad incentivare tali investimenti. Va ricordato infatti come l’aspetto fiscale rappresenti da sempre un parametro fondamentale di valutazione sulla base del quale decidere se approvare o meno un investimento in una determinata nazione, a maggior ragione in un sistema economico come quello italiano che ogni anno esprime circa 20.000 pagine di nuovi adempimenti per le imprese, diventando esso stesso motivazione per deviare tali investimenti verso altri paesi maggiormente attrattivi.

Tuttavia questa ulteriore agevolazione fiscale dimostrava come nella sua articolazione non risultasse chiaro, allora come adesso, il perimetro di interessi di tali investimenti. Tale “non retroattività” fiscale veniva infatti prevista solo ed esclusivamente per gli investimenti superiori ai 500 milioni di euro. Considerando che l’asset industriale italiano viene rappresentato al 95% da PMI, cioè aziende che necessitano per l’iniezione di finanza legata al proprio sviluppo di somme sicuramente molto inferiori ai 500 milioni definiti come parametro minimo per la “non retroattività fiscale”, è evidente l’errore colossale che governo e ministri economici hanno commesso, per di più confermato ancora oggi perché non comprendono la necessità di porvi rimedio.
In un periodo in cui già si era delineata la crisi del credito che riguardava soprattutto le piccole e medie aziende e non quelle più grandi risultava evidente che un’iniezione di finanza proveniente dall’estero avrebbe creato le basi necessarie per un piano di sviluppo strategico ed internazionale delle PMI italiane. Viceversa tale limite di 500 milioni di fatto ha abortito ogni tipo di iniziative in questo senso perché va ricordato che il grosso delle potenzialità di crescita in Italia è relativo alle PMI e non certamente alle grandi aziende.
Comunque, aldilà dell’errore strategico e grossolano relativo al target di questi flussi finanziari – se poi si aggiungevano gli effetti del Jobs Act, che in primis ha fiscalizzato gli oneri contributivi a carico delle aziende – l’Italia, secondo le dottrine economiche profuse in quantità industriale negli ultimi trent’anni, sarebbe dovute diventare la meta di investimenti da tutto il mondo. Oltre ai due parametri fondamentali individuati da queste dottrine economiche se ne aggiungeva un terzo, sempre oggetto di elucubrazioni economiche. Tali tesi infatti avevano in passato, ed hanno tutt’ora,  individuato come fattore vincolante e limitante per il flusso di investimenti esteri l’incapacità, o meglio la difficoltà di porre fine ad un rapporto di lavoro dipendente, a differenza di quanto viene normativamente previsto nelle economie cosiddette avanzate, come gli Stati Uniti. Il Jobs Act  infatti ha avuto anche il merito di abolire l’articolo 18 e facilitare di conseguenza la possibilità di annullare tutti i contratti a tempo indeterminato.
Riepilogando, i tre fattori fondamentali che avrebbero dovuto facilitare l’afflusso di investimenti, presenti negli ultimi tre anni nella normativa italiana, erano la non retroattività fiscale unita ad una  maggiore facilità nel licenziamento dei dipendenti e una fiscalizzazione degli oneri sociali. Tre fattori che, secondo le dottrine economiche, avrebbero dovuto finalizzare ed aumentare gli investimenti esteri in Italia.
La sintesi al contrario di questi tre fattori si è rivelata nel 2016 con una diminuzione del 18% dei flussi finanziari, diventati del -32% nel 2017. Due dati che da soli disintegrano tutte le teorie economiche degli ultimi trent’anni e che individuavano nella normativa legata al mondo del lavoro una delle principali ragioni per cui l’Italia non riusciva a crescere e soprattutto a non attirare investimenti esteri. La miopia di tale analisi tendeva e tende a distogliere l’attenzione da quello che rappresenta il  parametro fondamentale nella scelta di tali investimenti, ovvero  la considerazione degli operatori finanziari internazionali nei confronti del sistema politico del nostro paese il quale viene considerato troppo a rischio, indipendentemente dalle riforme che vengono proposte, paradossalmente se poi finalizzate alla facilitazione dei flussi  di investimenti.
In altre parole il 2016 e il 2017 dimostrano quale sia la considerazione di cui gode il nostro Paese e rappresentano la bocciatura clamorosa di una classe dirigente politica, economica ed accademica la cui considerazione è uno dei fattori fondamentali legati agli investimenti da parte degli operatori finanziari esteri.
Una bocciatura tanto clamorosa quanto ancora incompresa da parte di coloro che questo disastro l’hanno concepito, analizzato e sintetizzato.
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