Attualità

La continuità fiscale

Una recente rilevazione statistica ha stabilito come dal 1996 al 2016 le entrate fiscali risultino aumentate del 80% mentre l’indice dei prezzi attorno al 41%. Una progressione della pressione fiscale che coinvolge nella sua responsabilità tutti i governi degli ultimi vent’anni e che ha portato il Total tax rate al 62% attuale. Già con questi numeri è evidente come la pressione fiscale sia assolutamente divenuta il problema centrale della mancanza di sviluppo del nostro paese unita ad  una pubblica amministrazione che non fornisce servizi per i quali la tassazione viene imposta. A questi numeri a dir poco sconvolgenti si aggiungono anche delle considerazioni e relative alla gestione delle politiche fiscali degli ultimi cinque anni.

Gli 80 euro del governo Renzi  altro non sono se non un rimborso fiscale “venduto” ai cittadini come un bonus (si pensi alla differenza rispetto ai bonus aziendali elargiti per premiare la produttività come i risultati delle aziende). L’origine infantile di tale iniziativa era quella di ricreare un nuovo sostegno economico alla domanda interna. Viceversa non si è ottenuto tale obiettivo e per di più ha introdotto anche un risvolto drammatico, nella malaugurata ipotesi infatti che si esca dalla soglia minima degli 8.000 euro stabilita per ottenere appunto questi fantastici 80 (una situazione legata per esempio alla perdita del posto di lavoro per un fallimento o per la chiusura dell’azienda presso la quale si lavora). Passando così di fatto alla soglia inferiore la normativa varata dal governo Renzi stabilisce addirittura l’obbligo di rimborsare questi 80 euro  percepiti ma non secondo i parametri fiscali minimi indicati.

In più il governo Gentiloni in questo regime fiscale già insopportabile, che per un’attività commerciale con  un fatturato di 50.000 ne chiede oltre 34 mila di tasse ed anticipi relativi all’anno successivo, ha introdotto anche la flat tax per le rendite finanziarie. La scelta dell’aliquota si è rivelata del 26% e favorisce ovviamente i redditi oltre i 700.000 euro penalizzando ancora una volta i piccoli risparmiatori ed investitori che continuano ad essere considerati “il parco buoi”.

Non soddisfatto, successivamente lo stesso governo inserisce una sorta di cedolare secca di 100.000 per qualunque titolare di redditi milionari che intenda trasferire la propria residenza fiscale in Italia. L’effetto quindi per una persona che dall’estero sposti la propria residenza fiscale in Italia e dichiarasse un reddito di un milione per effetto di questa nuova normativa fiscale pagherebbe appunto 100.000 euro, quindi un’aliquota pari al 10%.

Ancor meglio andrebbe se il nuovo “residente fiscale” potesse contare su di un reddito di 5 milioni che abbasserebbe l’aliquota al 5% ma risulterebbe miracolosamente dell’1% per i detentori di redditi di e oltre 10 milioni. Mentre gli altri Stati utilizzano le diverse politiche di incentivazione fiscale per attrarre investimenti industriali, il governo Gentiloni usa la flat tax per offrire una dimora fiscalmente attrattiva per i singoli detentori di redditi milionari: ulteriore idea della politica economica di sviluppo dei governi Renzi e Gentiloni.

L’effetto di tali decisioni, innanzitutto politiche oltre che economiche, dimostra quale possa essere  la considerazione per i piccoli risparmiatori nel primo caso e nel confronto con le aliquote applicate al reddito per i “nuovi residenti”, nel secondo il valore delle stesse diventa offensivo.

Viceversa la proposta della flat tax, che viene inserita in un quadro di “rinnovamento” definito addirittura “rivoluzionario” per le ricadute economiche per il ceto medio, dimostra finalmente i primi numeri. Considerando che il reddito medio delle famiglie è di 20.680 euro alcuni dati possono venire in aiuto al fine di comprendere la ricaduta effettiva di tale “rivoluzione”. Da zero a 15.000 euro di imponibile si registra una percentuale del 44,9% della popolazione, mentre dai 15.000 ai 29.000 euro di imponibile un altro 35,6%, sempre dei cittadini italiani. La somma di queste due fasce di contribuenti che vanno da un reddito da 1  a 29.000 euro racchiude l’80,5% dei cittadini.

Viceversa i titolari di “reddito dichiarato” da 29.000 a 55.000 euro rappresentano il 15,2% dei contribuenti, che diventano il 2,1% per i percettori di reddito nella fascia da 55.000 a 75.000 euro, mentre per chi dichiara un reddito ancora superiore rimane la quota residuale del 2,2%.

Da questi dati emerge come circa l’80,5% dei contribuenti versi il proprio contributo per finanziare i servizi dello Stato attraverso l’applicazione di aliquote che vanno dal 23 al 27%. In questo caso allora l’introduzione della Flat Tax (unica al 25% proposta dall’Istituto Leoni o doppia per il Governo, quindi attorno al 15% per le fasce reddituali più basse) porterebbe un vantaggio in termini economici piuttosto risibili in quanto il differenziale di aliquote risulta minimo (dal 23-27% attuali al 15% proposto) e per di più va calcolato per imponibili relativamente bassi (al massimo fino a 29.000 euro). Viceversa, nel caso non si scegliesse la versione dell’Istituto Bruno Leoni, la seconda aliquota del 25% come aliquota unica (anche per l’IVA da non dimenticare) per i redditi superiori ai 29.000 euro che ora “contribuiscono” attraverso l’applicazione di  aliquote che vanno dal 38% al 41,5 fino al 43% a seconda delle diverse fasce reddituali ma venisse adottata una aliquota fissa anche del 28-30% (quindi superiore a quelle proposte nei programmi elettorali) comporterebbe un differenziale sul calcolo delle imposte da versare molto alto.

In quanto la differenza tra l’aliquota Flat (28-30 già di per sé bassa ma che risulterebbe assolutamente indegna se si scegliesse la versione del 23%) e quelle odiernamente applicate risulta sicuramente superiore rispetto alle altre fasce di reddito (80,5%) e per di più tale differenziale andrebbe calcolato su importi di imponibili molto alti.

La considerazione conclusiva che ne scaturisce dal semplice confronto di tali cifre è molto semplice. Come negli ultimi vent’anni ed ancor più degli ultimi cinque, ora anche in previsione dell’applicazione della Flat tax, si rileva una “CONTINUITA’ FISCALE” volta a penalizzare continuamente il ceto medio, quello che per altro ha maggiormente  pagato la crisi che si protrae da oltre un decennio in più, aggravata dal continuo aumento della pressione fiscale. Questa CONTINUITA’ FISCALE, qualora venisse esplicitamente dichiarata e giustificata con argomentazioni politiche ed economiche potrebbe persino assumere i connotati di una strategia economico-fiscale  legittima da parte di un ceto politico ed economico che perlomeno si  assumerebbero le proprie responsabilità. Nel caso odierno invece si predica esattamente il contrario di quanto poi i numeri evidenziano.

Un ultimo aspetto, non per questo meno importante, emerge dal fatto che tutte queste “rivoluzioni fiscali”, al di là degli effetti descritti precedentemente, uniscono un ulteriore aggravio per i contribuenti italiani in quanto le coperture risultano calcolate a debito o attraverso ipotetici condoni fiscali. Quindi oltre al danno anche la beffa di vedere aumentato il debito pubblico per delle riforme che vanno contro la maggioranza dei contribuenti. La disonestà intellettuale si manifesta attraverso la distonia tra le dichiarazioni e gli effetti reali delle scelte di questa classe politica ed economica degli ultimi vent’anni. In questo poi confermata anche da quella nuova classe governativa dei “riformatori rivoluzionari” dell’ultimo periodo: tutti insieme dipingono il quadro del nostro declino culturale del quale quello economico ne rappresenta solo una triste espressione.

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