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In attesa di Giustizia: verso le elezioni…dello sceriffo?

In altre occasioni, su queste colonne, abbiamo affrontato il tema del rapporto intercorrente tra politica, giustizia e sicurezza che è tutto sbilanciato a favore di quest’ultima in quanto ogni intervento così orientato (anche solo apparentemente) è foriero di ampio consenso presso un’opinione pubblica, o meglio, un corpo elettorale assai sensibile all’argomento.

I fatti di cronaca degli ultimi giorni sembrano giovare alla causa di chi è alla ricerca di voti facendo leva proprio sul senso di insicurezza che hanno alimentato: due ragazze uccise barbaramente, un giustiziere armato, una rapina con sparatoria possono fornire materiale inesauribile per una campagna elettorale giocata sulle paure della gente comune. Nessuna parte politica sembra essersi sottratta al dibattito e nessuna ha espresso concetti coerenti con il pensiero liberale, optando – piuttosto – per una propaganda fondata sulla repressione.

Tutto molto facile: se è vero che la comparsa di nuove categorie di emarginati che fuggono da miseria, guerre e persecuzioni ha portato con sé inevitabili frange di criminalità renderla destinataria di un diritto penale “del nemico” è operazione agevole e ampiamente condivisa soprattutto laddove possa apparire indistinto il confine con il terrorismo di matrice islamica ed il suo doveroso contrasto.

Sempre attualissimo il tema della legittima difesa, con proposte in ordine alla sua estensione, quando non ad una possibile presunzione per legge.

Ovviamente, la certezza della pena è un obiettivo considerato equivalente all’inasprimento delle sanzioni ed alla riduzione delle garanzie: con buona pace dei canoni costituzionali relativi alle finalità rieducative della pena, alla ragionevolezza, alla presunzione di non colpevolezza e – non ultimo – al giusto processo.

L’insegnamento di Cesare Beccaria, che è evocato proprio dall’art. 27 della Costituzione, dovrebbe cedere il passo al pensiero dell’omonimo Lombroso secondo il quale il criminale nasce tale ed è – pertanto – insensibile a priori a qualsiasi iniziativa volta al reinserimento sociale.

Ecco, dunque, che langue la riforma dell’Ordinamento Penitenziario contenuta in una legge delega e sostanzialmente pronta per l’emanazione da parte del Governo e poco importa che le statistiche del Ministero della Giustizia segnalino un tasso di recidiva contenuto da parte dei condannati ammessi a misure alternative alla detenzione rispetto al 70% di chi sconta per intero la pena dietro le sbarre: non è mestieri inimicarsi (proprio adesso…) gli elettori con un provvedimento definito in maniera completamente fuori luogo salvaladri.

Per questo c’è ancora tempo, molto poco, troppo poco per credere che un intervento ritenuto impopolare possa bruciare le tappe approdando sulla Gazzetta Ufficiale. Poco importa che la riforma non sia salvaladri ma salvauomini e vada incontro ad esigenze di maggiore tutela della collettività: è una patata bollente da rifilare alla prossima legislatura dopo essersi allacciati alla poltrona con una cintura di sicurezza, con buona pace della Giustizia che è abituata ad attendere.

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