Economia

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • Il Salone del Mobile batte tutti i record

    Il clima meteorologico non è stato dei migliori, per usare un eufemismo, ma la Settimana del Salone del Mobile che si è appena conclusa è stata comunque un grande successo.

    Il Salone del mobile conclusosi domenica a Rho fa registrare l’ennesimo record di visitatori. Non quello assoluto – le 434mila presenze in fiera dell’anno scorso – ma quello relativo agli anni dispari. Con le biennali Euroluce e Works 3.0 ma senza bagni e cucine, di maggiore richiamo per il pubblico. Alla fine, gli ingressi contati sono 386mila, quasi 50mila in meno rispetto all’anno scorso, ma 43mila in più rispetto ai 343mila dell’edizione omologa di due anni fa (+12%).

    Secondo i dati diffusi dall’ATM gli ingressi in metrò sarebbero addirittura 400mila in più dell’anno scorso, pari a un aumento del 5% (da 7,9 milioni a 8,3). Il che significa, in sostanza, che quest’anno c’è stato soprattutto un aumento delle presenze in città, tra i distretti che animano il Fuorisalone. Basti pensare che il portale Fuorisalone.it ha stilato un calendario che quest’anno contava ben 1.400 eventi, un numero a cui va ovviamente aggiunto quello degli eventi privati e dei negozi aperti come showroom.

    Il Brera design district ha contato 250mila visitatori, 20mila in più. Difficile invece avere dati unitari da altri distretti come Zona Tortona, data la frammentazione dell’offerta tra le diverse realtà del distretto, meta dei marchi più tecnologici e dell’automotive. Il Superstudio di Gisella Borioli, per esempio, dichiara 90mila spettatori e oltre 2mila giornalisti accreditati.

    Quest’anno l’area Base ha stretto una partnership con Ventura future (il network dei giovani e delle accademie) e ha partorito la rivoluzione del prezzo del biglietto. Anche qui i dati sono incoraggianti: 26mila ticket staccati, per 90mila presenze totali. Continua la crescita per Ventura Centrale, invece, dove i 16 magazzini raccordati allestiti per il Fuorisalone hanno richiamato 68mila visitatori, contro i 55mila dell’anno scorso e i 30mila del 2017.

    All’ Università Statale, dove le installazioni di Interni resteranno allestite ancora fino a venerdì prossimo, si contano 200mila presenze nelle tre diverse sedi di «Human spaces»: 60mila visitatori all’Orto botanico di Brera; 40mila all’Audi city lab all’Arco della Pace (quasi 5mila dei quali solo per il concerto del musicista Ludovico Einaudi); e il restante nella sede principale di via Festa del Perdono.

    La Design week 2019 era un banco di prova importante per la Triennale e il suo Museo del design appena inaugurato. Un test superato brillantemente, visto che sono raddoppiati gli ingressi dello scorso anno per 15.600 visitatori. Un risultato che sale a 45mila ingressi considerando anche le altre mostre in cartellone.

    “Il pubblico internazionale ha apprezzato l’alto profilo culturale delle esposizioni – esulta il presidente Stefano Boeri -. I numeri del museo del design dicono che abbiamo imboccato la strada giusta di un’esposizione permanente e aperta a tutti i visitatori”.

    Anche in Fiera – dove c’erano 2.400 espositori, un terzo stranieri da 43 Paesi e 550 giovani designer del Salone Satellite – si raccoglie un segnale di ottimismo. “Bilancio positivo – assicura il presidente Claudio Luti -. Abbiamo investito sulla qualità e abbiamo dimostrato la nostra voglia di fare sempre meglio. L’obiettivo è continuare a produrre innovazione e a raccontare storie che aumentano il valore del design”. Conferma il presidente di Federlegno-arredo Emanuele Orsini: “Gli imprenditori sanno mettersi in gioco, il Salone è un player fondamentale per lo sviluppo del made in Italy nel mondo”.

    Bene anche lo spin-off cittadino del Salone alla Conca dell’Incoronata, l’installazione Aqua di Marco Balich, con circa 2mila ingressi giornalieri.

  • L’innovazione tecnologica

    L’innovazione tecnologica rappresenta un processo progressivo ed inarrestabile contro il quale risulta infantile opporre una qualsiasi forma di rifiuto mentre l’attenzione andrebbe indirizzata verso gli effetti reali e non certo verso il processo. Le applicazioni che vengono quasi quotidianamente introdotte, al di là delle competenze che esprimono nella loro ideazione, vengono inserite nell’economia reale per dei motivi specifici e facilmente identificabili. Possono venire individuati tre obiettivi che si possono raggiungere attraverso l’adozione di tutti gli step progressivi dell’innovazione tecnologica, in particolar modo nel settore industriale.

    Va, infatti, ricordato ancora una volta che per il settore dei servizi è evidente come l’innovazione tecnologica tenda sostanzialmente ad eliminare ogni spazio all’intermediazione ma anche ad annullare, per determinate operazioni, il valore di una qualsiasi qualifica professionale.

    Tornando al mondo industriale l’innovazione tecnologica si pone come primo obiettivo quello di velocizzare i processi produttivi in un momento in cui, poi, il time-to-market risulta  progressivamente sempre minore, offrendo una sempre maggiore importanza al fattore “velocità di risposta al mercato” come determinante per una strategia di successo aziendale. Al contempo questo processo innovativo viene applicato anche nella fase di ideazione e di creazione di un prodotto offrendo la possibilità di analisi delle diversificazioni che da un’idea innovativa si possano sviluppare.

    In un’ottica di politica strategica, tuttavia, l’innovazione tecnologica offre la propria importante possibilità rendendo possibile l’obiettivo di avviare un processo di riduzione della concentrazione di manodopera per milione di fatturato. In questo modo si avvia un processo virtuoso che rende  maggiormente competitive le produzioni industriali italiane all’interno di un mercato caratterizzato da delocalizzazioni estreme. Un fattore strategicamente importantissimo in quanto renderebbe maggiormente competitive le produzioni italiane abbassando appunto il C.l.u.p. (costo del lavoro per unita di prodotto). Uno scenario di nuovo sviluppo fondamentale anche nell’ottica di una politica incentivante per gli investimenti se abbinato ad una fiscalità di vantaggio.

    L’effetto di sintesi renderebbe nuovamente interessante investire nel nostro sistema industriale e così riavviare una reale politica di sviluppo industriale che rappresenta una delle poche vie se non l’unica strategia al fine di accrescere la ricchezza prodotta e quindi il Pil.

    Viceversa il nuovo presidente dell’INPS Tridico è riuscito nell’intento di cancellare attraverso una semplice e ridicola affermazione questo complesso processo innovativo affermando senza vergogna che per aumentare l’occupazione andrebbe diminuito l’orario di lavoro a parità di retribuzione.

    Con questa incredibile ammissione di incompetenza economica il presidente dell’INPS è riuscito ad annullare il concetto di produttività e competitività che caratterizza il mondo odierno nel quale le aziende si trovano costrette a competere. Il novello Bertinotti 4.0 dimostra in questo modo di essere una persona inadatta alla presidenza dell’INPS in quanto si può anche non conoscere il contesto economico attuale ma per negarlo, soprattutto negli aspetti reali, risulta necessaria una incompetenza senza pari, dimostrando parallelamente come i criteri ispiratori delle politiche economiche del mondo economico ed  industriale rispondano a polarità valoriali opposte rispetto a quelle dell’Inps e del suo presidente. Ulteriore conferma del default culturale del nostro paese avviato dai governi precedenti ma reso (e senza l’ausilio dell’innovazione tecnologica) velocissimo ed inarrestabile dall’attuale governo in carica.

  • Le disuguaglianze fiscali

    E’ un assioma che “favorire una categoria di persone o classi economiche attraverso specifiche atti di politiche economiche e fiscali determini conseguentemente una penalizzazione per altre categorie escluse: e magari degne della medesima attenzione e sostegno”. Tale concetto è ancora più calzante se valutato all’interno del complesso ed ormai insostenibile sistema fiscale italiano. In questo senso infatti si rileva come siano centocinquantatré (153) le categorie di contribuenti favorite o tenute nella debita “considerazione”, quindi fruitrici di posizioni fiscali “privilegiate” ma sicuramente “finalizzate al loro sostegno” come sempre dichiarato dai governi ma soprattutto dalle rispettive maggioranze parlamentari a giustificazione delle proprie scelte. Si pensi come la famiglia, base della nostra società, spesso abbia ottenuto un trattamento fiscale di favore finalizzato al proprio sostegno, penalizzando, però, le famiglie “single” che per esempio a Milano rappresentano circa il 50% dei cittadini. Quindi, partendo anche da un proposito corretto e condivisibile (nessuno certo contesta la centralità della famiglia) si penalizzano tutti gli altri cittadini che non rientrano in questa categoria favorita dalla  politica fiscale. Le ragioni, o meglio, troppo spesso gli interessi che spingono tutte le diverse compagini governative a tali “eccezioni” normative  nel complesso sistema fiscale italiano risultano spesso di ordine appunto elettorale al fine di assicurarsi il consenso di una specifica categoria di contribuenti, come l’Iva ridotta per l’ecoturismo o sulla birra e gli ottanta euro etc.

    Il ritorno ad una tassazione maggiormente equa ma soprattutto senza privilegi o favoritismi risulta assolutamente auspicabile con la solo eccezione delle categorie economiche in ambito della elaborazione di una complessa ed articolata strategia economica (reshoring produttivo da incentivare con una fiscalità facilitata se non proprio di vantaggio, per esempio).Viceversa il sistema andrebbe complessivamente cambiato e finalizzato da una rimodulazione del complesso fiscale nazionale e locale.

    In tal senso allora ecco che una riduzione delle cinque aliquote fiscali Irpef per fasce di reddito e soprattutto della loro progressività (all’interno di un arco temporale  sostenibile con i nostri  vincoli di bilancio e di debito pubblico) rappresenterebbe l’unica direzione corretta. Comunque opposta a quella suggerita dal  nuovo segretario del Pd il quale invece appoggia una crescita delle stesse aliquote e della loro progressività per porre le basi di uno sviluppo “sostenibile”. Ancor più, poi, tenendo  in considerazione il progressivo peggioramento della finanza pubblica (6 miliardi di nuovo debito al mese!) aggravato nell’ultimo periodo dall’introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento per altro a debito la cui responsabilità risulta attribuibile all’attuale maggioranza di Governo.

    Viceversa la riproposizione della flat tax paradossalmente (tassa piatta e quindi sulla carta non soggetta a privilegiare alcuna specifica categoria economica) intesa anche come fattore di sviluppo economico dimostra come la politica nel suo complesso ed ancor più gli ispiratori di questa nuova fiscalità non abbiano compreso le dinamiche economico fiscali complessive.

    La flat tax con una aliquota proposta tra un 17 ed un 25% di fatto esclude dai vantaggi fiscali reali ed economicamente rilevanti considerato il reddito medio di 20.940 euro buona parte dei contribuenti. Va ricordato infatti come oltre il 75% dei contribuenti grazie alle deduzioni fiscali ora paghi una aliquota inferiore al 15%.

    Quindi di fatto non si porrebbero neppure le condizioni per un incremento dei consumi volano della ripresa economica come sostenuto in modo infantile dai sostenitori della flat tax, figuriamoci se modulata in due aliquote che trasformerebbe tutta la “dottrina fiscale” in una nuova “dual tax”.

    A dimostrazione, infatti, della mancanza di conoscenza della realtà economica degli ispiratori di tale politica, anche a fronte di una maggiore liquidità legata ad un minore prelievo fiscale, si tradurrebbe in un aumento dei deposito bancari come dimostrano i dati pubblicati dai maggiori istituti bancari e relativi agli  ultimi dieci anni (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Giungendo, cosi, attraverso questa semplicistica pseudo riforma fiscale al paradosso di accrescere le riserve degli istituti bancari ma non  di favorire i consumi (i quali possono crescere SOLO all’interno  di  una percezione di fiducia e non certo per una maggiore liquidità disponibile) e contemporaneamente determinerebbe tale politica fiscale a condurre la finanza pubblica ad un punto di non ritorno in considerazione dei circa sessanta miliardi di minori entrate fiscali.

    Quindi la flat tax, nella propria applicazione, sfavorirebbe la grande maggioranza dei contribuenti italiani  per favorire i percettori di redditi superiori ai 28.001 euro, riproponendo l’assioma proposto all’inizio con l’effetto paradossale che uno strumento (flat tax) di cui ne dovrebbero beneficiare tutti i contribuenti si possa trasformare in un fattore di vantaggio per pochi. Quindi perfettamente in sintonia con la disuguaglianza fiscale del nostro sistema. Anche questa incapacità di comprendere la relazione causa effetto di una politica fiscale espressione della parzialità dell’intera classe politica degli ultimi trent’anni, certificata dalle centocinquantratré (153) categorie privilegiate dagli altri governi, è espressione di un declino culturale ormai definibile come un vero e proprio default.

     

  • Il Regno Unito dice no al memorandum cinese sulla Nuova Via della Seta

    Il governo italiano, tutto allegro e soddisfatto, ha appena firmato, con la mano di Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri, il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Abbiamo detto “tutto allegro” perché la firma è stata accompagnata da dichiarazioni che sottolineavano retoricamente, con l’importanza della firma,  la felice scelta fatta nell’interesse del popolo italiano. Si sottoscriveva non solo la nuova via della seta, ma anche la nuova politica estera italiana, sganciata da quella dei tradizionali alleati atlantici ed europei. Il tutto, e non è un tema di poco conto, senza un preventivo dibattito in parlamento e nessuna discussione sui media. L’opinione pubblica sembra aver accolto l’avvenimento senza eccessivo entusiasmo, anzi, senza entusiasmo del tutto. Ma per il governo questa scelta rappresenta una svolta importante che darà frutti in futuro.

    Nel frattempo, il 4 aprile scorso, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni (Camera bassa) del Parlamento britannico, ha pubblicato un documento strategico in cui si raccomanda al governo di Sua Maestà di non firmare alcun Memorandum d’intesa con la Cina sulla BRI. Il documento, più che rappresentare un semplice atto britannico, ha voluto essere un modello per l’Unione europea e gli Stati Uniti. Esso, infatti, è stato rilasciato pochi giorni prima del vertice tra UE e Cina che ha avuto luogo a Bruxelles il 9 aprile scorso. Il documento riconosce gli effetti positivi degli investimenti della BRI nei Paesi in via di sviluppo, ma ammonisce che essi minacciano di minare l’ordine internazionale “liberale” basato sulle regole. Non riassumiamo il documento e passiamo direttamente alla raccomandazione finale del documento, che trascriviamo integralmente:“La BRI, nella forma in cui viene attualmente perseguita, solleva preoccupazioni in riguardo agli interessi del Regno Unito. Tra questi, il rischio che gli investimenti cinesi incoraggino i Paesi a concludere accordi che minino i criteri internazionali che il Regno Unito si adopera di promuovere, o lascino quei Paesi con debiti insostenibili che minino lo sviluppo e la stabilità politica. Vi è anche il rischio che la promessa di investimenti cinesi, o l’indebitamento coercitivo (sic) nei confronti della Cina, possano incoraggiare quei Paesi a unirsi agli forzi cinesi di minare alcuni aspetti del sistema internazionale basato sulle regole e indebolire le alleanze e i partenariati che contribuiscono a preservare la pace e la prosperità internazionali. Perciò, sulla base di questi rischi, approviamo la decisione del governo di non firmare un Memorandum d’Intesa a sostegno della BRI. Il governo fa inoltre bene a non accettare la richiesta cinese che il Regno Unito fornisca quel che sarebbe a tutti gli effetti un sostegno in bianco a ciò che è un pilastro chiave della sua politica estera.”

    Il governo italiano, a differenza di quello britannico, ha invece rilasciato un assegno in bianco al pilastro chiave – come il documento della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni chiama la BRI – della politica estera cinese. In cambio di che? Il Regno Unito sarà un po’ squinternato sul problema Brexit, ma è certo che in ordine alla geopolitica (ed alla geoeconomia che ne consegue) nessuno può contestare la sua lucidità. Nebbia intensa, invece, sulla penisola italica.

  • Missing in action

    Il clima di incertezza internazionale ha determinato un forte rallentamento della crescita economica e paradossalmente risulta ancora una volta (esattamente come nel 2008 nel caso della crisi finanziaria Made in Usa dei “subprime”) successivo ad un periodo di politica monetaria fortemente espansiva negli Stati Uniti  operata dalla Fed per sostenere la crescita dell’economia americana.

    Così in Europa il rallentamento, e per fortuna ancora non la crisi conclamata, emerge alla fine del  quantitative easing che ha rappresentato, assieme ai Tltro, un sostegno alla ripresa economica europea da parte della Bce.

    Quindi la crisi mondiale finanziaria Usa, se non causata, quantomeno viene favorita dall’eccesso di liquidità immessa dalla Fed come strumento di sostegno e di sviluppo per l’economia statunitense, all’interno di un mercato globale contraddistinto da una maggiore incertezza legata soprattutto alla politica di forte contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Cina e nella definizione delle politiche commerciali presenta forti similitudini con il rallentamento della crescita.

    La storia economica, in altre parole, dimostra ancora una volta, inequivocabilmente, che le sole politiche monetarie utilizzate come strumento di sviluppo se non opportunamente finalizzate alla ripresa del settore manifatturiero e industriale rappresentano semplicemente un veicolo per creare le perfette condizioni per  una crisi economica scaturita sia da problematiche proprie interne che da contesti internazionali come la contrapposizione tra i due colossi Stati Uniti e Cina.

    Il clima di incertezza complessivo, quindi, contribuisce a creare le condizioni di un rallentamento della crescita nel mercato globale ed interconnesso. Per quanto riguarda il nostro paese, invece, l’Italia è tra gli unici cinque (5) paesi del mondo in recessione economica assieme alla Corea del Nord, alla Guinea Equatoriale, Porto Rico e Venezuela. Questa triste e indegna situazione economica dimostra l’assoluta incapacità gestionale operativa e strategica di chi ha gestito le politiche economiche nel nostro paese a partire dal 1992 in poi, l’anno del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani operato dal governo Amato nella notte tra il 9 e 10 di luglio: nel caso qualche mente infantile ancora pensasse ad un  ritorno alla lira per risollevare le condizioni della nostra economia.

    In questo contesto avvilente si rileva a puro titolo di cronaca come tre termini economici (che hanno riempito le cronache economiche degli ultimi anni) risultino assolutamente spariti dal lessico odierno di economisti, politici, accademici e media da quando la crisi sta manifestando i propri effetti particolari per l’economia italiana.

    Negli ultimi cinque anni infatti buona parte del dibattito che ha investito le migliori “intelligenze nazionali ed internazionali” troppo spesso risultava concentrato su tematiche di sviluppo economico che indicavano nel  valore di volano dei servizi, ed in questi individuati soprattutto dalla sharing/app/gig Economy. Queste tre definizioni di Economia ora risultano letteralmente “missing in Action“!

    Ancora oggi non si riesce a comprendere come i servizi individuati come fattore fondamentale di sviluppo invece verranno spazzati via nel giro di pochi anni da un semplice algoritmo. Potranno sopravvivere, invece, solo ed esclusivamente se legati ad un forte settore manifatturiero all’interno del quale contribuiranno ad aumentare il valore aggiunto del prodotto. Viceversa l’intero mondo economico nazionale e internazionale ha sempre individuato in queste tre tipologie di “economia” la via maestra per lo sviluppo. Queste invece risultano assolutamente ridicole sotto il profilo del loro peso economico ma soprattutto, e ripeto soprattutto, per la “ricaduta occupazionale risibile”, il parametro di riferimento fondamentale nella valutazione di un qualsiasi politica di sviluppo economico .

    A queste ridicole visioni si aggiungono, poi, la sopravvalutazione degli effetti delle politiche di deregolamentazione dei servizi stessi (https://www.ilpattosociale.it/2019/03/07/perche-non-si-cresce/).

    Il fatto ora che il nostro Paese risulti nel terribile gruppo delle uniche cinque nazioni del mondo in recessione economica dimostra inequivocabilmente il fallimento clamoroso della nostra classe politica, dirigente ed accademica dimostratasi ancora una volta assolutamente autoreferenziale ed incapace nell’elaborazione di una strategia economica del medio come del lungo termine. Una inadeguatezza che condanna il nostro paese ad un inesorabile declino culturale di cui quello economico ne risulta semplicemente un effetto.

  • Politica fiscale ed Iva: il paradosso democratico

    L’incertezza relativa alle dinamiche economiche di un mercato globale sempre più articolato e  complesso investono anche la Cina. L’esito stesso delle trattative relative ad un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresentano di per sé un fattore di incertezza non indifferente.

    Il colosso asiatico, infatti, a fronte di una riduzione delle previsioni di crescita per il 2019 che passano da un +7.5% ad un “modesto” +6/6.5% (l’Italia invece da un +1,2% ad un disastroso -0,2%!), ha avviato una sostanziale modifica della strategia economica ma soprattutto della politica  fiscale. A  conferma di questo cambiamento strategico l’IVA nel settore manifatturiero passa dal 16% al 13% (nove [9] punti in meno della attuale aliquota italiana) mentre quella applicata al settore trasporti e costruzioni dal 10% al 9%. Nel settore dei servizi rimane invece invariata al 6% ma vengono aumentate alle deduzioni. Quindi, uno stato come quello cinese, che certamente non rappresenta un esempio classico di “applicazione del principio democratico” e che per tale propria strutturazione non è vincolato dalla ricerca di un consenso elettorale, vara una politica che tende a privilegiare i consumi ed incrementa gli stessi come volano della ripresa della corsa economica che ha subito un minimo rallentamento attraverso una riduzione della pressione fiscale.

    Viceversa nella ‘democratica’ Italia l’IVA rappresenta una spada di Damocle introdotta dal governo Berlusconi ed applicata da tutti i governi successivi come elemento di “finanza creativa” sostenuta  da Tremonti e successivamente utilizzata da tutti i titolari del dicastero economico. Al di là dell’aspetto funzionale di “clausola di salvaguardia” va infatti ricordato come l’aumento dell’Iva fosse tutto sommato appoggiato anche dai ministro Padoan e vice ministro Calenda. Questo infatti confidavano attraverso l’aumento dell’IVA in una spirale inflattiva che avrebbe ridotto il peso del debito pubblico (secondo la loro visione monetaristica ormai ridicola all’interno di una valuta come l’euro). Il fatto poi che questo ulteriore aumento della pressione fiscale avrebbe diminuito ancora di più i consumi riducendo la capacità di acquisto dei cittadini italiani non era un problema preso in alcuna considerazione dai dotti esponenti del governo Renzi. La vicenda dell’ IVA italiana, in altre parole, dimostra ancora una volta come l’intera compagine politica dell’intero arco costituzionale utilizzi la leva fiscale solo ed esclusivamente al fine di incrementare la spesa pubblica corrente ed improduttiva in modo da ottenere strumenti finanziari per il proprio giardino elettorale (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Il paradosso dell’IVA dimostra in modo brutale ma inequivocabile come uno stato democratico che dovrebbe perseguire il raggiungimento del massimo benessere per i propri cittadini, dai quali  è democraticamente eletto, come propri rappresentanti si dimostri invece, attraverso una gestione della leva fiscale, assolutamente autoreferenziale (anche a confronto di uno Stato autoritario come la Cina) finalizzata solo al mantenimento del potere attraverso la gestione della spesa pubblica.

    Viceversa uno stato certamente molto meno democratico come la Repubblica cinese per perseguire gli obiettivi di crescita economica che sono fondamentali per mantenere il potere all’interno delle diverse espressioni dell’unico partito al potere attraverso delle politiche fiscali espansive determina  l’aumento del potere d’acquisto dei propri cittadini che ne risultano i primi beneficiari.

    Un paradosso talmente stridente che dovrebbe finalmente aprire una seria riflessione relativamente al peso dello Stato ma soprattutto della propria classe politica e dirigente all’interno della democrazia italiana. Se non per rivedere la sempre maggiore ingerenza dello stato nell’economia quantomeno nella individuazione degli obiettivi da conseguire attraverso le politiche fiscali i cui risultati ed effetti ormai si dimostrano paradossali.

  • USA: non tutto è oro che luccica

    Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.

    Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.

    Questi sviluppi ci pongono due domande.  Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria?

    Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.

    In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.

    Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.

    Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.

    Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.

    Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.

    Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.

    In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • La Banca d’Italia

    Ogni istituzione democratica è legittimamente soggetta a critiche sia per le competenze espresse ma anche e soprattutto in rapporto ai propri parametri adottati attraverso i quali vengono selezionate le professionalità che nelle varie e per le stesse istituzioni operano. La legittima critica è quindi espressione del principio democratico della indipendenza, separazione ed equilibrio dei diversi poteri, siano questi politici, istituzionali o economici.

    Di conseguenza è evidente che le critiche in determinate occasioni, sempre legittime (il che non si traduce in comprovate), nei confronti dell’operato complessivo della Banca d’Italia quanto dei singoli esponenti della stessa possono talvolta risultare espressione di tentativi maldestri per influenzarne l’attività.

    Del resto, all’interno del Governo Letta il ministro Saccomanni, ex dirigente di Banca d’Italia, dimostrò la propria assoluta incompetenza in ambito economico ed uno scollegamento dal contesto del mercato affermando, all’inizio del 2014, la convinzione di una ripresa dell’economia italiana.

    Successivamente, e arriviamo al complesso rapporto tra il mondo politico e le autorità economiche già con il governo Renzi, si registrò una fortissima resistenza alla riconferma del  governatore  Visco. Il che dimostra, in modo inequivocabile, come non siano di quest’oggi le critiche e la volontà, anche dell’attuale governo, di entrare o peggio subentrare e così sovrapporsi alle metodologie degli incarichi e delle professionalità. Un vecchio vizio della politica già presente appunto con il governo Renzi.

    In altre parole, un principio democratico come l’indipendenza della Banca d’Italia viene sottoposto alla costante pressione da parte del mondo politico, spesso assolutamente privo di ogni competenza specifica, il quale vorrebbe inserire all’interno della propria sfera di competenza anche le politiche finanziarie e non ultima la gestione delle riserve auree custodite in Banca d’Italia. Una risibile  volontà già espressa dal mondo della politica proprio nel recente passato (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/25/1936-2019-assalto-alla-banca-ditalia-ed-default-culturale/).

    Il mandato elettorale di tutti i partiti delle diverse maggioranze che si sono sedute alla guida del nostro paese, indipendentemente dallo schieramento politico ottenuto attraverso le elezioni, non comporta ma soprattutto non determina mai la possibilità di operare al di sopra dei principi democratici che si basano su indipendenza, autonomia e bilanciamento dei poteri democratici.

    L’autonomia della Banca d’Italia, per quanto questo Istituto posso essere soggetto a mille critiche relative al proprio operato (basti ricordare la crisi delle banche Venete) quanto a quello dei singoli funzionari che in suo nome operano, tuttavia rappresenta una garanzia democratica all’interno di uno scenario democratico all’interno del quale il potere politico negli ultimi vent’anni ha dimostrato una volontà di fagocitare tutte le funzioni istituzionali in semplice virtù di un mandato elettorale.

    Il mandato elettorale, in altre parole, non rappresenta una cambiale in bianco per operare non tanto in virtù di un programma elettorale ma al di sopra degli stessi principi democratici. Anche perché spesso la storia italiana dimostra come alle pur sempre criticabili professionalità dimostrate dagli istituti economici come la Banca d’Italia molto spesso la politica contrapponga delle risibili competenze economiche basate e forti solo del mandato elettorale. Ricordando, comunque, alle due espressioni istituzionali come l’indipendenza della Banca d’Italia non si debba tradurre in uno stato di irresponsabilità mentre per il potere politico la propria attenzione non si possa mai trasformare in una manifestazione di ingerenza e controllo. Il tutto per ribadire, una volta di più, come anche in ambito economico i principi fondamentali democratici siano espressione di un quadro valoriale molto spesso sconosciuto al ceto politico.

  • Settore turismo: sempre meno personale specializzato

    Il settore turistico in Italia sta vivendo un momento florido ma di grande cambiamento ed evoluzione. Sappiamo quanto il Bel Paese sia una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo, ma questo non basta più per sostenere una economia che sfrutti a pieno le potenzialità dei nostri territori.

    In questi giorni Riccione ospita “Working in Tourism”, la prima borsa del turismo delle professioni turistiche organizzata da Confesercenti, Assohotel e Cescot Lavoro, per rispondere alle esigenze di richiesta di personale delle imprese della riviera romagnola. Il problema di questi anni è diventato la ricerca di personale qualificato da inserire nelle strutture. L’iniziativa ha visto nascere anche l’implementazione del portale di ricerca lavoro https://www.cescotlavoro.it/ con l’apposita sezione dedicata al turismo, dove le imprese possono trovare il personale che occorre loro per le proprie attività e le persone possono inviare i loro curriculum per essere inseriti nella banca dati e ricevere le proposte di lavoro.

    “Questo evento – afferma Marco Pasi, Direttore di Confesercenti Emilia Romagna – rappresenta una risposta concreta alle oggettive difficoltà che le imprese turistiche della nostra riviera incontrano nel reperire la forza lavoro necessaria”.

    “Con questo appuntamento – spiega il presidente di Confesercenti Rimini, Fabrizio Vagnini – Cescot ogni anno organizza numerosi corsi per formare e avviare il personale alle professioni del turismo. Con la proposta di questi 200 posti di lavoro, per lo più offerti da bagnini, albergatori e ristoratori, chiudiamo il cerchio facilitando l’incontro tra chi offre impiego e chi lo cerca. Per quanto riguarda i corsi abbiamo registrato una flessione nel numero delle iscrizioni, stiamo valutando le cause, al momento notiamo che è coincisa con l’introduzione del reddito di cittadinanza”.

    La realtà è che molte imprese turistiche della costa romagnola pensano che avranno difficoltà nel reperire il personale necessario ad affrontare la prossima stagione estiva. È quanto emerge dall’indagine condotta da Confesercenti e Assohotel Emilia Romagna fra le imprese alberghiere associate, presentata in questa occasione. Dall’indagine emerge come ben l’83% degli intervistati preveda di incontrare difficoltà a trovare personale. Una situazione che si era già presentata durante la stagione 2018 e che per il 48% delle imprese si ripeterà nella stessa misura anche nel 2019, mentre per un altro 48% la previsione è che queste difficoltà aumentino. Le difficoltà maggiori, nella ricerca del personale, riguardano la mancanza di competenze adeguate per il lavoro che si dovrà svolgere (66% dei casi); la poca disponibilità ad affrontare orari di lavoro ‘atipici’ (come il lavorare nei week-end o nelle giornate festive – 52% dei casi); trovare persone motivate e interessate alla tipologia di lavoro offerto (48% dei casi); la poca esperienza (30% dei casi) o la poca disponibilità a svolgere le mansioni più semplici (27% dei casi). Le mansioni in cui le difficoltà a reperire personale sono maggiori, sono quelle dell’addetto alla sala e al bar (66%), alla cucina (55%), ai piani (26%) ma anche alla spiaggia per quanto riguarda gli stabilimenti balneari (21%).

    Lo strumento di ricerca e selezione del personale rimane ancora legato a quello classico del passaparola da fonte di colleghi o parenti (87%), seguito da annunci e inserzioni sugli strumenti di comunicazione tradizionale (49%) e dalle associazioni di categoria e dei loro centri di formazione (34%). Un ruolo importante, tuttavia, lo giocano anche le autocandidature (32%) anche se quest’anno questo si dimostra un canale un po’ più ‘fiacco’ rispetto al passato.

    La difficoltà nel reperire personale qualificato si rivela, comunque, un ostacolo serio allo sviluppo delle aziende (denunciato nel 26,4% delle imprese intervistate) anche se ha un peso di gran lunga inferiore al costo del lavoro troppo elevato (58,5%), dei costi di gestione troppo alti (54,7%), della troppa burocrazia (30,2%).

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