Attualità

L’eredità

In un periodo di transizione come quello attuale nel quale l’intera compagine politica per un proprio tornaconto elettorale spara a zero previsioni e promesse senza alcuna copertura finanziaria, e spesso neppure normativa, guardare ed analizzare i fattori più importanti nel medio e nel lungo periodo, anche con uno sguardo rivolto al passato, può fornire degli elementi utili per analizzare il presente e soprattutto il medio/lungo termine futuro.
L’eredità che ci lascia questo governo, che a parole afferma, come da sempre i governi precedenti, di avere favorito l’attività delle PMI lascia veramente esterrefatti se non basiti. Risultano infatti 871 gli adempimenti burocratici per l’anno in corso ai quali le PMI risultano costrette ad adempiere. Mentre sono 215 le imposte che sempre le imprese si vedono costrette a pagare, frutto di una creatività applicata al mondo fiscale unica nel suo genere in tutto il mondo.

Un dato tuttavia lascia veramente perplessi soprattutto in prospettiva futura. Dal 1996 al 2016, quindi in circa vent’anni, la pressione fiscale complessiva risulta aumentata del 80,3% mentre l’inflazione manifesta un aumento del 43%. Due dati importanti e indicativi i quali quindi dipingono, al di là delle dichiarazioni degli ultimi governi, la situazione passata e la sua evoluzione fino ai giorni nostri. Di qui l’importanza risulta fondamentale soprattutto in prospettiva futura. Emerge chiaro ed evidente infatti come a fronte di un aumento della pressione fiscale dell’80% sostanzialmente i servizi resi dalla pubblica amministrazione ai cittadini come alle imprese ed alle aziende nel loro complesso risultino scaduti a livelli assolutamente insopportabili e deprimenti per lo sviluppo economico e la stessa qualità della vita. In questo senso basti ricordare che nell’ultima classifica del World Economic Forum l’Italia non sia compresa per qualità di vita neppure tra le prime venti nazioni del mondo.
In più basta ricordare come la spesa per il welfare italiano risulti di venti punti superiore a quella scandinava che rappresenta il modello più efficiente e sicuramente più costoso all’interno dell’Unione Europea. Logica conseguenza è che se sono aumentate le spese per un sistema complesso dei servizi contrariamente questi diventano sempre più scadenti. La problematica risulta perciò relativa all’erogazione di questi servizi.
In altre parole emerge assolutamente evidente come non sia più sostenibile né politicamente e tanto meno economicamente una organizzazione della pubblica amministrazione che tra sistema centrale regionale, provinciale e comunale ha preso le sembianze ormai di una piovra assolutamente impenetrabile.

Al tempo stesso è evidente come il diverso andamento dell’inflazione all’aumento della pressione fiscale rispetto all’inflazione di fatto dimostra che oltre ad essere folle il piano economico degli attuali ministri Padoan e Calenda, che si dichiarano favorevoli all’aumento dell’IVA in modo da far aumentare l’inflazione, questo fosse anche sostanzialmente errato nella sua applicazione reale. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’inflazione è aumenta di poco più del 50% (+43% rispetto al +80%) rispetto all’aumento della pressione fiscale dimostrando l’effetto (ormai disconosciuto a questi “economisti”) deflattivo per i consumi nazionali e quindi in un secondo momento sul calcolo dell’inflazione stessa. Perché se è vero che una maggiore inflazione determina sotto il profilo semplicemente nominale un miglior rapporto tra debito e PIL, un effetto tanto ricercato dall’attuale governo in quanto relativo al breve termine, al tempo stesso emerge come l’inflazione abbia un effetto deprimente relativamente i consumi. In particolar modo se tale inflazione risulta un’infezione in fiscale, cioè legata ad una maggiore pressione fiscale, non si manifesta con un miglioramento dei servizi e di conseguenza deprime i consumi in quanto, lo si ricorda, l’inflazione stessa determina una diminuzione del potere d’acquisto da parte dei consumatori.

Tornando quindi al presente, ma ragionando in prospettiva di medio e lungo termine, emerge paradossale come ancora oggi nessuno si esponga su come coprire finanziariamente le clausole di salvaguardia che ci attendono a fine anno. Al tempo stesso non si percepisce nessun riferimento al molto probabile aumento dei tassi di interessi nell’arco di 12 mesi unito ad una diminuzione della fiducia degli investitori finanziari internazionali che farà aumentare lo spread. Ancora una volta l’Italia e soprattutto la classe politica si sta dimostrando assolutamente inadeguata alle sfide che la stanno aspettando senza per di più il benevolo patrocinio del presidente della BCE Mario Draghi.
Comprendere i contenuti presenti nell’eredità degli ultimi vent’anni dovrebbe rappresentare la base per avviare una politica di rinnovamento economico e sviluppo per il futuro.

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