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Il paradigma della crescita

L’innovazione tecnologica e le sue applicazioni dividono in modo piuttosto netto gli schieramenti tra favorevoli e contrari in relazione agli effetti nella prospettiva di una crescita economica futura, intesa nella sua accezione più ampia e quindi non solo economica ma anche occupazionale. Una divisione che risponde purtroppo  più a logiche politiche e ideologiche che non ad un pensiero economico espressione dell’applicazione di parametri oggettivi .

I favorevoli alla corrente di pensiero economica, individuabile in “industria 4.0”, e all’innovazione tecnologica nel suo complesso affermano giustamente come questa rappresenti l’unico fattore competitivo applicabile a tutte le imprese nazionali che competono nel mercato globale al netto delle diseconomie nazionali (ogni riferimento alla situazione italiana è voluto). All’interno di questa posizione però non vengono tenuti nella debita considerazione gli effetti sociali che l’applicazione di tale paradigma inevitabilmente concorre a determinare. La digitalizzazione nel mondo industriale infatti comporta, proprio come espressione del fattore competitivo, una minore incidenza della manodopera per milione di fatturato con i bassi tassi di crescita attuali e di conseguenza con una diminuzione dell’occupazione complessiva.

Viceversa nel settore dei servizi annulla o rende minimale l’intermediazione nella creazione del valore, di conseguenza diminuisce anche in questo settore l’occupazione di fronte ad anni di bassa crescita economica.

In contrapposizione a queste posizioni la compagine che individua nell’innovazione tecnologica un fattore fortemente negativo (legato sostanzialmente  al calo dell’occupazione) rappresenta una posizione ideologica, più che economica, ancorata ad un concetto di mercato  immobile (una vera e propria contraddizione in termini). Tale radicata convinzione trova la sua massima espressione addirittura nella obsoleta idea di introdurre una tassazione aggiuntiva relativa all’innovazione tecnologica che risultasse destinata ad un fondo per i lavoratori disagiati. Una visione assolutamente antistorica ed anti economica che presenta il doppio svantaggio di aumentare la tassazione e di diminuire la competitività delle imprese che operano nel proprio specifico settore di competenza in un mercato globale caratterizzata da una fortissima concorrenza. Una visione poi che non tiene conto come questa innovazione, nelle sue molteplici applicazioni, rappresenti l’unico fattore reale che possa aumentare la competitività delle imprese italiane di fronte al continuo regresso del livello dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione.

Il voler inserire una nuova tassa sull’innovazione rappresenta una contraddizione culturale ed economica senza precedenti e sostanzialmente dimostra la mancanza di conoscenza delle dinamiche economiche da parte di chi sostiene questa posizione ideologica.

Entrambi gli schieramenti tuttavia (ed in questo le distanze risultano ben evidente) assumono delle posizioni espressione di parametri ideologici e non economici in quanto la loro contrapposizione risulta frutto più dell’applicazione di visioni politiche e non tanto dell’osservazione dei dati economici che provengono  in quantità notevoli  dal mondo dell’economia reale.

L’ultima rivelazione statistica realizzata in Germania dimostra come per 767.000 nuovi posti di lavoro oltre centomila (104.000) vengano attribuiti al settore industriale legato alla produzione mentre tutti gli altri appartengano al settore di servizi (247.000 al netto del settore legato al sociale). Questi termini della ricerca o, meglio, della rilevazione statistica, la quale fornisce numeri per l’interpretazione (senza fornirne una propria interpretazione come invece avviene in Italia), apre la possibilità ad un’analisi approfondita in relazione all’individuazione  delle scelte strategiche finalizzate ad uno sviluppo economico nel medio lungo termine.

I 104.000 nuovi posti di lavoro creati (ma il termine corretto sarebbe ricercati e successivamente ricoperti) nel settore della produzione risultano espressione ma soprattutto essere legati ad una maggiore domanda di beni industriali generale. Questo incremento determina  inevitabilmente l’esigenza di un incremento della capacità produttiva. Sempre a causa di questa maggiore domanda di beni industriali si determina quindi non solo l’aumento di occupazione nel settore della produzione ma, come logica conseguenza, si manifesta anche l’aumento  della richiesta di servizi da parte del sistema industriale stesso e, naturalmente,  si registra un ulteriore aumento dell’occupazione nel settore dei servizi all’industria stessa.

La tempistica come l’articolazione temporale risultano fondamentali per la comprensione di questi dati che vengono dall’economia tedesca perché è evidente come in un mercato articolato globale e complesso basato sulla concorrenza sia la domanda a determinare l’offerta di beni di servizi o e quindi sia sempre la domanda a determinare gli andamenti relativi all’occupazione.

Partendo dal presupposto ancora non troppo chiaro al mondo dell’economia italiano ed europeo in particolar modo che tutte le aziende operano all’interno di un mercato “saturo” come quello delle economie occidentali logica conseguenza dimostra come sia la domanda nella sua articolata espressione ad  influenzare l’offerta e non viceversa.

E’ evidente che il maggiore incremento dei posti di lavoro nel settore dei servizi risulti legato ad un progressivo  aumento della richiesta da parte del settore industriale. Dal momento che l’economia tedesca rappresenta “uno dei  modelli manifatturieri” di maggior successo nel mondo assieme a quello elvetico le classi politica e dirigente italiana dovrebbero finalmente comprendere le regole, come le dinamiche, dello sviluppo che questa ricerca pone in evidenza. I numeri infatti indicano come per ogni posto creato all’interno del settore industriale manifatturiero ne vengono a caduta creati 2,7 nel settore dei servizi come logica conseguenza della maggior domanda di servizi imputabile proprio al settore industriale (94.000 al settore manutenzione, 74.000 logistica, 74.000 formazione).

Tornando quindi al modello di sviluppo economico  italiano, entrambi gli schieramenti “ciecamente” (che nello specifico potrebbe risultare sinonimo di  “ideologicamente”) favorevoli o contrari all’innovazione e quindi ad “industria 4.0” dimostrano di non aver compreso come la tecnologia porti un valore quando questa venga applicata al settore industriale e manifatturiero il quale a fronte di ricerca ed innovazione nei prodotti per ogni posto di lavoro creato in più ne induce altri 2,7 nel settore dei servizi.

Questa statistica, che non per caso è espressione della competenza tedesca, ancora una volta pone in rilievo l’importanza e la centralità dell’Industria come volano di creazione di valore non solo economico ma anche occupazionale. L’industria rappresenta il fattore principale nella creazione di sviluppo in quanto risulta l’unico settore che abbia l’effetto moltiplicatore sia valoriale che occupazionale. I dati della ricerca tedesca dimostrano essenzialmente questa verità. Non capirlo rappresenterebbe un errore clamoroso.

Perfettamente in linea tuttavia con le scelte strategiche passate e odierne della nostra classe politica e dirigente.

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