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In attesa di Giustizia: purezze opacizzate

Peculato, che brutta parola non fosse altro che per le assonanze: è – per i non tecnici – l’appropriazione con utilizzo “privato” da parte di un pubblico ufficiale di un bene di cui abbia disponibilità per ragioni del suo ufficio; se l’utilizzo del bene è temporaneo, si definisce “d’uso” e le pene sono significativamente ridotte rispetto al massimo di dieci anni di reclusione per l’ipotesi più grave.

Due casi clamorosi in una settimana: il primo riguarda il Giudice della Corte Costituzionale Nicolò Zanon che avrebbe consentito l’impiego della sua auto blu alla moglie per trasferimenti che nulla avrebbero a che fare con esigenze istituzionali. Zanon, mostrando una certa sensibilità, ha presentato le dimissioni dalla Corte (respinte), si è – comunque – autosospeso dalle funzioni e messo a disposizione della Magistratura per chiarire i fatti. Fatti modesti, obiettivamente, anche se provati…anche se un gentiluomo che guadagna un migliaio di euro al giorno (lordi, è vero..) potrebbe permettersi di pagare il taxi alla consorte ed anche se rimane oscuro il motivo per cui i Giudici Costituzionali che dispongono di un alloggio prospicente la Corte debbano disporre di una vettura di servizio di cui mantengono il privilegio, autista e manutenzione inclusa, anche una volta cessati dall’incarico. Peculato d’uso, nel caso e Zanon, che è un giurista di alto profilo, oltre che essere accompagnato dalla presunzione di innocenza  merita grande rispetto per come si è comportato.

Un po’ diverso è il caso di Antonio Ingroia, già Pubblico Ministero del pool antimafia di Palermo, dimissionatosi dalla Magistratura e più volte candidato in differenti tornate elettorali con risultati men che modesti.

L’uomo, accasatosi come Amministratore della società regionale Sicilia e Servizi si sarebbe autoliquidato rimborsi spese non dovuti ma – soprattutto – un’indennità di risultato pari a 117.000 euro a fronte di un utile di gestione di 33.000. Come dire: con il  generoso bonus riconosciutosi da solo il bravo amministratore ha mandato il bilancio in rosso…e qui la vicenda si fa più intricata per quanto neppure ad Ingroia si possa negare la presunzione di non colpevolezza e sebbene anche con riguardo ai rimborsi spese resta da capire, tra le altre cose, perché alloggiasse in strutture con mai meno di cinque stelle nonostante che la regola generale per i dipendenti pubblici – anche di alto livello – sia quella del limite a quattro per le strutture alberghiere; la Sicilia, però, ha stravaganti normative in materia di indennità e stipendi: il dubbio che in questo caso possa non aver violato la legge è ragionevole in attesa almeno che i suoi ex Colleghi della Procura di Palermo (sul caso ci lavorano in quattro, compreso il Procuratore Capo) concludano le indagini.

Certo è che i due casi si prestano a valutazioni molto differenti non fosse altro che nel secondo dei due vi sono dei dati contabili acquisiti, stabilizzati in più bilanci di esercizio e che sono originati dallo stesso soggetto che ora deve giustificarli: e i numeri difficilmente mentono. Staremo a vedere:  Ingroia ha sempre voluto offrire di sé l’immagine del cavaliere senza macchia e senza paura ma per ora – pur rispettandone il diritto di difendersi, discolparsi e fors’anche essere assolto –  resta il fatto, ed il lettore può autonomamente fare le sue valutazioni sulla base dei dati forniti, che liquidarsi un premio di produzione per i risultati economici ottenuti di gran lunga superiore agli stessi potrebbe non essere penalmente rilevante ma è eticamente opinabile…e sovviene il pensiero di Pietro Nenni: “a fare a gara tra i puri, trovi sempre uno più puro che ti epura”.

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