Attualità

Il dilemma delle pensioni in Italia e nelle Ue

L’Italia è il terzo Paese d’Europa in cui le pensioni incidono maggiormente sul Pil, dopo l’Austria, la Francia e la Grecia. Sebbene altri Paesi dell’Unione consentano di andare in pensione prima di quanto sia permesso fare all’Italia, quegli stessi Paesi hanno una gestione più oculata delle finanze pubbliche e dunque un’età pensionabile più bassa incide meno sul modo in cui viene spesa la ricchezza nazionale prodotta (il Pil appunto). Secondo dati diffusi dalla Ue, la spesa pensionistica inciderà per l’11,40% tra tutti i Paesi dell’Unione europea nel 2020, ma arriverà a incidere per il 16% in Austria, per il 15,40% in Grecia, per il 15% in Francia e per il 14,80% in Italia. Abolire la legge Fornero ci allontanerebbe dunque ulteriormente dall’Europa, al cui interno tutti i Paesi stanno elevando l’età pensionabile così da garantire che la percentuale di popolazione che consuma ricchezza nazionale (sotto forma di godimento della pensione) non superi quella di chi la ricchezza nazionale produce (continuando a lavorare, anche in età un tempo pensionabile). Perché tale proporzione rimanga di 2 pensionati ogni 5 lavoratori, come era nel 2010, occorre che l’età pensionabile in tutti i Paesi dell’Unione sia portata a 67 anni nel 2040 e a 70 nel 2060, anche perché negli anni a venire mentre continueranno a invecchiare quanti sono già in vita e miglioreranno le prospettive di durata della vita stessa, in Europa ci saranno sempre meno nuovi nati, per via del calo demografico complessivo.

L’Italia con la Fornero è anche in anticipo sulla tabella di marcia (nel 2018 donne e uomini possono andare in pensione a 66 anni e mezzo, nel 2019 a parte che per 15 categorie l’età pensionabile sarà ancora più alta), ma è anche uno dei Paesi con la più alta percentuale di debito pubblico complessivo (non solo legato alle pensioni) al mondo. E l’equità che l’Unione si prefigge di realizzare non è quella dell’età della pensione, ma quella del peso contabile dei pensionati sui costi complessivi sostenuti dal singolo Stato per tutte le misure a sostegno della popolazione nazionale (che non si limitano alle pensioni, ma includono ad esempio la sanità, i costi di funzionamento degli uffici pubblici e via dicendo). Il sistema italiano del resto è a ripartizione: ogni anno si fa il conto di quanto serve per erogare l’intero ammontare a tutti i pensionati e si ripartisce quella somma sull’intera platea dei lavoratori, sotto forma di contributi (in realtà in Italia una parte delle pensioni viene finanziata dallo Stato attingendo dall’incasso di altre tasse, altrimenti i contributi diverrebbero eccessivamente pesanti). E’ evidente che un Paese in cui nascono sempre meno persone e ci sono sempre meno lavoratori anche tra quanti sono già nati non può non limitare il numero di pensionati da sostenere. E poiché non si può, ovviamente, anticipare forzosamente il momento in cui si cessa di essere pensionati, non si può che ritardare il momento in cui si diventa pensionati.

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