Economia

  • Il sorpasso

    Una strategia economica suicida che non ha mai posto al centro della ripresa economica lo sviluppo dell’economia industriale ha conseguito, purtroppo,come inevitabile risultato il sorpasso della  Spagna nel calcolo del Pil e del reddito pro capite. In questo senso infatti andava interpretato il differenziare di spread tra l’Italia e la Spagna (ormai consolidato da molte stagioni) il quale invece in Italia dai dotti economisti, sia liberisti che conservatori o massimalisti, veniva interpretato come una mossa speculativa della perfida Finanza. Come non ricordare la contesa mediatica che vedeva anni addietro il primo ministro Prodi guerreggiare con Zapatero quando il secondo affermava di aver superato il PIL italiano. A distanza di una ventina d’anni purtroppo l’inefficienza come i limiti culturali di una classe politica incompetente unita ad una politica fiscale suicida senza una minima visione strategica espressa da tutti i governi degli ultimi vent’anni hanno portato a questo terribile risultato.

    Un “traguardo” attribuibile ad  un ceto politico che ha sempre favorito le clientele, i gruppi elettorali e di appoggio penalizzando professionalità, competenze esterne ed interne alla pubblica amministrazione. Ancora oggi infatti si continua a intravedere dal recupero dell’evasione fiscale la leva per riportare in equilibrio i conti finanziari e soprattutto del debito pubblico quando invece tutti gli studi economici individuano nella inefficienza della pubblica amministrazione la ragione principale del nostro declino.

    Una logica economica e soprattutto fiscale che ha sempre individuato prima nel commercio indipendente, successivamente nelle PMI, delle fonti di semplice evasione fiscale e non fornitori di percentuali importanti del PIL e quindi di ricchezza ed occupazione. Da allora ad oggi il mondo è radicalmente cambiato come la classe politica che ha governato la Spagna. Questa stessa considerazione non si può esprimere certamente per quanto riguarda l’Italia.

    Basterebbe questo triste risultato perché la classe dirigente, a cominciare Confindustria, assieme a tutti i partiti politici e le associazioni di categoria, compresi i sindacati, e non ultimo il mondo accademico che ha sempre dimostrato la propria miopia nell’elaborazione di queste strategie economiche che hanno ottenuto questo disastroso risultato, a dover  indurre, come atto di una rinnovata presa di coscienza nazionale, a rassegnare le proprie dimissioni per manifesta indegnità  ed incompetenza. In un paese che perde posizioni di importanza economica questo rappresenterebbe il primo argomento relativamente alle consultazioni ed ai programmi di un governo nascente.

    Viceversa il mondo politico unito al sistema mediatico si preoccupano dei veti incrociati, espressione di personalità politiche che esprimono in questo modo la propria incapacità nell’elaborazione di visioni complessive.

  • Investimenti e risorse umane

    Molto spesso, anzi, troppo spesso, si parla della necessità di aumentare la spesa pubblica con l’obiettivo di incrementare gli investimenti pubblici favorendo così le condizioni per una crescita  dell’economia italiana. L’analisi della storia del nostro Paese evidenzia invece come questi investimenti non vengano utilizzati per la realizzazione di nuovi fattori con l’importante funzione di aumentare la competitività del sistema industriale ed  aziendale italiano, troppo spesso questi si trasformano  semplicemente in nuova spesa corrente ed improduttiva finalizzata alla semplice creazione di “posti” che si trasformano successivamente in consenso elettorale. Come se non bastasse, negli ultimi anni si sono aggiunte scelte dissennate come i quasi 30 miliardi di nuovo debito per finanziare gli 80 euro dati alla fascia media (8.000/26.000 fascia di reddito escludendo quindi i veri indigenti) e che rivela come questi siano stati un semplice rimborso fiscale in quanto al disotto degli 8000 euro scatta l’esenzione dalla dichiarazione dei redditi.

    Si aggiungano poi gli oltre 30 miliardi per finanziare il Jobs Act che dopo tre  anni ha portato allo “stupefacente” risultato di 91.000 di contratti a tempo indeterminato e oltre 910 mila a tempo determinato: di questi ultimi poi il 33% è di non oltre i tre (3!!!) giorni di durata.

    Per motivi la cui individuazione sarebbe troppo complessa in quanto investe la commistione tra un sistema pubblico ed interessi privati i quali si uniscono malignamente nella attribuzione e gestione  della spesa pubblica italiana, fare un confronto con i paesi nostri confinanti potrebbe aprire uno squarcio nelle priorità di determinate scelte delle altre nazioni, sempre in tema di spesa pubblica, ma soprattutto della sua articolazione che evidenzia inevitabilmente i parametri di riferimento.

    In questo contesto quindi può risultare di grandissimo aiuto il rapporto presentato dall’Ufficio Economico del Cantone di Zurigo il quale ha pubblicato la classifica delle professioni maggiormente retribuite.

    Per chiarezza va comunque ricordato che le cifre riguardano l’importo al lordo delle tasse la cui pressione ovviamente risulta inferiore rispetto a quella italiana e parallelamente va considerato come il costo della vita mediamente risulti più alto in Svizzera rispetto alla nostra Italia.

    Fatte queste precisazioni, tornando al rapporto dell’ufficio economico del Cantone di Zurigo al primo posto di questa classifica viene indicata come professione maggiormente retribuita quella del  diplomatico (13.555 Franchi/mese), seguita dall’ufficiale istruttore (8.192 Franchi/mese).

    Al terzo posto il maestro elementare (6.981 Franchi/mese), al quarto il giornalista (6.440 Franchi/mese), mentre l’ostetrica risulta al quinto (6.229). Il muratore guadagna mediamente 5.553 franchi (sesto posto), seguito dalla maestra d’asilo con 4.977 Franchi, quindi settima in classifica la professione del falegname (4.435), quelle del libraio (4000) e del tassista (3.20 ) chiudono la classifica.

    Al di là di un facile entusiasmo che possono suscitare tali cifre dalle quali appunto vanno sottratte  la tassazione per l’assicurazione sanitaria ed il fondo per la vecchiaia (AVS) tuttavia quello che emerge evidente ed assolutamente sorprendente rispetto a quanto avviene nel nostro paese come le professioni relative ai percorsi formativi ed educativi dei bimbi e dei ragazzi (il maestro elementare, l’ostetrica e la maestra d’asilo) occupino nella classifica reddituale rispettivamente il terzo, il quinto e il settimo posto. Tale posizione di assoluto prestigio (confermato dal livello retributivo) dimostra come all’interno di una realtà variegata come quella federale svizzera, espressione di un benessere economico nazionale, le figure maggiormente formative, dal momento della nascita fino all’ingresso nell’età adolescenziale, vengano considerate ed adeguatamente retribuite.

    Una scelta o, meglio, una strategia espressione di scelte i cui effetti si vedranno nel medio e lungo termine e che considera importanti appunto le figure professionali che intervengono nella formazione dei bimbi e dei giovani che rappresentano la classe dirigente del domani. Tale spesa in Italia viene contabilizzata dalla spesa corrente per il personale perché la massificazione delle professioni, confermata dall’appiattimento retributivo, è espressione della ideologia post sessantottina.

    Viceversa in Svizzera, e specificatamente nel Cantone di Zurigo, le professioni che intervengono nelle prime fasi della vita formativa vengono riconosciute come fondamentali e come un vero e proprio investimento, quindi un fattore competitivo in prospettiva.

    Al di là del contenuto etico che evidentemente lo Stato svizzero riconosce a questo tipo di professioni, confermato dal livello retributivo, è evidente come la Svizzera consideri ed ipotizzi la propria crescita futura all’interno di uno stato e di un’economia in forte espansione, partendo dalle origini formative dei  propri cittadini attraverso la selezione e la conseguente retribuzione di varie figure formative fondamentali.

    Paradossale poi  che in Italia i falegnami siano ormai spariti quando proprio nella ricca Svizzera rappresentano nel Cantone di Zurigo (indicato come uno dei più alti per qualità di vita al mondo) il falegname rappresenti l’ottava professione per livello retributivo. Non deve suscitare alcun stupore quindi se poi tali investimenti in risorse umane, quelli che in termini aziendali vengono chiamate HR (human resources), si trasformino in veri e propri fattori economici competitivi dei quali l’economia svizzera è espressione di un sistema industriale vincente, mix di eccellenze mondiali e di PMI, e di un sistema economico e politico che intenda crescere tutelando le proprie risorse dal momento della nascita e durante  l’età formativa al fine di prepararle all’ingresso in un mercato sempre più competitivo e globale.

    Rispetto a questa classifica fa sorridere, se non arrabbiare, l’importanza che i media nazionali (in costante e continua  flessione di copie senza aumentare le connessioni internet) ancora riservano alle “nuove professioni” legate alla app, sharing o gig economy, assolutamente ridicole rispetto alla classifica svizzera che neppure le prende in considerazione.

    Anche copiare un modello economico e sociale può essere un’arte per il cui esercizio però risulta necessaria una base minima di conoscenza, evidentemente ancora sconosciuta alla nostra classe dirigente italiana. Questo rapporto economico presentato dall’ufficio economico del Cantone di Zurigo riconosce sostanzialmente il valore di un investimento nelle risorse umane che si trasforma in un fattore economico competitivo del quale ne trae giovamento l’intera economia svizzera.

  • Profumo di monopolio

    Ed alla fine, com’era inevitabile, Amazon comincia ad aumentare le quote dell’abbonamento Prime del 80% avendo raggiunto, attraverso l’aggressività delle proprie politiche commerciali, una posizione di assoluto predominio. Quello che era stato indicato come la forma più moderna e democratica, quindi più interessante, della distribuzione da parte di tutti gli economisti e docenti europei sta diventando un semplice e tutto sommato già conosciuta posizione di monopolista la quale, avendo sbaragliato la concorrenza fisica dei negozi e dei centri commerciali, ora può  avviare le proprie strategie di sviluppo in regime di semi monopolio.

    A nulla è valsa l’esperienza che avrebbe dovuto insegnare il passaggio dal “dettaglio indipendente”, cresciuto nel dopoguerra fino alla metà degli anni ’80 con il proprio posizionamento all’interno delle nostre città, successivamente messo in crisi dai centri commerciali come dagli stessi  negozi monomarca di quelle aziende che la stessa distribuzione indipendente aveva contribuito a far crescere.

    Allora come adesso nella logica della distribuzione, come di quella economica ed in senso generale quindi anche industriale, non può risultare vincente un unico top player distributivo il quale possa avvalersi di una propria maggiore capacità economica ma soprattutto sostenibilità finanziaria (e quindi disponibile anche a reggere diversi esercizi in perdita).

    In questo senso la normativa europea, tanto  particolareggiata nella definizione dei calibri di zucchine e vongole, ha evitato di cimentarsi nella dottrina e soprattutto nella normativa di questo nuovo canale distributivo dimostrando ancora una volta il  proprio ritardo culturale e cognitivo.

    In questo senso infatti risulta assolutamente migliore un sistema nel quale vengano tutelate tutte le più diverse manifestazione di strutture imprenditoriali nel settore industriale come anche nel settore della distribuzione. Il favore con il quale il mondo politico ed accademico hanno invece salutato il notevole spazio che l’e-commerce ha saputo avere, per le proprie capacità, nel mercato della distribuzione dimostra ancora una volta sostanzialmente la mancanza di qualsiasi tipo di strategia non solo economica ma anche distributiva nella visione del medio lungo termine da parte di tutta l’Unione Europea. Il medesimo entusiasmo dimostrato per  l’arrivo sul mercato di Uber o l’avvento per le piattaforme professionali espressione della Gig Economy, considerate e valutate positivamente solo in quanto espressione di una innovazione tecnologica senza considerare i costi sociali, politici ed economici che queste inevitabilmente comportano.

    Il fallimento della catena Trony come la chiusura di oltre 257 negozi della Foot Locker dimostrano come per contrastare qualsiasi tipo di monopolio (esistente o in via di definizione non comporta alcuna differenza), proprio al fine di tutelare il consumatore finale, la classi politiche dirigenti ed economiche italiane ed europee avrebbero dovuto avviare delle politiche che garantissero la distribuzione ordinaria in considerazione del continuo aumento della pressione fiscale la quale  inevitabilmente si trasforma in un indiretto vantaggio competitivo di questi top player legati all’e-commerce.

    In questo contesto la politica come il mondo accademico e quello ancora più variegato degli economisti non dovrebbero dimostrare di scegliere uno dei tanti contendenti in campo economico  ma viceversa assicurarsi che tutti abbiano il medesimo trattamento, in particolar modo in relazione al sistema fiscale. Di contro tanto in Italia quanto in Europa si è dato ridicolo spazio al tentativo di mistificare una semplice accisa del 3% sul fatturato dei giganti di internet come se risultasse una tassazione sull’attività di impresa. L’ennesima riprova della disonestà intellettuale attraverso la quale  poter ottenere un vantaggio finanziario per la cui nascita la Ue si manifesta disponibile a mentire sul carattere dell’origine normativa invece di definirla una legittima scelta politica.

    Tuttavia tornando al valore della conoscenza ma soprattutto della comprensione della lezione che la storia sa offrire rimane incredibile come lo stesso scenario legato ai cambiamenti distributivi degli anni ottanta, attraverso la perdita di centralità di  un dettaglio indipendente posto in difficoltà prima dai centri commerciali e contemporaneamente dai negozi monomarca, non fornisca alcun dettaglio per interpretare gli scenari a medio lungo termine. In questo senso vanno ricordate tutte le analisi assolutamente postume che avevano individuato nella scelta scellerata italiana di non intervenire attraverso un’azione imprenditoriale nel settore della distribuzione organizzata. Uno dei motivi per il quale il nostro commercio si è sempre più trovato in forte difficoltà e con lui tutte le PMI italiane. Basti  ricordare in questo senso la vendita alla Rinascente da parte del gruppo Fiat.

    La recente acquisizione invece da parte del gruppo svizzero Richmond, leader mondiale nell’alta orologeria svizzera, della piattaforma italiana Yoox dimostra invece come anche un gruppo industriale possa investire in una piattaforma digitale per completare il controllo del ciclo di vita del prodotto dalla sua ideazione fino alla commercializzazione.

    Un investimento questo nello specifico che manifesta la volontà del controllo assoluto dell’intera filiera del prodotto, dalla sua ideazione fino alla commercializzazione compresa.

    Una scelta strategica che conferma ancora una volta quanto risulti vincente il modello aziendale “in-sourching “applicato da molte aziende svizzere le quali inseriscono all’interno del perimetro aziendale tutte le aziende fornitrici di servizi e nello specifico anche le piattaforme web. Quando invece in Italia ancora adesso sia preponderante la filosofia e la struttura aziendale Out-sourcing. Un successo confermato dai record ottenuti nelle esportazioni nel biennio 2016/2017 del sistema inerziale svizzero nonostante l’apprezzamento del Franco Svizzero divenuto valuta di rifugio e che toglie anche ogni valore agli effetti delle politiche monetarie tanto care ai nostalgici della lira. Ora che negli Stati Uniti i titoli della distribuzione organizzata vengono definiti junk e col passare degli anni anche i centri commerciali cominceranno a dimostrare i propri limiti dimostrando così ancora una volta l’assoluta mancanza di una strategia distributiva che vede coinvolti anche i massimi vertici dell’imprenditoria italiana.

    L’effetto di tale mancanza come di qualsiasi tipo di iniziativa si manifesta ora attraverso le prove che fanno trapelare una posizione assolutamente dominante di Amazon. Questa fotografia che sta delineando il nuovo futuro nella distribuzione moderna potrebbe dovrebbe viceversa venire contrastata esattamente mediando, adottando ed imparando dall’evoluzione storica della distribuzione fisica.

    In altre parole le aziende italiane che producono un prodotto ad alto livello o alto di gamma della filiera italiana (in questo prendo spunto dalle top player del lusso mondiale) potrebbero e dovrebbero creare un proprio monomarca digitale e-commerce che permetta di proporre solo prodotti garantiti dalla gestione diretta della propria azienda. In altre parole dovrebbero investire dalla nascita in una piattaforma nella quale risulti evidente il controllo della filiera produttiva e commerciale, sintesi felice del made in Italy. Il tutto ovviamente all’interno di un quadro normativo che avesse la finalità di assicurare all’interno di una nuova forma di distribuzione della piattaforma commerciale la storica certificazione della filiera espressione del made in Italy.

    Se questo non fosse possibile da parte una piccola azienda dovrebbero essere le associazioni di categoria a proporre e a gestire per i propri associati queste  piattaforme che forniscano garanzia della filiera. Associazioni di categoria che invece si ostinano ad organizzare convegni uguali per temi trattati e personalità intervenute non avendo ancora compreso che le soluzioni vanno trovate nell’immediato per quanto riguarda il sostegno alle imprese all’interno di un mercato sempre più competitivo anche nel settore distributivo. Le nostre associazioni di categoria invece con questa politica “relativa alle tematiche” finalizzata alla conferma della propria centralità ottenibile più che attraverso servizi alle imprese si dimostrano incapaci di cogliere l’ennesima occasione per dimostrare le proprie potenzialità ed eventualmente una nuova  propria centralità rispetto alle problematiche economiche e nello specifico distributive.

    Il perseguire con questa politica delle associazioni di categoria imitando l’assoluto ritardo dell’Unione Europea viceversa avrà come unico effetto rendere l’attuale profumo di monopolio sussurrato di Amazon una realtà assolutamente del medio lungo termine trasformando il profumo in un odore insopportabile.

     

  • La conoscenza: il valore economico e democratico

    La conoscenza rappresenta un valore base per consentire una vita consapevole dei propri diritti e dei propri doveri all’interno della propria vita professionale e sociale. In un mondo digitale in cui il flusso di informazioni bombarda quotidianamente ogni singolo cittadino è evidente come la conoscenza si presenti  in continua e costante evoluzione mantenendo inalterato il proprio valore ma ampliando giornalmente il proprio perimetro. Logica conseguenza di questa considerazione indica nella conoscenza una ricchezza sia per il singolo cittadino che per un’impresa economica. Entrambi la possono utilizzare al fine di comprendere quanto più sia possibile nel proprio contesto sociale o per una iniziativa imprenditoriale sintonizzare la propria gamma di prodotti ai reali bisogni dei potenziali clienti. Questo valore sociale ed economico  trova un terzo spessore anche nello stesso diritto il quale afferma che la mancanza di conoscenza non rappresenta una scusante al fine di giustificare un comportamento al di fuori delle normative vigenti.

    Entrando nella specifica attualità e tralasciando quindi  l’aspetto se non truffaldino perlomeno poco chiaro legato alla App di Facebook che permetteva alla società americana di entrare in possesso di tutti quanti i contatti di amici e parenti di chiunque avesse accettato questa app, tale vicenda offre un’immagine del nostro declino culturale e del doppiopesismo relativo alla semplice conoscenza.

    In economia il “marketing di domanda”, ancora adesso troppo poco compreso al di là di sterili dichiarazioni di interesse degli operatori del settore economico come da troppe aziende, rappresenta l’analisi precedente e preventiva relativa al mercato potenziale. L’applicazione approfondita di quest’analisi permette, sempre in rapporto al know how aziendale storico ed attuale, di identificare le reali aspettative del consumatore per il quale si intende creare un prodotto o una gamma di prodotti, quindi un’offerta merceologica che presenti il tratto identificativo del proprio brand ma che risulti anche in sintonia con le aspettative del mercato stesso composto da un’infinità di singoli consumatori. Il valore della conoscenza diventa così funzionale anche all’ottenimento di un successo commerciale ed economico il quale assicura benessere a chiunque lavori in quella azienda attraverso livelli di occupazione e retribuzioni adeguate.

    Questo valore legato alla conoscenza qualora venisse applicato al mondo dell’offerta politica diventa automaticamente quasi un disvalore, dimostrando l’assoluta supponenza ed arroganza nel campo dell’offerta politica nelle proprie articolate manifestazioni. Conoscere preventivamente le aspettative degli elettori, i quali magari possono presentare delle priorità diverse  rispetto a quelle pensate dal mondo della politica stessa, permetterebbe di  adottare all’interno del proprio programma una serie di iniziative programmatiche per rispondere a tali priorità. Una scelta che dimostrerebbe come in economia sia valido il principio secondo il quale è la domanda a determinare  l’offerta merceologica e di servizi e non più il fenomeno inverso. Sempre in ambito economico, questo viene determinato dalla profonda saturazione dei mercati delle economie occidentali, altrettanto valida in politica in quanto lo scollamento di questo mondo rispetto alle reali esigenze dei cittadini risulta ormai avvertibile, come anticipò nel 1981 il senatore Spadolini.

    Viceversa nella politica, e per la sua nomenclatura, ferma ancora agli anni cinquanta, completamente tronfia della propria posizione di privilegio non si chiede e tantomeno si pensa di adeguare il proprio programma alle reali esigenze degli elettori ma, attraverso il voto, si chiede una cieca e succube accettazione della propria superiorità espressa attraverso il programma che in questo caso diventa uno strumento di conferma della ‘elitarietà’ di chi lo ha realizzato.

    In altre parole si rimane fermi ad un banale ed obsoleto concetto di “marketing di prodotto”  nel quale in campo economico viene esaltata la singola creatività e capacità dell’azienda espressa  attraverso il prodotto proposto. Viceversa nel campo della politica l’assoluta superiorità intellettuale trova la propria affermazione attraverso la proposta di  questi programmi. In questo caso gli elettori diventano semplicemente uno strumento per l’approvazione delle proprie visioni strategiche ed ideologie. Quindi certamente la politica non si pone al servizio dei propri elettori che invece vengono utilizzati come beni strumentali per approvare il proprio programma ideologico.

     

    Francamente trovo assolutamente fuori luogo questo insorgere di proteste indignate verso la mancata tutela della privacy e soprattutto verso l’utilizzo di questi dati per creare dei programmi elettorali che risultato così più vicini e più consoni alle aspettative dei cittadini.

    Se questo fosse stato l’obiettivo finale ben vengano le profilazioni le quali mettono nelle condizioni la classe politica di elaborare programmi elettorali ed economici che possono risultare il più possibile vicini alle aspettative degli elettori. La parzialità di tale posizione di protesta viene confermata infatti dal fatto che non si è sentito nessun coro di illuminati protettori della privacy da quando l’Agenzia delle Entrate ha ammesso di utilizzare persino i dati del Telepass per profilare possibili evasori fiscali. Come se la privacy e la conoscenza non fossero dei valori in rapporto al loro utilizzo ma in rapporto al loro utilizzatore. Come non si è levato alcun coro al cielo di protesta quando da sempre i profili di consumatori vengono venduti alle grandi aziende le quali sulla base di queste conoscenze sintonizzano i propri prodotti e le campagne di comunicazione.

    Tornando al contesto politico e quindi alla possibilità di avere modificato l’esito delle elezioni statunitensi (il quale fino a ieri sembrava frutto all’interessamento di servizio russi) ora si giura sull’importanza della profilazione di cinquanta milioni di utenti Facebook. Partendo dagli effetti sull’economia statunitense che solo nel mese di febbraio ha creato 313.000 nuovi posti di lavoro ben vengano le profilazioni Facebook le quali consentono di individuare le reali esigenze dei consumatori come degli elettori che in entrambe le figure risultano sostanzialmente dei lavoratori.

    Un cambiamento forse focale che delimita e descrive i nuovi connotati non solo del mercato ma anche del mondo che sempre più vede al centro il singolo consumatore.

    Tutto questo determina nel mondo dell’economia un’attenzione maniacale alle esigenze e alle aspettative dei consumatori che rende in questo contesto ridicolo il solo pensiero di una supremazia della politica e dei propri rappresentanti. L’innovazione tecnologica e la digitalizzazione stanno togliendo ogni spazio all’intermediazione sia nel settore commerciale che in quello culturale, basti pensare alle crisi delle grandi catene di abbigliamento e calzature (il fallimento dell’italiana Trony unito alla scelta dell’azienda americana Foot Locker di chiudere  in due anni 257 punti vendita).

    Anche solo immaginare o, peggio, sperare come questa veloce evoluzione delle modalità di consumo che riguardano nuovi canali, come nuovi strumenti di comunicazioni e nuovi prodotti legati all’evoluzione dei consumi non possano non  influenzare il mondo della politica (da sempre sordo ad ogni sollecitazione che venga dal “basso”) rappresenta l’ennesima conferma del declino culturale di una classe politica tronfia e decisamente fuori tempo massimo come impostazione culturale la quale per giustificare le proprie sconfitte come  la distanza dal corpo elettorale non trova di meglio che accusare i social media e le loro applicazioni.

  • Il peccato originale

    Le politiche economiche dei paesi occidentali vengono stabilite e determinate dai vari governi eletti dai cittadini. Logica conseguenza di tale sistema democratico è che questi governi rappresentano una sintesi di diverse strategie politiche, tra le quali il principio della maggioranza che elegge quella con maggior consenso. Il consenso elettorale quindi rappresenta la condizione fondamentale per operare e definire le strategie politiche ed economiche di uno stato democratico.

    In questo contesto i vari partiti cercano di ottenere il supporto elettorale dei cittadini anche attraverso l’applicazione di scelte considerate di breve respiro e problematiche sotto il profilo della sostenibilità economica e finanziaria nel medio come nel  lungo termine ma che ottengono viceversa il consenso immediato che si traduce ovviamente in consenso elettorale.

    In altre parole, nei sistemi democratici il consenso elettorale viene ottenuto oltre che con un democratico confronto tra le diverse opinioni, tra i vari partiti dell’arco costituzionale, anche e forse soprattutto attraverso la gestione della spesa pubblica la quale può venire modulata in relazione all’ottenimento del consenso stesso.

    La sua gestione infatti si può tradurre facilmente in servizi ed addirittura in contratti di lavoro indipendentemente dal contesto economico nazionale quanto internazionale e soprattutto non valutando la sostenibilità della finanza pubblica per questi servizi o posti di lavoro aggiuntivi.

    La storia economica del nostro paese dimostra infatti come a fronte di oltre 25 anni di promesse relative alla diminuzione della spesa pubblica, o quantomeno di un suo contenimento, espresse da tutti i partiti che poi si sono succeduti alla guida del nostro paese questa risulti sempre aumentata, come certifica  il continuo aumento del debito pubblico.

    Per di più all’interno di un mercato globale nel quale la crescita economica smentisce sempre più le ridicole affermazioni di possibilità di forte crescita legata alla semplice globalizzazione risulta molto più agevole ottenere il consenso attraverso l’aumento della spesa pubblica la quale rappresenta una fonte sicura legata alla pressione fiscale, anche questa sempre aumentata negli ultimi vent’anni ad una velocità doppia rispetto al inflazione.

    Un mercato globale, al di là delle scolastiche definizioni, viene rappresentato soprattutto dall’impossibilità di un unico player di poterne influenzare gli andamenti. Per cui i singoli Stati risultano partecipi al sistema globale e talvolta causa stessa delle diverse crisi economiche che si sono succedute nell’arco degli ultimi anni sia in ambito nazionale che internazionale. La progressiva difficoltà di un equilibrio finanziario del sistema economico e politico nazionale sta mettendo in crisi la stessa sostenibilità del Welfare State, tuttavia rappresenta la  forma di democrazia imperfetta ma comunque democrazia.

    Viceversa in Cina la scelta centralista e assolutamente non democratica di riservare un mandato politico a vita a presidente a Xi  praticamente abilita l’attuale quadro dirigente, ed in particolare il suo premier, a poter operare qualsiasi tipo di scelta strategica economica non preoccupandosi di eventuali ricadute negative nel breve periodo per quanto riguarda la qualità di vita dei cittadini cinesi. Il singolare privilegio di non dover ottenere periodicamente un ulteriore mandato dagli elettori permette di pianificare l’economia indipendentemente dal consenso dei cittadini in quanto non esiste nessuna possibilità di ottenere o di riscontrare e quindi esprimere il gradimento dei cittadini stessi.

    Queste due forme di economia che rappresentano l’espressione di due forme di sistemi politici, uno democratico l’altro molto meno in quanto molto più vicino all’economia pianificata, quindi socialista, risultano assolutamente incompatibili all’interno di un mercato che si definisce globale e per questo libero. Un mercato si può definire aperto se risulta basato sulla concorrenza (definizione tanto cara al mondo accademico europeo) quando tutti i sistemi politico-economici vengono posti sulla stessa linea attraverso le proprie scelte di strategia economica e politica e la creazione di fattori competitivi interni utilizzando la spesa pubblica. Questi si uniscono alla creatività ed a sistemi industriali che permettono loro di  ottenere e raggiungere un equilibrio economico finanziario in grado di mantenere e di migliorare lo stile come il contenuto di servizi per la qualità della vita dei cittadini.

    Risulta evidente invece che questo sistema non possa reggere se vede in competizione sistemi democratici in competizione con altre economie “pianificate” le quali godono di un sistema fiscale assolutamente incompatibile con quello dei paesi avanzati, e cioè di un regime di dumping fiscale retributivo che li mette in una posizione assolutamente al di fuori di ogni sistema concorrenziale.

    A questi fattori competitivi si aggiunge poi anche un vero e proprio DUMPING POLITICO in quanto la classe politica e dirigente di questo paese non si trova nella necessità di dover rispondere del proprio operato ai cittadini.

    Risulta perciò evidente come il peccato originale si manifesti in due momenti diversi. Il primo sicuramente può venire ricondotto al dicembre 2001, l’anno in cui la Cina entrò  nel WTO come espressione di un sistema politico economico simile alle democrazie occidentali. Il secondo momento non è altro che la conseguenza del primo perché all’interno di mercato globale anche il

    DUMPING  democratico si traduce in un fattore competitivo economico aggiuntivo a favore del sistema politico economico del  paese che esprime tale dumping.

    Ora finalmente si comincia a leggere qualche timida critica assieme a qualche timido dubbio relativo alla sostenibilità di un sistema che di fatto non possiede credenziali per accedere ad un mercato concorrenziale aperto. Dei dubbi che ancora adesso rappresentano un momento di riflessione minoritario in quanto ancora l’anno scorso l’Unione Europea aveva intenzione di riconoscere lo status di economia democratica alla Cina stessa. Una opzione fortemente osteggiata anche dagli Stati Uniti che si è tradotta poi della definizione di un ibrido riconoscimento all’economia cinese che dimostra ancora una volta il nostro declino culturale continentale.

    Ovviamente in questo contesto la complicità di tutti i sistemi politici che si sono alternati alla guida dei nostri paesi occidentali, come dei mondi accademici che hanno salutato tanto l’allargamento ad est dell’Europa, quanto l’ingresso della Cina nel WTO rappresenta un errore strategico di dimensioni epocali.

    La differenza rispetto al peccato originale commesso dall’uomo alla sua nascita emerge evidente per la semplice considerazione che il peccato originale e le sue conseguenze ricaddero sull’uomo artefice della propria scelta. Viceversa nell’economia globale le conseguenze di queste colpevoli decisioni della classe politica e dirigente ricadono sui cittadini come sui lavoratori europei ed occidentali in generale.

  • I numeri e i parametri

    I numeri risultano un’espressione dei parametri che vengono scelti per le diverse rilevazioni statistiche. Da sempre inascoltato mi ostinavo ad affermare come i risultati relativi all’aumento dell’occupazione attribuita all’attività  degli ultimi governi, ed in particolare negli ultimi due anni, risultassero falsati dai parametri di cui questi numeri erano espressione.

    A tal proposito si ricorda come lo storytelling governativo, confermato dai principali giornali italiani, anche economici, declini come un successo dell’attività di governo il raggiungimento di circa un milione di posti di lavoro, un numero assolutamente non in linea con la realtà in quanto andrebbe ricordato che, specialmente nel primo anno di ingresso del Jobs Act, i risultati puramente numerici andrebbero depurati delle riconversioni di contratti già in essere.

    Dando anche comunque per reale il milione di posti di lavoro, a nulla serviva ricordare come per l’Istat  risultasse un lavoratore occupato chiunque venisse chiamato anche solo per un’ora la settimana per una volta alla settimana. In questo modo veniva quindi negato qualsiasi tipo di associazione numerica ad un parametro qualitativo. Come a nulla serviva ricordare agli esponenti del governo e ai  parlamentari della maggioranza come il 33% di questi nuovi posti di lavoro e di questi contratti fosse relativo ad occupazioni della durata di tre giorni.

    Contemporaneamente il vero dato importante pone l’industria al centro della ripresa economica in quanto da sola riesce ad esprimere la propria importanza attraverso una  percentuale del 23% di contratti a tempo indeterminato, a fronte di un dato generale del 9% che di fatto dimostra come il settore dei servizi abbia un valore vicino allo zero per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato.

    Fino a ieri si leggevano toni trionfalistici da parte di giornali che negavano l’evidenza, come i politici e gli economisti legati al governo, veri e propri professionisti nella rappresentazione della verità parziale.

    Finalmente ora il presidente della BCE Mario Draghi si è dichiarato preoccupato perché pur avendo raggiunto il numero di occupati numericamente a livello pre crisi non ha potuto non rilevare come il livello dei contratti, e di conseguenza il livello retributivo, risultino molto inferiori rispetto a quelli del livello pre crisi 2008. Del resto risultava sufficiente analizzare l’andamento dei consumi per comprendere come la dinamica economica fosse assolutamente disgiunta e addirittura opposta rispetto all’andamento numerico dei nuovi  contratti.

    Ovviamente i sostenitori dello storytelling governativo degli ultimi anni “sorvoleranno”  la dichiarazione del presidente della BCE o peggio presenteranno come proprie queste riflessioni, dimostrando, ancora una volta, come anche nella semplice lettura numerica delle analisi statistiche l’onestà intellettuale non rappresenti la conditio sine qua non anche se da applicarsi alla semplice lettura dei semplici numeri, in particolar modo se legati a delle successive analisi qualitative.

  • Brevetti record in Italia

    In Europa siamo spesso visti come il fanalino di coda per quanto riguarda la crescita economica, ma c’è un settore in cui sorprendentemente il nostro Paese cresce tanto: l’innovazione.

    Ad inizio mese, l’Epo – l’Autorità europea per i brevetti – ha rilasciato i dati sulle domande presentate, nel 2017, da aziende e inventori di tutti i Paesi Ue. Secondo questi dati, nel 2017 le domande di brevetti europei presentate dall’Italia sono aumentate del 4,3% rispetto all’anno precedente a fronte di una crescita media del 2,6% dei restanti 28 Paesi europei. Questa percentuale è nettamente superiore a tanti paesi economicamente più forti e stabili del nostro, come i Paesi Bassi (+2,7%), il Regno Unito (+2,4%) e la Germania (+1,9%). Lo scorso anno le società italiane e gli inventori hanno, infatti, inviato 4.352 richieste di brevetto allo European Patent Office rispetto alle 4.172 del 2016, confermando la tendenza positiva per il terzo anno consecutivo.

    Stando a questi dati, l’Italia rappresenta il 2,6% di tutte le domande, raggiungendo il decimo posto della classifica mondiale, guidata da Stati Uniti (42.300), Germania (25.490) e Giappone (21.712). La Francia (10.599) è quarta e la Cina quinta (8.330).

    Nella classifica generale per la prima volta c’è una società cinese, Huawei, al primo posto come azienda che ha presentato più brevetti. Siemens è balzata dal sesto al secondo posto, seguita da LG, Samsung e Qualcomm. Tra le dieci maggiori richiedenti troviamo quattro società europee, tre americane, due coreane e una cinese.

    Con 60 domande, Ansaldo Energia è risultata la società italiana più attiva nella richiesta di brevetti europei, seguita da G.D (54 domande), Fca (42) e Pirelli (40).

    Nel 2017 l’ European Patent Office ha ricevuto quasi 166mila domande, con un aumento del 3,9% rispetto all’anno precedente che rappresenta un nuovo record. Per la prima volta l’elevato numero di richieste arrivate dalla Cina (+16,6%) ha incluso il Paese asiatico nella top five dei Paesi più attivi .

    “In termini di domande per brevetti, il 2017 è stato un anno positivo per l’Europa”, ha detto il presidente dell’European Patent Office, Benoît Battistelli. Per quanto riguarda la situazione italiana, Battistelli ha concluso che le domande “sono ancora troppo poche, rispetto al potenziale di creatività e capacità innovativa di Pmi e università italiane: le domande italiane sono appena il 3%, le olandesi il 4%, quelle francesi il 6% e le tedesche addirittura il 15% del totale depositato”.

    Per quanto riguarda i settori di riferimento dei brevetti, la movimentazione è quello leader nella tecnologia in Italia, seguito dai trasporti e dalla tecnologia medicale, che rappresentano i tre settori con il più alto numero di domande di brevetto provenienti dall’Italia. La crescita più accentuata tra tutti i settori tecnologici italiani è quella proveniente dai sistemi di misurazione (+31%), seguita da macchine tessili e della carta (+23%) e dal farmaceutico (+18%). La tecnologia medicale rimane il settore con il più grande numero di domande di brevetto (fino al +6,2%), seguito da quello della Comunicazione digitale e dalla Tecnologia informatica.

    La Lombardia, anche se ha fatto segnare un calo dell’1%, resta la regione leader italiana: nel 2017 il 32,7% delle richieste di brevetti è arrivata da Milano e dintorni. Al secondo posto l’Emilia Romagna con il 16% del totale e un incremento del 4,6% delle domande. Terza posizione per il Veneto (13,4%, +7,3%). Tra le città vince Milano (20,4% delle domande), seguita da Torino (7,4%), Bologna (6,5%) e Roma (4,3%). Al Sud-Italia per ora i numeri restano abbastanza piccoli, ma qui si sono registrati gli incrementi maggiori di richieste in Basilicata (+600%), Calabria (+100%) e Sardegna (+50%).

     

  • Tassazione dei dividendi: cosa cambia

    La legge di bilancio 2018 interviene sulla tassazione dei dividendi e dei capital gains eliminando una incoerenza che si era determinata nel sistema impositivo a seguito dell’innalzamento dell’imposta sostitutiva sui redditi di capitale disposta dal DL 66/2014 con decorrenza 1 luglio del medesimo anno. Il nostro breve intervento sarà focalizzato ai dividendi distribuiti dalle società di capitali nazionali partecipate da persone fisiche che detengono la partecipazione non in regime di impresa.

    Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Prima della recente modifica normativa, le disposizioni fiscali prevedevano due differenti regimi impositivi correlati alla percentuale di partecipazione al capitale sociale a seconda che fosse definita qualificata o meno. Le partecipazioni non qualificate scontavano un’imposta sostitutiva con aliquota fissa, mentre quelle qualificate concorrevano, in misura non integrale, alla determinazione del reddito complessivo del soggetto percettore. Quest’ultimo meccanismo consentiva di evitare la doppia imposizione sui redditi che avrebbero scontato prima l’imposizione sul reddito delle società di capitali e poi quelle sul reddito del socio. Questi sistemi di tassazione, imposta sostitutiva sul 100% o imposta proporzionale su una parte del dividendo distribuito sono cambiati nel corso degli anni determinando, a volte, incoerenze nel sistema.

    Inizialmente le partecipazioni non qualificate venivano incise da un’imposta sostitutiva del 12.5% (fino al 2011), mentre quelle qualificate concorrevano nella misura del 40% alla determinazione del reddito complessivo del socio. Pertanto, ipotizzando un’aliquota del 43% per il Socio qualificato, il dividendo percepito veniva inciso da un carico di imposta pari al 17.2% (100×40%x43%). Quindi la partecipazione qualificata scontava un carico di imposta maggiore rispetto a quella non qualificata. Nel 2012 e fino al 1 luglio 2014 l’imposta sostitutiva sui dividendi è stata pari al 20% dopo di che è salita al 26% come abbiamo già avuto modo di osservare.

    Com’è cambiato nel frattempo il regime impositivo di quelle qualificate? Fino al 2007 la parte imponibile era pari al 40%, dal 2008 al 2016 la percentuale è salita al 49.72% per crescere ulteriormente al 58.14% nel 2017 a seguito della riduzione dell’aliquota IRES.

    Quindi, numeri alla mano, dal 2008 al 2016 il dividendo percepito dal socio “qualificato” era inciso da un’imposta pari al 21.38% che sale al 25 nel 2017.

    Vediamo quindi come dal 2014 in avanti la partecipazione non qualificata fosse colpita da un carico di imposta maggiore di quella qualificata determinando l’inversione delle iniziali posizioni e un evidente incongruenza nel sistema.

    Come abbiamo detto la legge di bilancio pone fine a tutto ciò prevedendo un unico regime impositivo a prescindere dalla percentuale di possesso al capitale sociale: i dividendi con maturazione successiva al 2018 saranno soggetti a imposta sostitutiva del 26%. Per non penalizzare gli imprenditori virtuosi che hanno lasciato abbondanti riserve in azienda contribuendo alla loro capitalizzazione, il legislatore ha previsto un regime transitorio sino al 31 dicembre 2022 periodo durante il quale la distribuzione delle riserve di utili sarà assoggettata al medesimo regime previsto alla data di formazione. Tali soggetti potranno pertanto effettuare un minimo di pianificazione fiscale deliberando e distribuendo utili pregressi entro il 2022.

    Quest’ultima opportunità, ovviamente, dovrà essere attentamente valutata in considerazione dei piani strategici aziendali e delle risorse finanziarie disponibili per evitare che per fruire di un risparmio di imposta si determinino più o meno gravi tensioni finanziarie.

    Come sempre, quindi, la variabile fiscale non può assurgere a unico e esclusivo discrimine per determinare i comportamenti imprenditoriali che devono essere sottesi da uno specifico piano di medio-lungo periodo di cui la tassazione è solamente una delle componenti.

  • Il valore contemporaneo

    Alla fine di una campagna elettorale che ha rappresentato il livello più basso ed infimo di un degrado culturale ormai inarrestabile, durante la quale si sono sparate soluzioni strategico-economiche prive di qualsiasi copertura e soluzioni assolutamente inattuabili sotto il profilo normativo, nessuno ha centrato la propria attenzione sullo sviluppo economico che si traduce in prodotti di alto livello ed espressione di una articolata filiera. A tal fine si ricorda per l’ennesima volta come non esista più l’azienda a ciclo completo come, allo stesso modo, un singolo prodotto risulti essere la sintesi di diversi know how i quali, ciascuno per le proprie competenze, professionali e industriali, concorrono alla creazione del  prodotto finale.

    In questo senso quindi, per una volta, va riconosciuto al settore dello sci alpino, al quale sono particolarmente legato, dimostrare anche attraverso la semplice comunicazione la scelta valoriale che rappresenta una delle poche ed ultime possibili vie di sviluppo, tanto nel breve ma soprattutto nel medio e lungo termine.

    La scelta di certificare infatti, e contemporaneamente di comunicare, il valore del Made in Austria come un valore e quindi attribuirgli un valore anche economico rappresenta una scelta intelligente ed anche strategicamente importante soprattutto a tutela delle più diverse professionalità che concorrono alla realizzazione dello sci. Non possono certamente le semplici politiche di apertura dei mercati rappresentare la soluzione per una crescita economica ma la tutela dei prodotti nazionali nella loro massima espressione all’interno di mercati liberi, i quali tuttavia non possono ma soprattutto non devono sottovalutare il peso del dumping sociale, economico e fiscale all’interno di un mercato che si definisce aperto alla concorrenza. Mercati quindi che abbiano un impianto normativo che sappia tutelare ogni espressione industriale, professionale e culturale in quanto i prodotti rappresentano l’espressione culturale contemporanea della conoscenza ma anche del progresso culturale, tecnologico e quindi storico di un paese. A conferma di questa definizione di prodotto, semplicemente a titolo di curiosità, basti pensare a quanti brand dei diversi settori merceologici cerchino, attraverso la propria strategia di comunicazione, di dimostrare una supposta o reale storia industriale come un valore aggiunto al prodotto attuale.

    Viceversa, nessuno in questi mesi di campagna elettorale ha parlato della tutela del Made in: non i partiti, non gli economisti, non gli accademici. Un atteggiamento e soprattutto una mancanza di attenzione in quanto tale scelta risulta espressione di una società assolutamente distonica rispetto alle aspettative del mercato, pur all’interno di una continua evoluzione. Il marchio austriaco di sci Blizzard infatti oggi risulta di proprietà del gruppo italiano Tecnica di Giavera del Montello il quale ha recentemente visto l’ingresso con il 40% del fondo di investimento industriale Italmobiliare, un fondo italiano che si occupa di investimenti industriali. Quindi, anche per quella che viene indicata come la naturale evoluzione dei gruppi industriali familiari che si devono aprire agli investimenti di fondi privati con questo nuovo asset l’azienda madre considera strategica la valorizzazione del Made in come fattore fondamentale, storico e tecnologico per assicurarsi con successo sui mercati globali un posizionamento di alto di gamma.

    Una struttura moderna dimostra perciò come la sintesi del valore storico, unita alla certificazione e alla tutela normativa della filiera a monte come a valle, riesce ad assicurare la creazione del valore stesso, definendo ed attribuendo attraverso tale scelta strategica un valore assolutamente contemporaneo alla definizione di Made In che nello specifico si dimostra made in Austria.

    Ancora una volta l’economia reale risulta molto più avanti di coloro che pretenderebbero di definirla persino nelle sue dinamiche future e soprattutto governarla.

  • Urso: uno Stato meno gravoso per ridare slancio all’Italia sui mercati globali

    Adolfo Urso si candida per FdI alle elezioni del 4 marzo e di seguito spiega quali sono i propositi che motivano la sua scelta di tornare in Parlamento.

    On. Urso, dalla sua scelta di tornare in pista per il Senato con Fratelli d’Italia, in Veneto ed in Sicilia, dobbiamo dedurre che voglia tornare a occuparsi di commercio internazionale, di cui è già stato viceministro?

    «Sì, anche se – a dire il vero – non ho mai smesso di occuparmi di questo settore determinante per l’economia e la produzione italiane. In questi cinque anni fuori dal Parlamento l’ho fatto in prima persona, da imprenditore che ha compreso ancora di più l’esigenza di uno Stato alleato con chi sceglie di portare l’Italia nel mondo. Con questa esperienza maturata anche su questo fronte spero di portare nella prossima legislatura le istanze e le soluzioni dei patrioti che in tutto il mondo lavorano per l’Italia».

    Negli anni in cui non è stato parlamentare, lei si è occupato di impresa e di migliorare i rapporti commerciali tra l’Italia e altri Paesi, anche extra-Ue come l’Iran. Ritiene che il sistema Italia dia sufficienti supporti alle nostre imprese che vogliano lavorare all’estero e sufficienti garanzie alle imprese che vogliano lavorare in Italia?

    «La sua è una domanda centrale nel mio discorso. Proprio nei giorni scorsi con la fondazione che dirigo, Farefuturo, ci siamo occupati anche di questo argomento. Il punto è proprio questo: senza una politica estera nel nome di un rinnovato protagonismo dell’Italia nello scacchiere internazionale chi fa impresa sarà lasciato da solo dinanzi a una competizione globale sostenuta dagli altri Stati. In Iran, per venire al suo esempio, come in Russia non è possibile – nel nome dell’interesse nazionale – accodarsi a campagne e a richieste, ad esempio le sanzioni, che lungi dal risolvere delicate questioni che andrebbero condotte per vie diplomatiche come risultato portano danni per chi ha scelto di investire in quei Paesi a tutto vantaggio dei competitor stranieri, molto più “realisti” dei nostri ultimi governi».

    Quali eventuali proposte o accorgimenti pensa di fare nella prossima legislatura per sostenere le imprese italiane all’estero o quelle estere in Italia?

    “Come dicevo prima, le nostre imprese nel mondo hanno bisogno di un rinnovato protagonismo dell’Italia nello scacchiere geopolitico: una presenza da riattivare come potenza regionale non sottomessa ad alcun registro che non siano l’interesse nazionale e il modello italiano che significa anche umanesimo del lavoro anche fuori dai confini. Per le imprese straniere in Italia, e che non intendono delocalizzare poi altrove, dovrà valere lo stesso “diritto” delle nostre: dobbiamo passare da uno Stato vessatorio ad uno Stato che supporta il reddito, il lavoro e le famiglie. La Corte dei Conti dice che per esplicare le questioni burocratiche un contribuente italiano spreca 269 ore ogni anno: il 55% in più dei contributori europei. Allo Stato finisce il 49% dello stipendio lavoratori: il 25% in più di quanto succede nel resto d’Europa. Davanti a questo uno dei 15 punti del programma di Fratelli d’Italia è dedicato proprio al sostegno e alla semplificazione per le imprese: la Flat Tax. Questa può essere applicata dal primo giorno di Governo sul reddito incrementale e dopo il primo anno lo faremo sul resto del reddito».

    Una volta eletto pensa di abbandonare la sua attività professionale o di proseguirla?

    «Proseguirò ovviamente anche nella attività lavorativa. Scelta, lo dico chiaramente, che dovrebbero fare tutti i miei colleghi per non perdere mai di vista le ragioni del mondo del lavoro. Questo, è altrettanto scontato, nell’interesse di tutti e dello sviluppo della Nazione. Elementi, entrambi, dei quali un rappresentante istituzionale non dovrebbe mai separarsi».

    In questa legislatura al Parlamento europeo sono stati fatti alcuni piccoli passi avanti su etichettatura, difesa del consumatore e tutela dei produttori, ma il vecchio progetto della denominazione di origine per i prodotti extra-Ue, pur proposto alla Commissione e approvato a grandissima maggioranza dal PE, è stato poi affossato al Consiglio europeo per volontà della Germania e dei Paesi del Nord Europea. Ritiene che sarebbe giusto che anche l’Europa avesse le stesse norme dei suoi maggiori partner e competitor economici, quali India e Usa? Ritiene che un’eventuale governo di centrodestra, che all’epoca non fu particolarmente deciso nel difendere manifatturiero e consumatori da marchi illegali e prodotti contraffatti (salvo ovviamente il suo operato), tornerà a proporre in Europa la necessità di una disciplina del Made In?

    «Di certo lo proporrà, perché lo ha proposto e denunciato in tutti i modi, Fratelli d’Italia. E io sono più che d’accordo. Il tema della difesa del “Made in” è fondamentale in quella revisione del nostro rapporto con l’Europa dalla quale non si può prescindere ma che deve tornare a rappresentare una casa dello sviluppo comune, non una gabbia. Sviluppo significa anche tutela della qualità, della produzione “etica”, che mette al centro la salute e i diritti sociali di chi lavora e di chi, da imprenditore, rispetta e investe su tutto ciò e per questo va sostenuto contro la concorrenza sleale».

    Come si concilia, se si può conciliare, la libertà degli scambi, cioè la globalizzazione, con l’attrazione per Donald Trump e la linea protezionista da lui perseguita che pure serpeggia all’interno della coalizione di centrodestra?

    «Donald Trump ha vinto e oggi governa perché non ha smarrito l’idea della “prossimità” che è un valore anche economico. La globalizzazione è una sfida che non si può ignorare ma dalla quale si deve uscire rafforzati non schiacciati. Per fare questo – e incentivare la sana competizione – è necessario sviluppare regole condivise e innalzare la qualità del welfare nei Paesi che intendono investire nel mercato comune. Quando salta questo principio l’operaio, il lavoratore autoctono si sentono depredati del patto stretto con il proprio Stato: a questi si è rivolto Trump e a questi ha promesso “America first”. La sua è una misura di emergenza, non è una soluzione strutturale: ma è politica con la P maiuscola. Attendiamo la fase due. I governi di centrosinistra italiani si sono fermati alla diagnosi, invece…».

    In un’epoca in cui la politica viene interpretata come un gioco infantile, coi like grillini e i tweet trumpiani, lei come pensa di interagire con i cittadini in campagna elettorale ed una volta eventualmente eletto, tanto più su un argomento spesso molto tecnico come quello del commercio internazionale?

    «Come ho sempre fatto: parlando a tutti e a tutti i livelli. Non sono un nativo digitale ma credo che la tecnologia abbia avvicinato le persone ai rappresentanti e viceversa: non sempre in maniera virtuosa e utile ma almeno la distanza è stata colmata. Allo stesso tempo non ho mai smesso di produrre contenuti e pensiero “lungo” assieme alla fondazione Farefuturo. Poi, le ha ragione, esiste il momento della decisione “tecnica”, a volte poco intellegibile al grande pubblico: ma, ne sono certo, se uno ha agito e spiegato sempre con chiarezza i propri passaggi, anche su un argomento di settore e strategico è possibile coinvolgere i cittadini. La salvezza dell’Italia deve tornare a essere un grande romanzo comunitario».

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