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Flat tax e l’ipocrisia del sistema fiscale italiano

La dialettica relativa alla riforma fiscale che verrebbe introdotta attraverso la Flat Tax divide nettamente la platea tra sostenitori e detrattori della stessa. I sostenitori della Flat Tax, ed in particolare gli esponenti dei principali partiti politici che la supportano, non danno molto peso (e questo è un errore) alla sostenibilità economica di questa riforma individuando in un nebuloso condono fiscale la possibilità di coprire le minori risorse economiche per lo stato. Perché, va ricordato, le motivazioni principali per l’introduzione della Flat Tax vanno individuate nella minor pressione fiscale quindi nella liberazione di risorse economiche per i contribuenti e contemporaneamente nella semplificazione del rapporto tra fisco e contribuente.

Ai sostenitori della flat tax si aggiungono anche autorevoli esponenti del mondo economico i quali,  rispondendo alle critiche relative ad una ipotetica mancata osservanza del principio costituzionale della progressività delle aliquote, affermano che questo principio viene confermato dalle deduzioni fiscali progressivamente inferiori al crescere del reddito.

Partendo quindi dalla considerazione che risulta impossibile mantenere l’attuale pressione fiscale approdata  ad un Total Tax Rate del 62%, sarebbe opportuno ricondurre all’interno delle riforme economicamente sostenibili e compatibili con l’attuale situazione economico finanziaria italiana. La Flat Tax infatti dovrebbe rappresentare l’ultimo anello di una fantastica operazione economica e politica con l’obiettivo principale di rivedere completamente l’articolazione molto complessa della spesa pubblica e il completamento della quale (quindi in un arco temporale piuttosto incerto che comunque richiederebbe perlomeno due o tre anni) potrebbe portare all’introduzione appunto di un’aliquota fiscale fissa.

Purtroppo, e ribadisco purtroppo, la storia insegna come la riforma dell’articolato della spesa pubblica con le competenze in campo della pubblica amministrazione risulti in questo momento assolutamente non riformabile, quindi anche la Flat Tax rientra nel campo dei desideri come dei sogni. In questo senso infatti risulterebbe molto più sostenibile e in prospettiva producente, ma soprattutto realizzabile nel breve e nel medio termine, ridurre le singole aliquote fiscali per fasce di reddito e contemporaneamente ridurne la progressività in modo da allentare la pressione complessiva. La copertura di tale diminuzione della pressione e di conseguenza di risorse finanziarie disponibili per lo stato potrebbe venire coperta progressivamente dall’applicazione di una Spending Review seria e totale e dall’utilizzo delle risorse sottratte all’evasione fiscale.

Tuttavia, tornando agli schieramenti in campo, risulta singolare come gli esponenti dell’attuale governo e dei ministri competenti in materia, come del partito che li sostiene, continuino a pronunciarsi contrari ad una Flat Tax (ed indirettamente ad ogni riforma fiscale) quando una medesima “tassa piatta” sia stata introdotta per le rendite finanziarie con una aliquota unica del 26% che tende a favorire le rendite superiori ai 750.000 euro.

Dimostrando ancora una volta come  vengano tenuti in maggior considerazione i grandi patrimoni rispetto ai piccoli risparmiatori mediando quindi l’approccio classico che tutti i governi degli ultimi anni hanno avuto  nei confronti delle attenzioni per le grandi industrie rispetto alle PMI.

Tuttavia d’ipocrisia governativa non finisce qui. Va ricordato infatti come nel marzo 2017 la compagine governativa guidata da Gentiloni abbia avuto persino il coraggio di varare una legge in base alla quale tutte le persone con redditi superiori ad un milione possano prendere la residenza fiscale in Italia pagando una quota fissa al fisco di 100.000 euro. Quindi, per una persona che presenti un reddito di un milione, purché venga dall’estero e non sia italiano (paradosso nel paradosso), l’aliquota applicata risulterà del 10%. Viceversa, nel caso questa percepisca un reddito di oltre 5 milioni l’aliquota applicata diventerebbe del 5% mentre per i multimilionari da 10 milioni di euro l’aliquota applicata sarebbe del 1%: massima espressione di una volontà di insultare tutti i redditi da lavoro e professionali. Al confronto le tabelle delle aliquote fiscali che i vari cantoni della Confederazione Elvetica offrono alle persone dotate di alti redditi e che hanno convinto molti a trasferire la propria residenza fiscale sembrano vessatorie. Infatti per i redditi di oltre un milione di franchi svizzeri l’aliquota applicata va nel Cantone di Zug da 9,59 ad un 9,78%. Risulta evidente quindi come il nostro sistema fiscale rappresenti la fotografia di un insensato e contraddittorio approccio frutto di estemporanee professionalità che si sono ritrovate a gestire situazioni complesse con competenze non adeguate. La progressività fiscale non rappresenta un parametro che possa essere utilizzato a seconda dei propri interessi economici e politici, come questo governo ampiamente ha dimostrato applicandola o negandola a seconda della propria vicinanza ai beneficiari. La Flat Tax viceversa può rappresentare un termine concettuale di riferimento per avviare una reale riforma fiscale dalla quale vengano escluse le ridicole scelte degli ultimi anni espressione di incompetenze e probabilmente disonestà intellettuali.

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