Economia

  • “Pensioni: chi paga cosa”, la commedia goldoniana

    I numeri impietosi relativi agli investimenti culturali, quindi alle quote di Pil destinate all’istruzione ed alla formazione, vedono l’Italia ben al di sotto della media europea con uno scarso 4% di PIL destinato al settore culturale. Si pensi che la Germania destina  il doppio mentre  l’Unione Europea mediamente il 4,9%, preceduti anche dalla Danimarca al 7% e dal Belgio, con il 6,4% del proprio Pil.

    Ovviamente questi numeri italiani miserabili non possono essere attribuibili all’attuale governo ma alla classe politica nella sua interezza che ha gestito l’istruzione negli ultimi trent’anni. Paradossale poi come gli effetti di questa mancanza di investimenti culturali per il nostro Paese non risultino nemmeno così evidenti in quanto l’abbassamento del livello culturale coinvolge inevitabilmente anche gli osservatori “culturali”.

    Rimane Tuttavia lo sconcerto per tali numeri e per un Paese non più espressione dell’eccellenza della cultura occidentale ma semplicemente luogo di custodia dei reperti storici che tutto il mondo ci invidia e che rappresentano un fattore distonico con l’attuale livello culturale generale italiano.  Un Paese, il nostro, neppure in grado di indignarsi di fronte ad un ministro che per tutta la propria carriera politica ha affermato di possedere una laurea ed una volta sbugiardata ha mantenuto il privilegio di gestire il ministero, ovviamente dell’Istruzione.

    Questo decadimento culturale, di cui il declino economico ne risulta soltanto una delle più manifeste e tangibili forme, coinvolge anche il mondo dell’università in modo imbarazzante.  L’esempio più classico si manifesta attraverso  un teatrino goldoniano relativo alla polemica sulle pensioni il cui titolo dell’opera potrebbe recitare “Pensioni: chi paga cosa”, in relazione cioè al peso  della popolazione extracomunitaria nel pagamento delle pensioni italiane.

    Il presidente dell’INPS, esimio economista della Bocconi afferma che “gli immigrati pagano le pensioni agli italiani”. Considerati i trend di crescita della popolazione extracomunitaria in un Paese culturalmente evoluto, da un docente della Bocconi si pretenderebbe quanto meno l’utilizzo del verbo declinato al futuro, cioè “pagheranno” le pensioni probabilmente nel 2035/2040.

    Attualmente infatti circa l’8,8% del PIL risultata attribuibile alla popolazione extracomunitaria per un valore di circa 127 miliardi. Se poi si avesse l’ardire di incrociare questi dati con il numero di occupati extracomunitari emergerebbe che rappresentano l’11% della forza lavoro. Una classica relazione causa effetto imporrebbe la semplice considerazione relativa al livello retributivo risultante di livello decisamente medio basso anche dei contributi. Nonostante ciò, vengono versati sempre da quell’11% degli occupati contributi previdenziali per 11 miliardi su un totale di 219 relativi alla spesa previdenziale, mentre la spesa complessiva dell’INPS risulta di 411 miliardi.

    Quindi, a fronte di 18 milioni di pensioni erogate dall’Inps in relazione alla quota PIL attribuibile al pagamento delle stesse, attraverso i contributi delle popolazioni extracomunitarie risultano “pagate” di queste circa 650.000: poco più del 3.6% del totale.

    Un numero certamente notevole in quanto cresciuto in un modo molto veloce (altro fattore quello della velocità della crescita che non viene mai preso in considerazione in relazione all’aumento della popolazione extracomunitaria) ma che rappresenta comunque una quota minima relativa alla spesa generale come al numero di pensioni erogate. Risulta evidente quindi che la posizione dell’attuale presidente dell’Inps sia rigorosamente ideologica. Senza nulla togliere all’importanza del contributo della cittadinanza extracomunitaria, tuttavia in considerazione dei numeri presentati al momento attuale, sembra incredibile il mancato utilizzo del verbo “pagheranno” in relazione alla crescita futura e quindi ragionando in prospettiva assolutamente preferibile al termine “pagano” usato dal presidente dell’INPS come gli stessi numeri smentiscono chiaramente.

    Utilizzando il verbo “pagare” all’indicativo presente emerge evidente la posizione ideologica del presidente Boeri (per altro assolutamente legittima) ma conseguentemente priva di ogni supporto tecnico e numerico, e quindi economico.

    Anche una delle massime espressioni della cultura universitaria dimostra in modo inequivocabile come alla competenza sia subentrata l’ideologia, altra espressione del declino culturale. Da un presidente dell’INPS, come da un docente di economia della Bocconi, ci si sarebbe aspettati o meglio si dovrebbe pretendere  un’analisi molto più approfondita, che coinvolga anche quel fenomeno di emigrazione di diplomati e laureati italiani all’estero che arreca danni allo Stato per 23 miliardi di risorse investite (92.000 per un diploma e 30.000 per ogni anno universitario di risorse pubbliche) e 11 miliardi di perdita di Pil.

    Invece di confrontarsi sui numeri ma soprattutto sulle prospettive ed sugli andamenti demografici ed economici, tenendo sempre nella massima considerazione la velocità di sviluppo di tali fattori, soprattutto della popolazione e della sua importanza anche a livello contributivo, ci si confronta su posizioni ideologiche che tolgono qualsiasi tipo di spessore culturale a chi le manifesta.

    A fronte di investimenti culturali sotto la media europea sono inevitabili questi risultati ampiamente al di sotto della decenza culturale.

  • Di Maio contro il Ceta, intanto Ue e Giappone firmano l’accordo di libero scambio

    Mentre il ministro italiano del Lavoro promette di rendere disoccupato qualunque funzionario statale difenda l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada (Ceta) che tutti i membri della Ue devono sottoscrivere per far entrare definitivamente in vigore, a Tokyo è stato firmato l’accordo di libero scambio tra Ue e Giappone, il maggiore accordo mai negoziato tra le due aree economiche, con lo sottoscrizione di diverse intese politiche su una serie di temi regionali e multilaterali. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. In un tweet il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ha sottolineato che “con il più grande accordo di commercio bilaterale di sempre, oggi cementiamo l’amicizia giapponese-europea. Geograficamente, siamo distanti. Ma politicamente ed economicamente non potremmo essere più vicini. Con i valori condivisi della democrazia liberale, dei diritti umani e dello stato di diritto».

    Dopo quattro anni di trattative, a alla luce delle tendenze isolazioniste e protezioniste del presidente Usa Donald Trump, l’Unione europea e il Giappone puntano ad incrementare lo scambio di merci senza barriere tariffarie, dando slancio a settori considerati chiave come quello automobilistico, agricolo e alimentare. Per l’Italia, il Giappone è il sesto partner commerciale fuori dall’Ue, dove esporta 2,4 miliardi di euro di beni in più rispetto a quanti ne importa. Secondo i dati della Commissione, sono 14.921 le aziende in Italia che esportano i loro prodotti verso il Paese del Sol Levante, e in Italia dipendono direttamente da questa relazione commerciale 88.806 posti di lavoro. Nei primi 5 mesi del 2018 l’export italiano ha segnato un aumento di oltre il 20%, e in termini di valore l’Italia è il secondo Paese esportatore dell’Unione Europea, dietro alla Germania.

    Grazie ad uno strumento multimediale chiamato ‘EU-Japan trade in your town’ messo a punto dalla Commissione europea, è possibile localizzare tutte le compagnie europee che esportano i loro prodotti in Giappone, e visualizzare infografiche tematiche riferite a ogni Paese dell’Unione.

  • La priorità dimenticata: la tutela del Made in Italy

    All’interno dello stonato coro composto da tutti i soggetti politici italiani dell’opposizione e della maggioranza, nel quale ognuno canta a squarciagola la propria filastrocca con tematiche politiche ma soprattutto economiche assolutamente stonate, si assiste a evoluzioni molto importanti che esulano dai temi consueti e risultano assolutamente dimenticate o per negligenza o per ignoranza da entrambi gli schieramenti.

    Nel 2016 i parlamentari europei italiani che votarono l’abolizione dei dazi sulle importazioni di olio tunisino giustificarono tale scelta con la volontà di offrire un sostegno economico ma anche politico alla nascente democrazia tunisina. Nel primo trimestre di quest’anno tali importazioni di olio “democratico” tunisino risultano quadruplicate (oltre 20.000 tonnellate nel 1° trimestre del 2018), rendendo ancora una volta l’intero settore dell’olivicoltura italiano l’unico a farsi carico di una nascente democrazia nord africana, quando invece scelte di tali portata politico-economica andrebbe equamente suddivise tra tutti i cittadini italiani e non ricadere sulle spalle di un unico settore, peraltro già in difficoltà con la crisi della xylella. Una scelta ed una strategia politica perfettamente in linea del resto con quella adottata dal governo Renzi nel 2015  il quale, per permettere la realizzazione di uno stabilimento Piaggio in Vietnam, tolse i dazi al riso vietnamita mettendo in grave difficoltà la risicoltura italiana (prima nel mondo qualitativamente) la quale si è fatta carico da sola della volontà di espansione di un privato imprenditore senza peraltro avere nessun tipo di ricaduta occupazionale su suolo italiano.

    Nelle ultime settimane poi in Europa Carrefour e Tesco hanno deciso di formare un unico Gruppo d’Acquisto in modo da creare delle sinergie di costi che si manifesteranno mediamente con un risparmio di circa 400 milioni di euro all’anno. Una scelta che va verso la sempre maggiore centralizzazione dei Gruppi d’Acquisto che paradossalmente è assolutamente in controtendenza con la localizzazione e le richieste di riconoscimenti localistici della politica. La decisione dei due gruppi internazionali della distribuzione tutto sommato rientrerebbe nella logica del controllo dei costi  ma evidenzia, ancora una volta, come l’Italia abbia rinunciato a giocare un proprio ruolo nel settore della distribuzione. Una scelta miope imputabile esclusivamente all’imprenditoria italiana che ha dismesso tutte le catene distributive italiane evitando di proporsi nel mercato europeo.

    La notizia purtroppo del nascente Gruppo d’Acquisto porta però con se un aspetto molto più serio in quanto Carrefour e Tesco hanno deciso di adottare l’etichettatura a semaforo, nel senso cioè di apporre esattamente come in Inghilterra il colore rosso, giallo e verde a seconda del contenuto calorico e di grassi. In questo senso basti pensare che il Parmigiano Reggiano, da sempre miglior formaggio al mondo, verrà adornato con il classico colore rosso del semaforo. Di fatto questo tipo di alleanza commerciale provocherà i suoi maggiori effetti proprio nei confronti delle eccellenze del settore agroalimentare italiano.

    In altre parole la tutela dei prodotti del Made in Italy  viene ancora una volta posta in seria difficoltà attraverso  l’importazione dell’olio tunisino e la creazione di un Gruppo d’Acquisto che adotterà un’etichettatura sostanzialmente contraria alle eccellenze agro-alimentari del nostro Paese. Due fattori quindi che dimostrano l’assoluta inconsistenza, a livello strategico ed economico, della classe politica italiana tanto della maggioranza quanto dell’opposizione risucchiate da tematiche che nulla hanno a che fare con il vero sviluppo economico italiano.

    Tutto questo in perfetta continuità con gli ultimi governi che a partire dal 2015 avevano assicurato una dotazione di 34 milioni per la lotta all’“italian sounding” della quale si è persa ogni traccia. Per non parlare della ridicola iniziativa “italian taste” attribuibile ai ministri Calenda e Martina (già ampiamente trattata  http://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/) ed eccessivamente cassata dall’Unione europea stessa in forza della competenza relativa al made in.

    Possono risultare divisi dagli approcci politici e dalle priorità etiche tuttavia il governo e l’opposizione sono le due facce della medesima medaglia, cioè della incapacità di leggere in una prospettiva economica futura gli avvenimenti attuali e con loro gli effetti che questi riusciranno a determinare nel medio come nel lungo termine.

  • Perché il “decreto dignità” è funzionale al governo della continuità e non del cambiamento

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono

    Cos’è che accomuna due formazioni politiche così diverse come la lega e il M5S e consente loro di dare vita a un esecutivo pomposamente denominato “governo del cambiamento”? Sembrerebbe il “populismo” che però essendo più una pulsione della “pancia” che una visione razionale della mente, riesce a individuare soluzioni ai problemi istintive, incoerenti e prive di una visione d’insieme, utili solo ad emozionare propagandisticamente le varie componenti sociali di riferimento. Per questo il primo e finora unico provvedimento del governo populista, il “decreto dignità”, è riuscito a scontentare tutte le categorie di riferimento sia dell’elettorato grillino, che giustamente ne ha valutato la modestia e sostanziale inefficacia, che soprattutto dell’elettorato leghista, che ne ha percepito gli aspetti di pericolosità per le imprese per l’occupazione. Ma soprattutto questo decreto dà corpo agli scenari da incubo che si paventava potessero presentarsi e cioè a dire che il “governo del cambiamento” non ha alcun disegno circa gli obiettivi e gli strumenti da adottare per contrastare il declino verso cui sembra destinato il Bel Paese, non ha i danari, né li avrà mai, per attuare il “contratto di governo”, non si pone la necessità di valutare le effettive conseguenze sul sistema economico delle sue scelte e, soprattutto, appare tristemente uguale ai governi che lo hanno preceduto, specie quelli della “prima Repubblica”, noti per le tendenze ad adottare politiche dirigiste a sfavore di investimenti e occupazione, e sempre disponibili all’uso politico-clientelare della spesa, da finanziare con l’irresponsabile lievitazione del debito pubblico, che per questo è diventato il peggiore tallone d’Achille del Paese. Ma ciò che ha confermato la stravagante e passatista natura di questa inedita coalizione governativa sono senz’altro le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giovanni Tria, custode dei conti pubblici dello Stato che, dopo avere rassicurato sull’inesistenza di qualsiasi volontà di peggioramento dei saldi di finanza pubblica, si è contraddetto con la conferma che l’obiettivo governativo è di chiedere alla UE “un po’ di flessibilità, rinviando di un anno o due il pareggio di bilancio”, e cioè di aumentare la spesa in deficit di altri otto-dieci miliardi l’anno per il 2019 e il 2020, replicando la medesima strategia perdente di Renzi e dei governi della “Prima Repubblica”. Altre mance in vista o semplicemente la vittoria del “pensiero unico della spesa”? Il fatto è che in Italia non è rimasto un solo partito con un progetto di rinascita economica e produttiva, ma solo comitati elettorali oligarchici, in perenne mobilitazione elettorale, capaci unicamente di promettere inesistenti soluzioni con spese pubbliche improduttive, da finanziare con il ricorso all’indebitamento, perpetuando così le vecchie politiche di rapina alle generazioni future, in cambio dei consensi nel presente. Un eterno Déjà Vu che è la dannazione della politica nazionale e la ragione vera del nostro declino. Altro che lotta al precariato e alle delocalizzazioni, ma solo squallida continuità con gli errori del passato che ci hanno già rovinato. L’impossibilità di creare lavoro con i decreti legge è stata già dimostrata, altrimenti l’URSS non sarebbe mai crollata, e il lavoro a termine è molto più dignitoso della disoccupazione o peggio del lavoro nero; così come non si possono vincere le elezioni con promesse irrealizzabili e pensare di sostituirle ogni giorno con spot propagandistici, sperando che i cittadini dimentichino di chiedere conto dei risultati dell’azione di governo, perché questo per fortuna non accadrà mai.

  • Retribuzioni, tra fantasie ideologiche e realtà oggettiva

    La concorrenza per una economia, specialmente se non in crescita come quella italiana, determina un abbassamento del valore dei fattori che contribuiscono alla formazione del PIL. Il primo fattore che subisce tale abbassamento del valore è sicuramente quello professionale legato al mondo del lavoro. A fronte quindi di una crescente offerta  di lavoro, intesa nello specifico come persone che cercano un’occupazione in un periodo di stabilità o peggio ancora come quello che sta vivendo il nostro paese dal 2007-2008, in un periodo di crisi o crescita inferiore persino al tasso di inflazione, inevitabilmente il valore del fattore professionale subisce un abbassamento nella sua quotazione generale: nello specifico nella retribuzione media.

    Questo principio vale per il mondo del lavoro come per qualsiasi altro mercato complesso e quindi estendibile a qualsiasi tipologia anche di servizi, un principio economico semplice e documentato in tutti i testi i cui concetti base vengono insegnati negli istituti seri.

    Viceversa, da oltre quindici anni si assiste increduli alla recitazione della teoria economica in base alla quale all’interno del mercato del lavoro buona parte delle persone che provengono dall’esterno dei confini italiani assumono incarichi che gli italiani non vorrebbero più, una tendenza da attribuirsi ad aspirazioni professionali superiori. In altre parole, a parte qualche caso particolare e reale (come nella provincia di Padova), risulterebbe evidente che tali lavori vengano attribuiti, in gran parte, a personale extracomunitario che compenserebbero una lacuna motivazionale della manodopera italiana.

    Queste superficiali e banali dottrine non più economiche ma ideologiche vengono distrutte dall’ultima relazione dell’Ocse. Questo organo internazionale afferma come in Italia i salari reali risultino diminuiti a causa della maggiore concorrenza tra i singoli lavoratori, quindi come logica conseguenza della accresciuta percentuale di lavoratori in cerca di occupazione.

    Contemporaneamente poi viene valutato come fondamentale anche un valore finora assolutamente negato ed invece legato al fattore “incertezza” relativamente al rapporto di lavoro (quindi le varie tipologie di contratti a termine) che spinge i lavoratori di ogni extracomunitari ad accettare incarichi a retribuzioni sempre più basse. In altre parole, mentre tutte le dottrine economiche sciorinate negli ultimi quindici/vent’anni abbinavano la scelta di un’economia dei servizi ad una moltitudine di contratti a tempo determinato come la via maestra per lo sviluppo italiano, da questo rapporto OCSE vengono irrimediabilmente ridicolizzate.

    Si aggiunga poi che il fattore flessibilità non viene utilizzato da queste dottrine  come la possibilità di impiego in molteplici forme della stessa “capacità”  lavorativa all’interno della location operativa avanzata ma semplicemente ed esclusivamente come la possibilità di entrare ed uscire dal sistema economico e professionale con contratti a tempo determinato.

    Teorie e  dottrine economiche che partono dalla posizione ideologica e politica già smentite dal  continuo calo dei consumi e dalla polarizzazione degli stessi che già da soli bocciano tali ridicole posizioni politiche e non più economiche che non hanno portato alcun miglioramento economico.

    Nello specifico poi si inserisce anche la possibilità all’interno delle imprese più grandi di ottenere manodopera da cooperative come fornitrici di servizi le quali abbassano ulteriormente la retribuzione degli operai che poi entrano in fabbrica. In più, in questo contesto in continua modificazione delle normative legate al mondo del lavoro, le aziende che vivono l’incertezza normativa come vero e proprio costo che blocca gli investimenti ovviamente rimangono abbastanza “corte” preferendo  investire in tecnologia la quale, quantomeno, ha un apporto costante nel medio lungo termine.

    L’ultima ricerca dell’Ocse di fatto annulla ed azzera queste teorie economiche recitate nei media televisivi e della carta stampata, ormai divenuti espressioni monoculturali.

    Questa  ricerca invece dimostra ancora una volta come la concorrenza rappresenti un sistema ed un’applicazione inevitabile in un mercato globale (che dovrebbe invece avere la tutela della filiera produttiva) che abbassa il valore il valore dei diversi fattori che intervengono nella creazione del valore stesso a tutto beneficio del consumatore. Accrescerla in un sistema economico in difficoltà determina inevitabilmente un abbassamento del valore di tutti i fattori economici che contribuiscono alla formazione del Pil. Una realtà talmente semplice da venire negata dal mondo dei nuovi guru economici quando basterebbe  possedere un minimo di umiltà e  leggere il riporto dell’Ocse senza la velatura dell’ ideologia e del proprio collocamento politico.

  • Dazi, un’arma a doppio taglio

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su Italia Oggi il 6 luglio 2018

    È un grave errore cercare di semplificare le grandi questioni internazionali, quali quelle economiche, finanziarie, commerciali o quelle riguardanti i flussi migratori. Spesso si pensa che isolare una questione importante dal resto renda più facile affrontarla. Purtroppo non è così. Si vorrebbe che le cose fossero semplici e poco complicate e quindi risolvibili. Invece spesso sono complesse, intrecciate con altre, tanto da esigere approfondite e multiple analisi.

    Lo è senz’altro il caso delle guerre commerciali in corso. Trump e altri credono che, aumentando i dazi sui prodotti importati dalla Cina e dall’Unione europea, l’industria e l’occupazione americane ne gioverebbero, incidendo positivamente anche sulla bilancia dei pagamenti degli Usa. In verità il commercio americano è da decenni fortemente squilibrato. Di certo non per comportamenti truffaldini dei partner ma per le decisioni interne che hanno favorito, ad esempio, l’outsourcing. Ciò ha determinato lo spostamento di molte imprese americane verso mercati poco regolamentati e a bassissimo costo del lavoro.

    Le multinazionali e le banche Usa hanno sfruttato questo sistema facendo profitti straordinari ed evitando di pagare le tasse dovute. Non è quindi sorprendente sapere che il deficit della bilancia commerciale Usa, da decenni è, ogni anno, di centinaia di miliardi di dollari. Così dicasi per il bilancio statale. Nel 2017, ad esempio, il deficit commerciale è stato di 568 miliardi di dollari (811 miliardi, se si considerano solo le merci senza i servizi) e, a sua volta, il deficit del bilancio federale ha raggiunto i 665 miliardi.

    La guerra commerciale non produrrà soltanto ritorsioni da parte dei paesi colpiti dai dazi. C’è già un’escalation di per sé foriera di gravissime instabilità. Essa rischia di mettere in moto effetti destabilizzanti anche sui mercati delle monete e su quelli finanziari. Pertanto, di conseguenza, la Banca nazionale cinese ha deciso di emettere 700 miliardi di yuan sul mercato, pari a oltre 100 miliardi di dollari, con l’evidente intento di svalutare la propria moneta.

    Si tratta di una contromisura per contenere i danni provocati dalle misure protezionistiche Usa. Con il deprezzamento dello yuan, gli esportatori cinesi livellerebbero così l’aumento dei dazi americani d’importazione, mantenendo in un certo senso i loro guadagni ai livelli precedenti alle decisioni Usa.

    Internamente alla Cina il deprezzamento della moneta non avrebbe grandi effetti negativi. Soltanto le sue importazioni diventerebbero più costose. Ma la Cina, da quasi 10 anni, ha cambiato la rotta della sua economia, sviluppando di più il mercato interno. I dazi, pertanto, possono diventare un ulteriore stimolo a sviluppare i settori industriali colpiti. Si tenga conto, inoltre, che la Cina ,da qualche tempo, promuove accordi commerciali in yuan, soprattutto con molti paesi emergenti, bypassando così la mediazione del dollaro.

    Per il suo sistema politico, economico e monetario e per le storiche alleanze internazionali, l’Unione europea, purtroppo, non può adottare decisioni simili. Anche se Washington starebbe per imporre una tassa del 20% su 1,3 milioni di veicoli importati dall’Europa, di cui più della metà dalla Germania. Quanto intrapreso in Cina, anche se in modi differenti per intensità e settori, com’era prevedibile, è avvenuto anche in Russia soprattutto per effetto dell’isolamento commerciale provocato dalle sanzioni.

    Sul fronte finanziario, una delle conseguenze determinata dall’instabilità, a seguito dell’aumento del debito globale e delle minacce di guerre commerciali, è stata la crescita della bolla dei credit default swap (cds). I derivati usati per le cosiddette coperture del rischio d’insolvenza. Essi misurano anche le fibrillazioni emerse a Wall Street dove Standard & Poor’s 500 (l’indice delle maggiori imprese americane), dal picco di gennaio a oggi, ha perso il 5%.

    Secondo varie analisi, anche dell’ultimo rapporto trimestrale della Banca dei Regolamenti Internazionali, il volume dei cds è di circa diecimila miliardi di dollari. Certo ancora lontano dai livelli del 2007, ma già preoccupante in previsione delle insolvenze del debito delle imprese e di altre categorie private. È appena il caso di sottolineare che oggi quattro banche americane (Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase e Goldman Sachs) gestiscono il 90% del commercio mondiale dei cds! Ancora una volta le autorità di controllo purtroppo stanno a guardare mentre la bolla cresce.

    Il commercio e i mercati non hanno bisogno di dazi ma di regole che valgano per tutti.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La rivoluzione energetica e post-liberista degli Stati Uniti

    Anni fa scrissi un intervento nel quale affermavo come il mondo sarebbe cambiato non appena gli Stati Uniti avessero raggiunto l’indipendenza energetica. In quegli anni infatti si cominciavano a vedere i primi effetti della ricerca tecnologica nel campo dello shale-oil. In altre parole immaginavo come gli Stati Uniti avrebbero abbandonato gli scenari internazionali a loro non congeniali e soprattutto non strategici liberi dal ricatto energetico: un diverso approccio già verificabile con la presidenza Obama che ora viene confermato con l’amministrazione Trump.

    Questa rivoluzione ha portato nel 2017/18 gli Stati Uniti a diventare il primo produttore di petrolio al mondo e grazie anche all’alleanza con l’Arabia Saudita vede la possibilità di accrescere all’interno delle politiche energetiche internazionali la posizione e soprattutto la possibilità di incidere sulle quotazioni del greggio da parte della amministrazione americana. Mentre l’Italia assieme all’Unione Europea, in modo “astuto”, ha scelto di allearsi con l’Iran (forse lo stato più antisemita del Medio Oriente) gli Stati Uniti hanno preferito un accordo con il primo paese per quel che riguarda le riserve energetiche (Arabia Saudita), creando un duopolio potenzialmente  invincibile.

    Ma un aspetto ancora più interessante emerge evidente. Mentre tutti i paesi produttori del Medio Oriente mirano ad ottenere il massimo rialzo possibile del prezzo sul mercato internazionale del barile di petrolio, in quanto questo accrescerebbe le proprie entrate, gli Stati Uniti invece assumono un ruolo assolutamente nuovo ed ancora incompreso agli occhi della stessa Unione Europea. Va Infatti ricordato come gli Usa  non solo vendono e  rappresentano il primo paese produttore ma da sempre sono anche il primo consumatore di petrolio al mondo.

    In questo senso quindi l’accordo che gli Stati Uniti hanno raggiunto con l’Arabia Saudita per aumentare la produzione saudita fino a 2 milioni di barili al giorno per ovviare ai problemi legati alla mancata esportazione di petrolio del Venezuela presenta l’evidente intenzione di evitare tensioni sui prezzi. In più a questa si aggiunge una politica di facciata di grande asprezza nei confronti della Russia che invece tenderebbe a raggiungere un accordo anche con Putin dimostrando la doppia valenza della rivoluzione energetica voluta e cercata dagli Stati Uniti stessi.

    L’amministrazione Trump infatti, pur rappresentando il primo produttore al mondo di petrolio attraverso le proprie scelte, non mira ad ottenere la più alta quotazione possibile del barile ma attraverso la ricerca tecnologica si pone l’obiettivo ambizioso di abbassare progressivamente il costo di estrazione di un barile che se per l’Arabia Saudita risulta di un dollaro al barile negli Stati Uniti per lo shale oil è passato da 74 a 52, mentre si stabilizza ora a 40 dollari per arrivare ad un range che viaggi tra i 24/30 dollari a barile.

    In più la doppia rivoluzione si manifesta attraverso la possibilità non solo di togliere il monopolio della produzione di petrolio, e della  politica dei prezzi all’Opec, ma soprattutto attraverso la possibilità di una politica calmieratrice di prezzi che possa assicurare una stabilità e così favorire gli investimenti a medio lungo termine ed evitare qualsiasi shock energetico che dopo quello finanziario crederebbe un’altra tensione turbolenta sui mercati mondiali. In questo senso l’obiettivo di $60 a barile rappresenterebbe il compromesso perfetto per assicurare sviluppo economico  costante all’economia statunitense ed occidentale ed evitare shock energetici.

    In altre parole per la prima volta nell’economia occidentale, definita capitalistica e “iperliberista” dai critici del presidente Trump, un soggetto economico come lo stato americano invece di perseguire il massimo guadagno possibile, nello specifico non opponendosi alla crescita della quotazione del greggio per la piena soddisfazione dei propri produttori, preferisce optare per un valore intermedio che assicuri marginalità alle proprie aziende estrattrici di petrolio shale oil ma non risulti  penalizzante per l’economia americana. A questa rivoluzione di economia politica segue quella dei produttori i quali rinunciano nell’immediato a massimizzare i propri profitti e quindi ad ottenere il massimo del Roe (return of investiment) per appoggiare una politica dell’amministrazione statunitense che mira ad uno sviluppo complessivo del sistema economico americano con un’ottica strategica.

    In altre parole, alla visione speculativa di derivazione finanziaria gli industriali statunitensi dell’estrazione di petrolio appoggiando la politica dell’amministrazione dimostrano il proprio pieno appoggio alla politica di sviluppo a medio e lungo temine rinunciando ora a marginalità sicuramente allettanti. Due aspetti di questa rivoluzione che coinvolgono l’attuale presidente degli Stati UNiti Trump insieme ad una classe imprenditoriale di grande capacità strategica. Del resto già dopo la diminuzione delle aliquote fiscali sui profitti aziendali gli imprenditori statunitensi avevano dimostrato un certo spessore distribuendo anche ai dipendenti, direttamente attraverso bonus (1.780 dollari a dipendente per Wall Mart ed anche di più per  Fca) o attraverso reshoring produttivo, sempre Fca ha riportato la produzione di Pick Up in Usa. In questo modo parte dei benefici, distribuiti anche ai dipendenti delle aziende, è stata ottenuta appunto con la riduzione fiscale.

    Questa rivoluzione energetica (lo shale oil) e strategica (la volontà di calmierare la quotazione del greggio) viene ancora sottostimata e probabilmente non compresa nel resto del mondo. E invece assume il valore e la valenza della caduta del Muro di Berlino in quanto dimostra come una visione complessiva dell’amministrazione statunitense permetta e dimostri il valore strategico che viene attribuito e considerato superiore a quello del massimo guadagno speculativo nell’immediato.

    Siamo davanti alla rivoluzione di un’economia avanzata come quella statunitense  nella quale per la prima volta la visione strategica prevale su quella speculativa. I risultati di questa rivoluzione cominciata con le amministrazioni precedenti trovano la loro massima espressione attraverso l’utilizzo dell’indipendenza energetica non a fini speculativi ma per assicurare un valore compatibile con lo sviluppo economico complessivo.

    Mentre in Italia e in Europa la discussione galleggia tra i modelli di sviluppo caratterizzati dal  minore o maggiore utilizzo dei principi keynesiani uniti ad una maggiore o minore importanza dei contratti a tempo determinato, il resto del  mondo evolve per fortuna riuscendo anche ad indicare delle soluzioni diverse.

    Gli Stati Uniti ancora una volta hanno assunto una nuova centralità per quanto riguarda la politica energetica e attraverso di essa stanno adottando una nuova strategia decisamente rivoluzionaria proponendo un nuovo modello nel ruolo della pubblica amministrazione e nello sviluppo economico a medio e lungo termine.

  • Modelli economici in scala 1:10

    Nella diatriba politico economica in cui i sostenitori dell’attuale asset istituzionale ed economico all’interno dell’Unione Europea sono contrapposti alla compagine politica che vede nell’uscita dall’euro, e magari della stessa Unione, la soluzione ai problemi di sviluppo economico  entrambi gli schieramenti portano, a supporto delle proprie tesi, alcuni esempi di Nazioni (quindi di un sistema complesso di economia, istituzioni e popolazione) che confermerebbero le proprie posizioni, soprattutto in ambito economico.

    Il Portogallo rappresenta l’esempio adoperato da chi considera la possibilità di invertire il trend negativo avviato dal 2011 in poi per il nostro Paese ricorrendo soprattutto alla rimodulazione della spesa pubblica.

    Da più parti infatti si legge come il Portogallo, per uscire dalla crisi, abbia utilizzato concetti come “i progressi sono stati frutto anche dei provvedimenti presi dai governi precedenti che oltre ad iniziare l’austerity hanno reso più flessibile il mercato del lavoro (contratti a termine, orari elastici, malleabilità salariale, licenziamenti)” uniti a “un forte aumento dell’export, senza bisogno di agire sul cambio e con robuste iniezioni di liberalizzazioni e deregolamentazione del mercato di energia, telecomunicazioni, trasporti, poste e professioni, avendo altresì perfezionato la normativa antitrust”.

    Certamente il Portogallo ha saputo sfruttare al meglio i finanziamenti europei per migliorare l’offerta formativa (mentre in Italia si varava la buona scuola) e questo ha permesso alla nazione lusitana di aumentare il livello culturale generale.

    Tornando però alla ricetta economica c’è da chiedersi se questa analisi comparativa tra l’economia portoghese e quella italiana possa definirsi corretta.

    Innanzitutto andrebbe fornito  il giusto peso al fattore demografico: durante il periodo della crisi circa 500.000 portoghesi hanno lasciato il proprio paese in cerca di migliori opportunità professionali all’estero.  Considerando che la popolazione del paese risulta di poco superiore ai 10 milioni in pochi anni è mancato il 5% della popolazione (come se in Italia emigrassero in pochi anni tre milioni di cittadini). Questa emigrazione economica di persone che già erano ai margini del ciclo economico (quindi pesavano sulla spesa pubblica attraverso prestazioni e servizi sociali)  ha portato ad  una inevitabile  riduzione sostanziale della spesa pubblica, frutto quindi della minore utenza e non di scelte politiche (confermata dalla sostanziale tenuta della pressione fiscale).

    In altre parole, nessuna delle cosiddette liberalizzazioni o aperture al mercato ha avuto la capacità di incidere sul volume della spesa pubblica quanto l’emigrazione del 5% della popolazione portoghese. Una emigrazione che aveva prodotto nel 2016 un calo dei consumi del -8,2% e che successivamente ha virato in positivo al +2.2%, soprattutto grazie alla ripresa del turismo (quindi sempre un fattore esogeno al sistema portoghese) e che già nelle previsioni dei prossimi anni prevede un ulteriore rallentamento della crescita.

    La parte avversa invece ha sposato come modello economico di sviluppo l’Ungheria. Una nazione che ha il terzultimo stipendio medio europeo (648 euro davanti solo a Romania e Bulgaria), poco più di 1/3 di quello italiano che è di 1.560 euro. Può sembrare veramente paradossale che una parte politica di una nazione prenda a modello una economia con un valore di Pil  15 volte inferiore alla propria.

    Quindi  quello che unisce le due diverse analisi, che giungono a soluzioni ovviamente opposte, è la scelta dei modelli di riferimento assolutamente non compatibili in scala 1:10.

    Il Portogallo  ha una popolazione di poco superiore ai dieci milioni di abitanti, esattamente quanto la Lombardia. Quindi ogni scelta di politica economica del governo portoghese può eventualmente proporsi con una valenza regionale in quanto i sessanta milioni di cittadini italiani definiscono una società decisamente più articolata e complessa e che quindi necessita di politiche economiche e fiscali più articolate.

    La stessa Ungheria presenta una popolazione di poco inferiore ai dieci milioni (9 milioni ed 800.000, quindi vicina ai circa 9 milioni e 900.000 del Veneto), quindi anche in questo caso la complessità italiana rende l’esempio scelto assolutamente non compatibile.

    Se poi si inserisse il parametro del Pil in entrambi i modelli scelti a sostegno delle opposte tesi economiche il quadro diventerebbe addirittura ridicolo.

    Il PIl del Portogallo risulta di 204 mld (in crescita del 2,7 nel 2017) mentre quello dell’Ungheria risulta di circa 112 Mld di euro, con un tasso di crescita superiore alla media europea (4% rispetto al 2% della media europea ed all’1.4% italiano). Il primo risulta otto volte inferiore a quello italiano mentre quello ungherese risulta 1/15 di quello italiano. All’interno di una analisi comparata dovrebbero caso mai essere queste due nazioni a scegliere noi come modello economico da seguire o eventualmente da evitare.

    Emerge evidente come la scelta dei modelli politici ed economici dei due diversi schieramenti risulti arbitraria (cioè non basata su modelli omologhi e compatibili anche utilizzando il solo parametro di grandezza) e motivata da argomentazioni ideologiche e non certo economiche.

    In fondo queste scelte dimostrano la imbarazzante mancanza di conoscenza dei parametri di base per analisi comparate espresse da entrambi gli schieramenti i quali, con le loro scelte, sposano (in modo assolutamente inconsapevole considerato lo spessore nella analisi comparate) la tesi dell’On. Andreotti.

    Questi, soprattutto attraverso la propria politica estera, mirava a far diventare il nostro Paese come il primo dell’area mediterranea invece di guardare ai modelli europei o di oltre oceano. Per lo meno la politica e la strategia dell’ex leader della prima Repubblica risultavano una scelta consapevole.

    Viceversa il medesimo obiettivo viene inconsapevolmente  (per deficit culturale) perseguito da entrambi gli schieramenti politici che convinti di proporre con la scelta dei propri modelli economici di riferimento  indirizzano il nostro Paese verso un declino economico nell’immediato ma sono espressione di un articolato declino culturale cominciato e coltivato da oltre trent’anni.

  • I dazi: a monte o a valle

    Viviamo di analisi che hanno la capacità retrospettiva al massimo di quarantotto ore.

    Durante la presidenza Obama venne introdotta negli Stati Uniti la certificazione della filiera della carne nella quale venivano indicati tutti i passaggi, dall’allevamento alla macellazione fino al banco del supermercato. Questa iniziativa normativa ovviamente risultò molto apprezzata dal consumatore statunitense e provocò un aumento delle vendite di carne prodotta negli Stati Uniti a scapito di quelli importata dal Messico e dal Canada, dimostrando innanzitutto come anche i consumatori statunitensi risultino molto attenti alla certificazione della filiera di ogni alimento e quindi all’aspetto qualitativo. Contemporaneamente l’iniziativa conferma l’importanza della conoscenza nello specifico della certificazione della filiera che rappresenta la vera soluzione per un consumo consapevole di prodotti di alto di gamma, come risultano quelli del made in Italy.

    I due stati (Canada e Messico) chiamarono in causa il Wto e ottennero di aprire una procedura contro gli Stati Uniti accusandoli di concorrenza sleale che avrebbe provocato una diminuzione delle proprie esportazioni di carne verso il mercato statunitense. All’inizio della propria presidenza Trump affermò come il mercato americano non potesse più rappresentare il punto di arrivo delle esportazioni di tutti i paesi (in particolare cinesi ed europee) ma che l’amministrazione statunitense aveva intenzione di riequilibrare il traffico commerciale in entrata come in uscita con gli altri paesi partner ed attori del mercato globale.

    Fedele a queste impostazioni economico-politiche infatti l’amministrazione statunitense provò ad esportare in Europa la carne statunitense (la stessa certificata dall’amministrazione Obama) che venne bloccata in quanto non rispondeva a determinate specifiche presenti in Europa. Ebbero medesima sorte i prodotti agricoli in quanto sospettati di essere OGM.

    A fronte di tali rifiuti nel 2017 il presidente Trump criticò aspramente queste decisioni europee definendole assolutamente inaccettabili e che avrebbe avviato, di fronte al perdurare di tali decisioni, una politica dei dazi relativa anche ai prodotti europei.

    Nel medesimo periodo, cioè nell’ottobre 2017, l’Unione Europea unilateralmente decise l’introduzione dei dazi sull’alluminio e sul’acciaio cinese per un valore percentuale dal 23 al 52%.

    Quando la medesima decisione venne presa solo cinque mesi più tardi dall’amministrazione statunitense l’Unione Europea criticò aspramente bollandola come un ulteriore attacco al mercato globale. Contemporaneamente la stessa Unione Europea introdusse dei dazi per i pneumatici cinesi da 43 fino a 82 dollari a pneumatico, omettendo così, ancora una volta, di essere stata la prima a introdurre questa politica dei dazi al fine di favorire le produzioni nazionali o continentali.

    Successivamente, di fronte alla incapacità ed impossibilità per l’amministrazione statunitense di aumentare le proprie esportazioni verso l’Unione Europea, la pressione politica esercitata dagli Usa ha tuttavia permesso e negoziato un accordo con la Cina la quale si impegna ad acquistare circa 300 miliardi di nuovi prodotti agricoli.

    Tornando all’Europa, sempre il presidente Trump ha introdotto, fronte al muro di gomma europeo, i dazi relativi all’alluminio e all’acciaio europeo. Contemporaneamente la pressione politica esercitata dall’amministrazione Trump ha indotto l’amministrazione cinese ad abbassare i dazi sulle auto straniere (sia europee che statunitensi) dal 25 al 15%. Verrebbe poi da chiedersi come mai la Ue abbia considerato un attacco al libero mercato l’azione del presidente Trump quando poi accettava dazi cinesi del 25% sulle proprie esportazioni di auto! Ora, dimenticando in più di essere stata la prima ad aver inaugurato questo tipo di strategia, l’Unione Europea ha deciso, o perlomeno sta decidendo, di introdurre una serie di dazi sui prodotti finiti come Levi’s o il Whisky Bourbon e le Harley-Davidson in risposta all’iniziativa dell’amministrazione americana, offrendo quindi una deriva pericolosa alle contromosse statunitensi. L’Unione Europea perciò prima ed unica responsabile per quanto riguarda l’inizio di questa tipologia di politica dei dazi in risposta all’amministrazione Trump impone dei dazi sui “prodotti finiti” mentre quelli imposti dall’amministrazione Trump riguardano le “materie prime“, per ora.

    I dazi (va specificato) rappresentano certamente l’estrema ratio per quanto riguarda la politica economica. Tuttavia questi possono rappresentare anche una modalità, certamente temporanea, per salvaguardare le produzioni in attesa di un piano strutturale di sviluppo completo, come per esempio l’introduzione di una organizzazione aziendale più consona ad un mercato globale.

    Questi inoltre hanno ragione di essere utilizzati quando le aziende si trovano ad operare in un mercato globale ma con regole profondamente diverse (per quanto riguarda le normative sul lavoro sui protocolli sanitari degli stessi prodotti), tanto da rendere i fattori di tutela dei lavoratori come quelli dei consumatori antieconomici, impossibili da annullare anche con qualsivoglia aumento della produttività. Soprattutto però dovrebbero essere imposti sulle materie prime e non sui prodotti finiti, perlomeno nelle prime stagioni di utilizzo di questa leva fiscale.

    I dazi imposti sui prodotti finiti colpiscono infatti l’intera filiera a monte della stessa rendendo impossibile qualsiasi tipo di adeguamento produttivo che possa assorbire il valore anti-competitivo del dazio e di conseguenza penalizzando il consumatore. In questo senso si ricorda che il vantaggio per il consumatore viene considerato la ragione principale proposta dai fautori del mercato globale senza regole. Gli stessi che ora vogliono imporre i dazi sul prodotto finale, penalizzando così il consumatore, manifestano una netta contraddizione in termini.

    Viceversa il dazio imposto a monte della filiera, quindi sulle materie prime, permette alle diverse industrie di trasformazione che partecipano alla complessa filiera, attraverso la ricerca di una maggiore produttività come di sinergie anche digitali più evolute ed un conseguente aumento della produttività, di assorbire il valore del dazio in modo da rendere minimo l’impatto per il consumatore.

    Ancora una volta l’Unione Europea ha dimostrato di avere una posizione ideologica ed assolutamente irresponsabile attraverso la scelta di imporre dei dazi sui prodotti finiti che coinvolgono figure professionali che rappresentano la forza lavoro e professionale delle diverse aziende che contribuiscono alla filiera complessa di un prodotto.

    La posizione europea, sia che venga dettata da una questione ideologica o semplicemente da una miope visione economica, rappresenta l’ennesima conferma di un declino culturale che investe l’intero vecchio continente. Una Europa che si dimostra e si conferma incapace di gestire un mercato complesso ignorando o annullando i problemi che la complessità inevitabilmente comporta.

  • Vent’anni passati inutilmente

    Alla fine degli anni ‘90 si aprì negli Stati Uniti un interessante confronto che opponeva economisti e fiscalisti i quali, al di là delle diverse opinioni politiche ed economiche, partivano dalla valutazione di un dato oggettivo.

    Dai dati economici relativi ai consumi e alla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti emergeva evidente  come l’economia americana stesse aumentando sempre di più la differenza tra ceto abbiente e fasce della popolazione sempre più in difficoltà e come l’ascensore sociale ed economico sostanzialmente si fosse fermato a favore invece di rendite di posizione. La discussione divenne particolarmente accesa ed articolata in relazione alle politiche da scegliere per porre rimedio a questa deriva economica e sociale. Le differenti posizioni vedevano contrapposte strategie che puntavano sul minore carico fiscale per fornire nuova linfa alla crescita economica in antitesi con chi invece indicava nella maggiore pressione fiscale sui redditi più alti la ricetta per diminuire tali divari economici tra le diverse fasce di popolazione.

    Al di là delle diverse posizioni tutti partirono dal presupposto, considerato come un dato indiscutibile, che la società dei servizi, quindi sostanzialmente l’economia post-industriale, manifestava il suo limite  proprio nella distribuzione del reddito prodotto, soprattutto e sostanzialmente a causa della minore concentrazione di manodopera per milioni di fatturato che l’economia dei servizi richiedeva.

    In altre parole, al di là delle diverse ricette proposte, da allora cominciarono una nuova visione ed una nuova strategia economica che ponevano all’interno, come al centro, dello sviluppo economico che potesse  assicurare non solo la redditività del capitale ma anche un maggior benessere diffuso: la crescita economica ed industriale. In quel periodo nacque la rivalutazione delle riallocazioni produttive una volta delocalizzate in Paesi a basso costo di manodopera, il cosiddetto reshoring produttivo.

    Ora, a distanza di vent’anni, la nomenclatura economica e politica europea ed  italiana osserva i medesimi effetti legati alla deindustrializzazione europea, in particolare dei paesi del Sud Europa, senza averne ancora  compreso le ragioni e tantomeno trovato le soluzioni. I dati relativi infatti all’aumento della forbice tra redditi alti e medio bassi registrano ancora una volta una diminuzione di consumi redditi bassi pari al -5%. Anzi, si sta addirittura cercando di accrescere tale declino economico e sociale (scelta legata, si spera, all’ignoranza e non ad una consapevole strategia) che investe sostanzialmente il ceto medio attraverso l’introduzione di modelli economici come la Gig e la Sharing Economy. La loro applicazione infatti tenderà a rendere ancora maggiori i divari come le dinamiche tra i titolari e i gestori di servizi ed il personale chiamato a gettone ad eseguire questi interventi professionali. Quella stessa Gig Economy presentata dalla candidata alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton e che fu bocciata clamorosamente dalla ritrovata centralità della politica industriale dell’attuale presidente Donald Trump.

    Sembra incredibile come, a fronte di una storia conosciuta e che quindi può ma soprattutto dovrebbe rappresentare un esempio importante quantomeno per avviare una discussione in Italia come in Europa, non esista nel passato remoto come prossimo e tantomeno nel futuro una politica che porti al centro dello sviluppo economico nazionale ed europeo una fiscalità di vantaggio esattamente come quella voluta da Cameron prima del risultato della Brexit che ha dato tanto aiuto all’economia inglese dopo la fuoriuscita dall’Europa. Una strategia economica che utilizza il fattore fiscale come elemento competitivo che non ha nulla in comune con la volontà di penalizzare chi delocalizza le produzioni attualmente. Dimostrando, in quest’ultimo caso, come la politica ancora non abbia capito come non serva a nulla porre dei paletti o dei divieti quando invece dovrebbe favorire l’economia e non viceversa penalizzare determinate scelte che possono essere condivisibili o meno ma che rappresentano comunque l’espressione di una volontà imprenditoriale legittima in quanto manifestazione di strategie con capitale di rischio.

    Ancora riesce difficile comprendere come la sola fiscalità di vantaggio rappresenti oggi il fattore fondamentale per attirare la riallocazione di produzioni una volta delocalizzate nei paesi a basso costo di manodopera, come degli investimenti esteri, all’interno del nostro Paese unito ad una stabilità monetaria che ovviamente un ritorno alla Lira non potrebbe assicurare.

    Vent’anni risultano passati da quell’interessante confronto politico negli Stati Uniti alla fine degli anni novanta, trascorsi evidentemente inutilmente perché invece di far tesoro delle esperienze di nazioni più evolute della nostra continuiamo a commettere gli errori tipici di chi non abbia memoria e intelligenza per trarre lezioni della storia.

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