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Il bel paese…

Nel caso ancora qualcuno credesse di vivere nel Bel Paese sappia che nell’ultima classifica stilata  dal World Economic Forum il nostro paese ormai non risulta neppure tra le prime venti posizioni per la qualità di vita. Pur mantenendo la leadership nel settore culturale per quanto riguarda invece l’attrattività di investimenti esteri non risultiamo nemmeno in classifica.

In tal senso solo pochi giorni fa scrissi della pericolosità della mancanza progressiva di investimenti esteri nel nostro territorio: ed i risultati della classifica pubblicata non fanno che confermare la mia tesi.

Da anni sostengo che la qualità della vita (intesa come sintesi di tranquillità economica, sociale e di sicurezza) di un paese e di una regione dipende essenzialmente da una base di benessere economico che risulta essere imprescindibile per il raggiungimento di qualsiasi benessere sociale e culturale…

Questa mia tesi viene confortata dal fatto che, per esempio, l’unica provincia che abbia un tasso di natalità positivo risulti essere Bolzano, la quale gode di un sistema fiscale speciale che permette di assicurare ai propri concittadini della provincia una qualità di vita per noi impensabile a livello di servizi sociali e alla famiglia, oltre ad un supporto fondamentale per l’avvio e lo sviluppo delle attività economiche delle PMI.

Per anni, anzi per decenni, la politica ha pensato e ha derubricato la crescita economica ad espressione del capitalismo (come non ricordare il termine Old Economy contrapposto al termine New Economy) al quale andavano anteposti “la crescita culturale ed il sociale”, uniti appunto alla new economy. Dalla fine degli anni 80 fino al 2010 chiunque abbia avuto responsabilità di governo, assieme a ministri supportati ovviamente da una pletora di economisti e dal  mondo accademico, ha sempre affermato che l’Italia fosse un paese post industriale ed  un’economia basata sui servizi.

Queste stesse capacità professionali stanno virando ora verso la app Economy, Gig Economy e la Sharing Economy le quali dovrebbero ridare nuovo sviluppo, così come un nuovo slancio, all’economia italiana ed europea.

In questo contesto, al di là delle fantasie infantili di queste visioni economiche, certamente la digitalizzazione delle imprese italiane (la famosa industria 4.0) rappresentano un passo fondamentale per tentare di porre le basi per una nuova ripresa economica. Va ricordato tuttavia che questa necessaria digitalizzazione non comporterà certamente un aumento dell’occupazione. Come logica conseguenza in questo contesto di rinnovamento diventerà fondamentale  il ruolo degli investimenti, soprattutto esteri, per creare nuove opportunità di impresa e quindi aumentare l’occupazione. Risulta perciò drammatico il continuo calo degli investimenti esteri che nel 2016 segnò un -18% diventato purtroppo -32% nel 2017, un dato che dovrebbe essere valutato nella sua grandissima pericolosità, specialmente in prospettiva futura.

Questa classifica in fondo rappresenta il risultato disastroso attribuibile ad una classe politica, economica e dirigente che non ha compreso quali siano le priorità per la crescita di un paese e che risulta l’espressione terribile di un declino culturale del quale quello economico emerge nella sua gravità e ne rappresenta l’elemento più evidente.

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