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Raggiunto l’accordo a Berlino per la formazione del nuovo governo

Sono passati cinque mesi dalle elezioni che hanno avuto luogo nel settembre scorso e soltanto ora si intravvede una possibile soluzione per la formazione del governo. Come è noto, il primo tentativo della Merkel di formare una maggioranza con i liberali ed i verdi è miseramente fallito. La coalizione detta «Giamaica» non è riuscita a causa della distanza siderale tra i liberali ed i verdi su alcuni temi considerati importanti e per il rifiuto dei liberali di continuare il negoziato. Non è escluso che il loro presidente puntasse su nuove elezioni per rafforzare il fronte anti-Merkel e il suo partito, in modo da renderlo determinante nei nuovi negoziati per la formazione della maggioranza governativa. Ma le cose, come si sa, presero un’altra piega.

Nonostante le dichiarazioni di Schulz, dopo il disastroso risultato elettorale inflitto al suo partito, l’SPD socialdemocratico, che con la percentuale del 20% è stato il peggiore dalla fine della guerra ad oggi, che affermavano: «Staremo all’opposizione»… «mai più una coalizione con la Merkel», il presidente della repubblica Steinmeier, anch’egli socialdemocratico, nel rispetto del principio della stabilità, è riuscito a convincerlo a smentire le infuocate dichiarazioni e a lavorare per la ricostituzione di una «Grosse Koalition». E bisogna riconoscere che, nonostante le difficoltà intrinseche ed il parere contrario di una parte del suo stesso partito, Schulz è riuscito a ricomporre la vecchia alleanza con la Merkel e a trovare un accordo che offre parecchi vantaggi al suo partito, fra i quali il principale è l’assegnazione all’SPD del ministero delle Finanze. E’ carica di simboli questa decisione. Infrange un mito, quello del ministro Schauble, che ha diretto le finanze per più di 20 anni, imprimendo all’Europa quella linea d’austerità criticata da molti e ritenuta responsabile della stagnazione in cui si trova da un paio di decenni. Vorrebbe dire che i socialdemocratici modificherebbero la rigidità imposta fino ad ora dalla CDU, il partito della Merkel e dalla CSU, il partito bavarese  E’ troppo presto per dirlo, ma è indubbio che la scelta del ministro delle finanze in Olaf Scholz, riformatore dai toni ruvidi, dice Il Foglio, già sindaco di Amburgo e ministro del Lavoro e degli Affari sociali dal 2007 al 2009, indica la volontà del partito di puntare su uomini nuovi e di mirare a nuove riforme. Anche Schulz era stato indicato come nuovo ministro degli Affari esteri, ma le tensioni nel suo partito e l’immagine non modificata di «voltagabbana» gli hanno consigliato di fare un passo indietro e di non presentarsi come ministro del nuovo governo. Eppure il lavoro dei negoziati con la Merkel è stato condotto bene e non ha assolutamente mortificato l’SPD. Al contrario. Le 177 pagine dell’accordo stanno a dimostrare che sono stati esaminati non soltanto i temi dell’attualità politica nazionale ed europea, ma anche le prospettive riformatrici per lo stato sociale relative alla diminuzione delle ore settimanali di lavoro, a parità di salario, per i metalmeccanici e un aumento volontario delle stesse ore per un ulteriore guadagno. Schultz, eletto un anno fa alla preidenza del partito con il 100 per cento dei consensi, si è messo in disparte per non ostacolare il nuovo indirizzo politico e le nuove prospettive. Ha fatto capolino in questa dialettica interna all’SPD anche il vecchio ex cancelliere Schröder, attraverso uomini che hanno lavorato con lui, come il capo dello Stato, lo stesso Scholz e Sigmar Gabriel, ministro degli Esteri dal gennaio 2017. Per Schulz non c’è più posto. Dopo aver raggiunto un accordo molto favorevole al suo partito, la sua funzione è terminata e si è dimesso da leader dell’SPD, a favore di Andrea Nahlesritrovandosi senza amici in un partito che ha contribuito a far risorgere dignitosamente.

Non tutto però è giocato. Occorreranno ancora tre settimane per permettere ai circa 450mila iscritti al partito di pronunciarsi sull’accordo. Se la risposta sarà un «sì» si avrà un governo entro Pasqua. Nel caso contrario, l’instabilità farà capolino, maliziosamente, anche in Germania. Dopo di che Macron, con la sua maggioranza di partito e di governo, diventerà il nuovo re dell’Unione europea. Ma senza la Germania non potrà fare molti passi avanti sulla strada delle riforme.

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