Economia

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

  • Premio Battaglia, nuovo bando per gli universitari

    La Banca di Piacenza ha individuato il tema per la nuova edizione del “Premio Francesco Battaglia”: “Salita al Pordenone, un evento promosso dalla Banca locale che non ha goduto di contributi né pubblici né della comunità”.
    Con il tema della nuova edizione del Premio – istituito nel 1986 per onorare la memoria dell’avv. Francesco Battaglia, già tra i fondatori e presidente della Banca per molti anni – la Banca di Piacenza prosegue nel l’attività volta alla valorizzazione di studi svolti localmente basando il focus, questa volta, sulla valorizzazione del contributo artistico e culturale che una realtà locale come la nostra Banca è in grado di offrire al territorio valorizzandone la conoscibilità ad un vasto pubblico.
    Il 6 settembre 2019, trentatreesimo anniversario della morte dell’avv. Battaglia, verrà assegnato il “Premio Francesco Battaglia” (dell’importo di € 3.000), all’autore dell’elaborato che per la profondità e l’acutezza del suo lavoro di ricerca originale, compiuta ai fini della partecipazione al Premio, abbia offerto un valido contributo alla conoscenza della tematica individuata. Potranno partecipare al concorso tutti gli studenti iscritti presso una delle sedi universitarie dell’Emilia Romagna, della Liguria o della Lombardia, presentando uno studio sull’argomento.
    L’elaborato dovrà essere inviato con plico raccomandato ovvero consegnato personalmente all’Ufficio Segreteria della Banca di Piacenza (tel. 0523 542152-251) in Via Mazzini, 20 entro venerdì 31 maggio 2019.
    Il regolamento del Premio prevede che possa anche essere riconosciuto a chi si sarà particolarmente distinto per la qualità dell’elaborato e per l’impegno dimostrato nello studio, un eventuale premio di partecipazione a titolo di rimborso delle spese che si saranno rese necessarie per reperire documentazione e svolgere ricerche sull’argomento.
    Il bando del concorso è a disposizione degli interessati sul sito internet della Banca www.bancadipiacenza.it

  • Un debito insostenibile e il rischio di un nuovo crac finanziario

    William White, ex capo economista della Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) ha dichiarato al settimanale Der Spiegel del 7 settembre scorso che “il problema di fondo della crisi della Lehman Brothers (la più grossa banca d’affari degli Stati Uniti che dichiarò bancarotta il 15 settembre 2008 scatenando la crisi finanziaria non ancora risolta del tutto) non è mai stato affrontato. Al contrario – afferma White – è stato esacerbato e il debito è più alto che mai” ed il sistema finanziario “è giunto al limite”. Affermazioni gravi, se corrispondono al vero, che dovrebbero impensierire i politici di ogni colore. Allo scoppio della crisi del 2007/2008 tutti gli esperti hanno dichiarato che quel che stava accadendo era causato dal sistema finanziario esistente. La crisi è sistemica – dicevano – non congiunturale e momentanea. Ma tutti gli espedienti utilizzati per far fronte alla crisi non hanno mai intaccato il sistema, non lo hanno mai riformato, come inizialmente gli esperti chiedevano. Anzi, le banche speculative, invece, non solo furono salvate, ma fu loro permesso di riscrivere le regole. Bilioni di denaro a costo zero sono stati regalati alle banche e alle istituzioni finanziarie ombra, sotto l’egida del “Quantitative Easing” e questi soldi sono andati ai mercati azionari, producendo una finta ripresa e rilanciando lo smercio dei derivati. L’effetto è stato che il volume di debito a bassa qualità dei Paesi emergenti, come pure il debito sovrano di molti Paesi transatlantici, unito al livello insostenibile raggiunto dal debito societario, dal debito privato (carte di credito), dai prestiti studenteschi e via dicendo, ha raggiunto livelli pericolosi. In effetti le economie emergenti sono oggi esposte per oltre 8.000 miliardi di dollari di debito sovrano e societario, 249 miliardi dei quali scadranno l’anno prossimo. L’aumento dei tassi d’interesse e un dollaro più forte rendono più costosi i rimborsi, con la conseguenza che si va verso l’insolvenza. Ancora più esposto è il debito societario americano. Nel 2007 gli USA avevano 17.700 miliardi di dollari di debito societario. Oggi quel dato è 15.900 miliardi, gran parte del quale di bassa qualità, inclusi i cosiddetti titoli spazzatura. Nel 2008 furono emesse obbligazioni societarie per 700 miliardi di dollari. Questa cifra è aumentata di 2,5 volte nel 2017, con un’afta percentuale di debito sub-prime. Raghuram Rajan, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha messo in guardia dall’effetto domino che potrebbe essere scatenato da un default, e sottolineando che il settore più a rischio della finanza consiste oggi nel “sistema bancario ombra” in cui non v’è trasparenza. Nonostante le rassicurazioni di politici e istituzioni finanziarie, il sistema bancario non è affatto più forte rispetto al crac del 2008. Gran parte del debito creato dalle banche centrali per stimolare la ripresa, è di dubbia qualità e i piani di riduzione della leva finanziaria ideati dalle banche centrali, insieme all’aumento dei tassi d’interesse in corso o in programma, aumenteranno la volatilità fino a raggiungere un punto pericoloso. Non c’è alcun dubbio: il rischio che si corre è dato da un debito insostenibile, che minaccia di scatenare il prossimo crac finanziario. Per evitarlo, c’è chi propone di ripristinare la legge Glass-Steagall, cioè la netta separazione tra banche d’affari e banche ordinarie, costringendo le prime ad accollarsi le perdite aggiustando il valore dei derivati ai prezzi reali e tutelando invece le banche ordinarie e i risparmiatori. L’appello più importante è contenuto in un “libro bianco” pubblicato dall’associazione nazionale delle banche cooperative, la National Association of Federally Insured Credit Unions (NAFCU), dal titolo Modernizing Financial Services: The Glass Steagall Act Revisited (“Ammodernare i servizi finanziari: il Glass Steagall Act rivisitato”), seguito da un editoriale su The Hill dell’11 settembre a firma di Carrie Hunt, vicepresidente esecutiva e consulente legale dell’associazione. Anche se sottovaluta il pericolo di un crac finanziario oggi, la Hunt fa notare che il ripristino della legge Glass-Steagall contribuirebbe a tutelare i consumatori dagli effetti di “un’assunzione di rischi sfrenata ed eccessiva” e impedirebbe che le banche cosiddette “too big to fail” (troppo grandi per esser lasciate fallire) dovessero essere sovvenzionate dai contribuenti. Appelli simili sono stati lanciati in Germania. E in Italia?

    Fonte: Agenzia EIR Strategic Alert n. 38 del 18.09.18

  • Equità fiscale: 3.7 milioni, 23.3 milioni , 150 persone…

    Uno dei concetti più usati per ragione contro la flat tax è relativo al fatto che questa favorisca mediamente i redditi oltre i 30.000 euro e quindi escluda dai benefici di una aliquota piatta quasi l’80% della popolazione italiana. Da anni i fatti continuo ad indicare, per una riduzione del carico fiscale vista come unica soluzione finanziariamente sostenibile, la riduzione delle aliquote e della loro progressività. L’unicità della soluzione nasce dalla sostenibilità finanziaria anche in considerazione del fatto che il nostro Paese continua a dimostrare una crescita del debito pubblico  due volte e mezza superiore rispetto alla crescita del PIL. In tal senso si ricorda anche che in presenza di una riduzione del PIL reale rispetto a quello previsto (2018 anno in corso 1.1% attuale rispetto alle previsioni di 1,4 %) questo determini automaticamente un aumento della pressione fiscale stessa.

    Tornando quindi alla politica fiscale strutturata in una costante lieve riduzione delle aliquote e della loro progressività per ridare un po’ di supporto alla domanda interna, contemporaneamente la leva fiscale dovrebbe venire utilizzata anche come fiscalità di vantaggio al fine di favorire gli investimenti nel nostro Paese. Questa fiscalità offre  la possibilità di raggiungere il doppio obiettivo di favorire il reshoring produttivo di attività una volta delocalizzate in un paese a basso costo di manodopera e, di conseguenza, aumentare l’occupazione di buon livello, sia professionale che retributivo. Quindi come obiettivo correlato si otterrebbe anche un sostegno alla crescita della domanda interna.

    Ovviamente per trovare la propria copertura si dovrebbe avviare un’azione di ottimizzazione della spesa pubblica, la famosa spending review, mentre  l’anno successivo la copertura dovrebbe  arrivare dal maggiore gettito fiscale legato alle nuove attività industriali con forte ricaduta occupazionale presenti sul nostro territorio. Non va infatti dimenticato che in un mercato complesso e globale come quello attuale, l’economia non rappresenta un sistema perfetto nel quale applicare teorie economiche con manieristica ottusità  ma un insieme complesso ed articolato sempre alla ricerca di un proprio equilibrio senza mai trovarlo.

    Partendo da questo oggettiva considerazione è evidente quindi come la fiscalità, o meglio, la politica fiscale attuata dai vari governi possa rappresentare molto più della politica monetaria, uno dei fattori performanti e competitivi che possano favorire una crescita economica successivamente alla quale può anche subentrare la funzione di redistribuzione del reddito con i servizi erogati dallo Stato attraverso il prelievo fiscale.

    La rinuncia ad una quota della fiscalità normale viene in questo modo ripagata dal maggior gettito dell’anno successivo grazie alla maggiore occupazione creata con gli investimenti allettati appunto dalla fiscalità di vantaggio ma anche grazie al benessere diffuso che, di conseguenza, si riverbera attraverso la crescita dei consumi e il maggiore gettito dell’ IVA e delle altre accise sui consumi.

    In questo senso si ricorda che l’Italia rispetto alla crisi del 2010 risulti ancora al di sotto di oltre il 2% come livello di consumi, il che dimostra come  le politiche fiscali degli ultimi anni non abbiano ottenuto neppure un effetto redistributivo del reddito ma solo quello di coprire assieme al debito l’esplosione della spesa pubblica improduttiva.

    E’ perciò evidente come il livello dei consumi rappresenti un indicatore inequivocabile del benessere diffuso che la politica economica e quindi anche quella fiscale abbiano determinato negli ultimi anni. In questo senso allora può risultare interessare constatare come l’indice dei consumi risulti inferiore a quello dell’inflazione dello 0,3%. In questo contesto disastroso va ricordato invece come il  governo Gentiloni abbia inserito la flat tax al 26%  per le rendite finanziarie che favorisce le rendite oltre i 750.000 euro, in più con una possibilità esclusa per le imprese di compensare anche le minusvalenze.

    Ancora più insultante è l’intervento del governo Renzi che ha inserito la cedolare fissa di 100.000 euro per tutti i percettori di reddito superiore al milione che intendessero scegliere l’Italia come propria residenza fiscale. Solo per dare un esempio: una persona con un reddito di  un milione di euro verserà al fisco italiano centomila euro applicando una aliquota del 10%, mentre se il reddito risultasse di dieci milioni l’aliquota applicata risulterebbe essere del’l,1%.

    Una fiscalità di vantaggio per le singole persone dai redditi milionari non avrà e non può avere nessun tipo di ricaduta per la collettività e per i contribuenti cittadini italiani, se non forse l’aumento del valore degli immobili di prestigio. Si ricorda invece come la tassazione sul lavoro sia del 48%!

    In considerazione quindi allo stato attuale di questo sistema fiscale, assolutamente sbilanciato, la prima riforma fiscale che un governo di persone oneste e competenti dovrebbe varare dovrebbe venire individuata nella soppressione di questa volgare ed iniqua cedolare secca per i redditi multimilionari che rende l’Italia un paese indegno e non certo europeo. Anche perché a tal proposito si ricorda che la fiscalità di vantaggio dei paesi dell’Unione Europea riguarda la volontà di essere maggiormente attrattivi per gli investimenti e le imprese estere che generano occupazione e non certo dei singoli percettori di alto reddito come in Italia. Si continua infatti a parlare a sproposito di investimenti in infrastrutture la cui ricaduta risulta positiva nel medio lungo termine (come fattore competitivo per le imprese), mentre la politica fiscale ha degli effetti immediati sul reddito disponibile dei cittadini e dei contribuenti e rappresenta l’unico modo per ridare un po’ di fiducia che troverebbe sicuramente una manifestazione anche attraverso un aumento dei consumi. Oltre ovviamente a riportare un senso di equità fiscale che attualmente è completamente dimenticato tanto dai sostenitori della flat tax e dell’uscita dall’euro quanto dei loro predecessori. Atteggiamenti entrambi figli di una incompetenza e disonestà intellettuale ormai senza orrore di se stessa.

    P.S. Nel caso qualcuno si chiedesse il significato dei numeri del titolo: persone ed aziende sottoposte al regime fiscale con aliquota media del 48% 3.7 milioni di imprese; 23.2 milioni di occupati; numero di persone che ottengono il regime fiscale forfettario con cedolare fissa a 100.000 euro per reddito oltre 1 milione: 150 …

     

  • Vent’anni di inutile storia

    Un arco di tempo di vent’anni può rappresentare un valido arco temporale per valutare i risultati ottenuti in rapporto alle dichiarazioni ed alle promesse elettorali dai vari governi. Più di vent’anni rappresentano anche l’arco di tempo scelto dalla Cgia di Mestre, dopo un’accurata analisi, per indicare in duecento (200) miliardi la pressione fiscale aggiuntiva. Negli ultimi vent’anni quindi risultano sottratti dalle tasche dei contribuenti duecento miliardi di euro a parziale copertura della ingovernabilità ed insostenibilità della spesa pubblica. A questa maggiore pressione fiscale fa riscontro, per di più, un livello dei servizi mediamente erogato dallo Stato o dagli enti locali qualitativamente di livello inferiore di anno in anno.

    Risulta allora interessante ricordare come nel 1998, quindi sempre vent’anni addietro, il debito pubblico risultasse di 1.731.058 miliardi di euro all’epoca del governo Prodi e D’Alema.

    Attualmente risulta già ampiamente raggiunta la soglia di 2349 miliardi di euro (fonte Istituto Bruno Leoni) di debito pubblico. Appare quindi imbarazzante la somma tra le nuove tasse unite alla crescita del debito pubblico.

    Sempre negli ultimi vent’anni ammonta ad oltre seicentoventi miliardi (620) il nuovo debito pubblico, +200 di maggiore di imposizione fiscale. Totale 820 miliardi “solo” in vent’anni utilizzati semplicemente a copertura della maggiore spesa corrente essendo la spesa in conto capitale praticamente azzerata. Una cifra assolutamente improponibile anche per un bilancio dello Stato e che rappresenta la fotografia del disastro economico, finanziario e gestionale che accomuna nella responsabilità l’intero arco costituzionale dei partiti che si sono succeduti alla guida del nostro Paese,  in particolare dalla seconda metà degli anni novanta fino ad oggi, come emerge evidente dal grafico in foto.

    Questo dimostra inequivocabilmente come non sia mai diminuita la spesa pubblica e tantomeno la pressione fiscale seguite dal costante aumento del  debito pubblico: una strategia comune a tutti i governi di centro-destra come di centro sinistra. L’esplosione poi emerge evidente a partire dal 2015/2016, periodo nel quale il debito, con il governo Renzi e Gentiloni, aumenta di 2,5 volte più velocemente del PIL portandosi alla drammatica situazione attuale di un rapporto insostenibile di oltre il 130% tra debito e PIL.

    Tornando all’analisi dell’ultimo ventennio è evidente come a fronte di queste cifre iperboliche di nuova spesa pubblica (sostenuta e dall’aumento del debito pubblico e della pressione fiscale) non abbia mai fatto riscontro un aumento del livello dei servizio, dimostrando, ancora una volta, come siano gli enti pubblici nella loro erogazione dei servizi stessi il vero problema dell’ inefficienza della pubblica amministrazione. Questa responsabilità va ovviamente equamente condivisa tanto tra chi ipotizzava una diminuzione “di un giorno lavorativo” come la esemplificazione di una visione semplicistica ed impropria relativa all’ingresso nell’euro. Quando invece si sarebbero dovuti diversamente utilizzare i risparmi sui costi al servizio del  debito pubblico grazie alla riduzione dei tassi medi invece di finanziare nuova spesa pubblica.

    Una responsabilità che ovviamente coinvolge anche brillanti candidati al premio Nobel  per l’economia convinti di risolvere il problema della inefficienza della pubblica amministrazione attraverso l’introduzione dei tornelli, mentre invece si sarebbe semplicemente dovuto inserire su un parametro di efficienza che valutasse l’esito tra le pratiche presentate ed  evase per aumentare la produttività della stessa amministrazione.

    Un disastro talmente evidente dato dalla somma del maggiore debito pubblico e della maggiore pressione fiscale (820 mld) che emerge dal semplice confronto tra i dati dei consumi del 2010 in Germania che sono aumentati di oltre il 13%, in Francia di oltre 10% mentre in Italia risultano  inferiori ancora del 2%.

    L’incrocio tra i dati  relativi all’aumento del debito pubblico dalla seconda metà degli anni ‘90 fino ad oggi unito alla maggior pressione fiscale degli ultimi vent’anni dimostrano inequivocabilmente come la gestione della macchina amministrativa presenta delle falle incontenibili che mostrano un costo doppio per la collettività e soprattutto per le imprese e per i  lavoratori.

    Il primo viene indicato dalla mancanza di un servizio finanziato attraverso la pressione fiscale e il debito che si rivela di scarso livello e non certamente in linea con le aspettative che un mercato globale impone ad una nazione come l’Italia.

    In questo senso basti pensare a tutte le classifiche che ci vedono tra gli ultimi posti tanto in Europa quanto nel mondo come numero di laureati al quale il mondo accademico risponde attraverso l’adozione del numero chiuso. In più esiste un secondo costo che viene rappresentato dalla necessità per gli stessi cittadini come per le imprese obbligati a ricercare nel settore privato quei determinati servizi che la pubblica amministrazione non sa offrire ad un livello adeguato. Si pensi ai diversi tempi di attesa per una visita con lo stesso medico all’interno della medesima struttura ospedaliera a seconda che si vi si acceda attraverso la via pubblica o privata.

    Sempre nell’ultimo ventennio il PIL dell’Irlanda è cresciuto ad una velocità molto superiore rispetto a quello italiano tanto da passare in termini assoluti da 1/25 di quello italiano al livello attuale di 1/5. Sono gli effetti di una gestione della pubblica amministrazione e della finanza pubblica assolutamente insostenibili, come la Corte dei Conti ogni anno ammonisce senza ottenere mai una risposta dal mondo politico stesso e tantomeno da quello accademico che, in questo caso, risulta  legato a doppio filo con quello politico.

    Una situazione talmente grottesca da coinvolgere persino la classe politica attuale che si considera nuova e che vorrebbe portare o meglio riportare il nostro Paese ad una valuta debole (la lira) convinta che questo porterebbe ad una esplosione delle esportazioni. Anche in questo caso una imbarazzante analisi come visione semplicistica che ridicolizza le competenze in campo economico  in quanto il debito pubblico andrebbe comunque pagato in valuta pregiata e non soggetta ad una  continua svalutazione: il che provocherebbe una ulteriore spinta inflazionistica legata all’esplosione dei costi al servizio del debito stesso.

    La storia economica degli ultimi vent’anni insegna e dimostra i “risultati” ottenuti attraverso determinate politiche economiche e sociali. Oltre ottocentoventi miliardi di nuova spesa pubblica finanziata, 620 a debito e 200 con nuove tasse. Un aumento che i ministeri sono riusciti ad ottenere attraverso la “contabilizzazione extra bilancio”, già fortemente criticata dalla Corte dei Conti, tanto da accrescere la spesa dei ministeri negli ultimi cinque  anni di altri cento miliardi.

    Questi numeri suggeriti dalla Cgia di Mestre incrociati con quelli dell’esplosione del debito pubblico e della spesa pubblica dimostrano come in Italia gli ultimi vent’anni di storia risultino  passati inutilmente e come la nostra crisi economica rappresenti solo un aspetto di una ben più grave crisi culturale. Appunto …Vent’anni di inutile storia.

  • Libero scambio: quale modello?

    La libera circolazione delle merci non gravata di alcun tipo di tassazione aggiuntiva rappresenta lo scenario ideale ed ovviamente teorico al quale i vari accordi commerciali tra le diverse realtà economiche e  politiche timidamente tendono ad avvicinarsi. Nel mondo reale infatti la concorrenza non comincia tra prodotti (piuttosto tra filiere produttive), e quindi tra sistemi normativi relativi alla fiscalità, alla tutela del lavoro e della produzione e, ultimamente, anche alla sostenibilità. Questi sistemi si confrontano poi attraverso i prodotti (e le filiere), e quindi  la sola ricerca di un aumento della produttività non può certamente compensare i dumping sociali, fiscali ed economici tra Paesi evoluti ed in via di sviluppo. Una delle ricette più banali proposte da oltre quindici anni dal mondo accademico italiano per combattere l’invasione di prodotti a basso costo provenienti dai Paesi del Far East.

    In questo contesto così articolato di un mercato globale che pone in concorrenza beni di consumo ed intermedi, espressione di culture e normative assolutamente diverse tanto diventare esse stesse fattori competitivi, recentemente si è innescata una nuova situazione politica ed economica con  l’esito del referendum in Gran Bretagna relativo all’uscita dall’Unione stessa. La gestione della Brexit infatti rappresenta una nuova opportunità in relazione alle politiche commerciali di libero scambio che vede contrapposte l’Unione Europea alla Gran Bretagna. Il punto d’arrivo dichiarato all’Unione stessa può venire indicato in due obiettivi: il  primo relativo ad un accordo di libero scambio, quindi con zero quote, zero tariffe, ed un secondo, forse ancora più qualificante, relativo al riconoscimento delle oltre tremila specificità o, meglio, tremila indicazioni geografiche per le quali l’Europea chiede la protezione all’interno del mercato britannico.

    In questo ambito la posizione dell’Italia è assolutamente preminente in quanto quasi un terzo (935) di queste protezioni richieste rappresenta appunto l’indicazione di prodotti italiani che vanno dal prosecco al parmigiano reggiano. Questo punto rappresenta una scelta molto qualificante, e potremmo aggiungere assolutamente tardiva, da parte della Unione Europea. In questo senso, infatti, vanno ricordate le critiche che vennero altrettanto giustamente mosse all’accordo relativo e flussi commerciali tra Unione Europea e Canada (il Ceta) all’interno del quale la tutela delle specificità geografiche italiane si fermò al misero numero di quarantatre. In altre parole nel Ceta hanno trovato una propria tutela  poco più del 4% di quei prodotti espressioni della specificità geografica e culturale italiana che invece rappresentano l’obiettivo attuale nella trattativa con la Gran Bretagna. Nella scelta della trattativa tra Gran Bretagna ed Unione Europea la tutela del prodotto inteso come il risultato finale di una filiera produttiva, e quindi espressione contemporanea della cultura di un determinato Paese, pare abbia trovato finalmente una propria espressione e tutela.

    Tornando quindi agli obiettivi raggiungibili in riferimento al Ceta, tutte le critiche risultarono assolutamente corrette e nulla avevano a che fare, come qualcuno disse, in base ad una contrarietà culturale con gli accordi relativi ai flussi commerciali ed al libero mercato. Quest’ultimo rappresenta certamente un traguardo che indica una direzione più che un punto da raggiungere.

    Tale direzione può essere indicata ancora meglio non attraverso l’omogeneizzare delle diverse espressioni culturali che i prodotti esprimono ma fornendo una tutela aggiuntiva a quella nazionale per offrire successivamente la possibilità al consumatore di scegliere liberamente attraverso il proprio acquisto.

    In fondo la semplice condizione  per rendere un libero mercato viene rappresentata dalla conoscenza e quindi dalla certificazione della filiera produttiva.

  • Agenzie di rating non immacolate. Le loro scelte sono alla base della crisi del 2008-2009

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi del 4 settembre 2018.

    Arrivano le nuove pagelle delle agenzie di rating sull’Italia! La maggioranza dei media e tanti politici sono contenti come a Natale, sotto l’albero. Finalmente sapremo che i nostri titoli si avvicinano sempre più al livello di «spazzatura» e la cosa sembra consolare molti.

    In passato, abbiamo più volte messo in guardia da queste «incursioni». Lo abbiamo fatto quando al governo c’era Silvio Berlusconi e le opposizioni usavano i rating per provare che tutto andava male. Lo abbiamo fatto quando al governo c’erano i vari governi del centrosinistra e le opposizioni sventolavano le pagelle negative. Lo facciamo anche ora con il nuovo governo e le nuove opposizioni.

    I rating di Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch non sono valutazioni fatte da enti indipendenti ed eticamente impeccabili. Le agenzie sono imprese private con base negli Usa che hanno la pretesa di giudicare le economie del resto del mondo. In America, invece, sono annualmente tenute d’occhio dalle istituzioni di controllo per scovare eventuali conflitti d’interesse e non sono per niente amate dalle autorità di governo. Il loro ruolo nefasto e corresponsabile nella Grande Crisi del 2007-8, i loro trascorsi e i legami con le grandi banche e con la finanza speculativa, non depongono bene.

    Fitch è posseduta dal colosso della comunicazione Hearst, che ha capitali e partecipazioni in centinaia di differenti business privati. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merryl Linch, Lehman Brothers, Goldman Sachs , l’inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation, ecc. Moody’s Corp. ha un fatturato di 4,2 miliardi di dollari per i suoi servizi finanziari e di rating. I suoi grandi azionisti sono fondi d’investimento e grandi banche. I suoi dirigenti si sono fatti le ossa nella Federal Reserve, nella City Group, nella JP Morgan Chase, nelle multinazionali della farmaceutica e del petrolio, come l’ExxonMobil.

    La S&P Global controlla anche l’omonima agenzia di rating. Prima era controllata dal conglomerato Mc Graw Hill Financial, una multinazionale dei servizi finanziari, che ha cambiato nome. I grandi azionisti sono i chiacchierati fondi d’investimento Black Rock e Vanguard. Vanta dirigenti che sono stati in posizioni di comando alla City Bank, alla JP Morgan Chase, alla banca olandese ING, al francese Credit Agricole, al Credit Suisse, e anche in grandi corporation tra cui la PepsiCo, la Lockeed Martin (tecnologia militare), ecc.

    Basterebbe una veloce occhiata ai loro siti internet per farsi un’idea precisa dei tanti passaggi dal mondo della grande finanza e della speculazione a quello delle grandi corporation che dominano i mercati e viceversa. È più che opportuno, quindi, ricordare quanto detto su di loro dalle massime autorità americane.

    Il documento «The financial crisis inquiry report», preparato da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo americano nel 2011, evidenzia in oltre 650 dettagliatissime pagine le nefandezze perpetrate prima e durante la Grande Crisi finanziaria del 2007-8. Così sintetizza: «Noi affermiamo che i fallimenti delle agenzie di rating sono stati delle cause essenziali della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state le provocatrici chiave del meltdown finanziario. I titoli legati alle ipoteche immobiliari, centrali nello scatenamento della crisi, non potevano essere valutati e venduti senza il marchio di approvazione delle agenzie. Gli investitori, spesso in modo cieco, hanno fatto affidamento sui loro rating. In alcuni casi erano persino obbligati a comprare tali titoli, pena un aggravamento degli standard relativi alle regole sui capitali loro impostogli. La crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese».

    Anche il dossier del Senato americano «Wall Street and the financial crisis: anatomy of a financial collapse», pubblicato nel 2011, sulla base di approfondite indagini e di numerose audizioni, dettaglia il ruolo centrale e nefasto delle agenzie nel provocare la Grande Crisi. Evidenzia, in particolare, il loro ruolo fraudolento nel propinare titoli taroccati dai loro rating.

    Non deve quindi sorprendere se nel 2015 solo la S&P ha pagato 1,5 miliardi di dollari di multa per simili comportamenti fraudolenti. Una sanzione monetaria molto conveniente, sia per il modesto importo, sia perché l’agenzia ha evitato che le indagini andassero più a fondo, facendo eventualmente emergere risvolti più scabrosi e penalmente perseguibili.

    Evidenziamo tutto ciò certo non per occultare gli evidenti problemi economici del nostro paese. Ci sembra, però, insopportabile la mancanza di critiche nei confronti delle citate agenzie private di rating, che, dopo aver contribuito grandemente a provocare la crisi finanziaria più grande della storia, di cui il mondo e l’Italia soffrono ancora, imperterrite, e riverite, proseguono a dare pagelle a tutti, governi e imprese.

    Se i loro rating fossero degli esercizi innocui di dispensare giudizi non richiesti, si potrebbe lasciarle giocare. Purtroppo i rating sono presi in considerazione dai mercati per giudicare le varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Si rammenti, inoltre, che la Bce li usa per definire l’affidabilità delle obbligazioni pubbliche dei paesi membri dell’Ue e per decidere se accettare o no tali titoli in garanzia per operazioni di credito e di finanziamento.Ciò, in verità, ci sembra una cosa del tutto «indigesta».

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • Con l’autunno spese di quasi 1.700 euro per ogni famiglia italiana

    Con l’arrivo del mese di settembre tocca prepararsi a una stangata economica non indifferente, secondo l’allarme lanciato da Federconsumatori, sulla base della raffica di aumenti attesi per l’autunno

    Le voci di spesa con cui le famiglie dovranno fare i conti sono molte e includono anzitutto il materiale scolastico per bambini e ragazzi che si apprestano a rientrare tra i banchi di scuola (il costo per famiglia stimato da Federconsumatori è di 808,60 euro), l’appuntamento con la seconda rata della Tari (esborso stimato 147 euro a famiglia), le bollette di acqua, luce, gas e telefono (che costeranno in media 468 euro), le spese per il riscaldamento (la prima rata delle forniture costerà in media 271 euro).

    In totale l’autunno secondo Federconsumatori comporterà esborsi per 1.694,60 euro a famiglia.

    L’autunno problematico pronosticato da Federconsumatori arriva dopo che anche ad agosto, come già a luglio, si è registrata una flessione dell’indice Esi (Economic sentiment indicator) che misura la fiducia di consumatori e imprese dell’eurozona nelle prospettive dell’economia: il calo è stato pari a 0,5 punti e l’indice si è attestato su quota 111,6. Lo ha reso noto la Commissione europea. In Francia e Italia sono state registrate le maggiori riduzioni: rispettivamente 1,3 e 0,8 punti. L’indice Esi è rimasto invariato a quota 112,3 per l’insieme dell’Ue. Una flessione del tutto marginale (meno 0,08 punti) è stata invece registrata ad agosto dall’indice Bci (Business climate indicator) che misura la fiducia dei manager dell’eurozona.

  • Gestione autostradale: il “modello Pedemontano”

    Il rischio di impresa è rappresentato dall’impegno che un’azienda deve esprimere per ideare, prototipare e realizzare un prodotto o un servizio in un mercato libero, e quindi concorrenziale, ad un rapporto qualità prezzo vincente e nella libera scelta del consumatore. Tale impegno risulta la sintesi di know how aziendale, quindi espressione della capacità umana che si fonde con l’evoluzione tecnologica in una costante e continua (sempre a carico dell’azienda) analisi di mercato e di elaborazioni strategiche come di impegno finanziario.

    Viceversa la gestione di un servizio in regime di monopolio presenta e soprattutto richiede l’unica dimostrazione di capacità nella gestione dello stesso servizio con l’obiettivo di assicurare un equilibrio finanziario che offra  margini di garanzia in considerazione del volume dei servizi erogati, e quindi degli utenti, in rapporto alla somma dei costi fissi e costi variabili. Nel secondo caso quindi non esiste nessuna analisi e tantomeno espressione di know-how se non semplicemente “gestionale” in quanto il consumatore o l’utilizzatore finale risultano costretti proprio dal regime di monopolio ad utilizzare l’unico fornitore di tale servizio, che  siano autostrade o raccolta dei rifiuti.

    Successivamente alla disastrosa gestione governativa delle concessioni autostradali, le quali sostanzialmente sono state regalate appunto a canoni irrisori che di fatto annullavano per le imprese anche il solo rischio “gestionale”, si è aperto un dibattito serrato relativamente ai modelli gestionali da adottare per evitare negligenze del concessionario unite a quelle del pubblico circa la manutenzione.

    I concessionari infatti, al fine di aumentare la redditività, hanno diminuito (con la complicità nella  omessa vigilanza del Ministero delle Infrastrutture) la quota di investimenti destinati alla sicurezza con l’obiettivo di accelerare ed aumentare il Roe (return of investiment). Ora da più parti, sull’onda della tragedia di Genova, si propone una soluzione nella condivisione dei rischi gestionali ma soprattutto dei rischi di impresa, anche in relazione alla gestione del sistema autostradale tra pubblico e di imprese private.

    In questo confronto serrato tra modelli gestionali spesso opposti, e frutto molto spesso di una impronta ideologica, viene indicata anche la Pedemontana, cioè il nuovo asse autostradale che dovrebbe unire le province di Treviso e di Vicenza come modello ottimale. Tale struttura autostradale, che presentava un costo iniziale di 800 milioni e che ora si avvia verso i 5 miliardi e progettata per flussi di traffico assolutamente errati nel piano originale della Regione, e che ha costretto ad un ricalcolo complessivo dei tempi di rientro degli investimenti come della semplice gestione, forse rappresenta la foto del problema. Difficilmente può rappresentare il modello di riferimento.

    Con l’obiettivo di ottenere la  ripartenza ed accelerare i lavori arenatisi per la inconsistenza finanziaria dell’azienda che si è aggiudicata l’opera o, in altre parole, per assicurare le risorse finanziarie all’azienda che ha vinto l’appalto e che attualmente  riesce con difficoltà a gestire i lavori, la regione Veneto ha firmato un contratto nel quale si impegna a versare trentanove (39) canoni annuali di cui il primo è di 153 milioni di euro. Successivamente a questo contratto l’azienda che gestisce la realizzazione della Pedemontana  ha emesso un bond da 1,5  miliardi che assicura le risorse finanziarie per farla ripartire i lavori. Primo aspetto importante del “modello”.

    La Regione con i soldi dei contribuenti diventa garante e praticamente “funge da banca” ad un imprenditore privato il quale si era aggiudicato l’appalto per la realizzazione dell’autostrada forte di una forza finanziaria adeguata all’impegno richiesto. Nel medesimo contratto la Regione invece si attribuisce  la gestione come l’incasso dei pedaggi in relazione al flusso veicolare.

    Quindi a fronte già di un errore relativo a tale calcolo iniziale da parte della stessa Regione ora i nuovi flussi veicolari calcolati che rappresentano il vero rischio di impresa, e che verranno gestiti dall’ente pubblico, dovranno perlomeno ripianare i 153 milioni annuali che la Regione verserà per i 39 anni all’ente che ha costruito l’autostrada stessa. Così si giunge al secondo punto caratterizzante del modello pedemontano nella gestione autostradale: il rischio gestionale passa di fatto all’ente pubblico.

    Come se non bastasse, nel caso in cui i flussi veicolari risultassero inferiori alle stime regionali, e quindi attraverso il pagamento dei pedaggi non si riuscisse a raggiungere perlomeno il punto di pareggio (nello specifico viene rappresentato dalla quota annuale versata dalla regione all’azienda), la Regione stessa dovrà per forza ripianare attraverso un ulteriore stanziamento di fondi pubblici il disavanzo gestionale. In questo modo arriviamo al terzo elemento distintivo, sempre caratteristico del modello pedemontano.

    Tuttavia tale modello ne presenta anche un quarto che potremmo definire addirittura beffardo nelle sue implicazioni per i contribuenti veneti. Sempre nel caso in cui il flusso veicolare non risultasse sufficiente a coprire il canone regionale attraverso i pedaggi (punto tre) i contribuenti veneti subirebbero una terza tranche di risorse pubbliche da destinare al raggiungimento dell’equilibrio finanziario dell’ente gestore dell’autostrada Pedemontana ed arrivare al punto di pareggio indicato al punto tre. Quindi così si giunge al punto quattro di questo modello pedemontano.

    Nel caso in cui il calcolo dei flussi veicolari risultasse inferiore alle stime regionali sulle quali si basa  la elaborazione del contratto che lega la Regione all’azienda che realizza la Pedemontana (come già avvenuto nella elaborazione precedente) i contribuenti veneti si vedrebbero costretti a pagare una terza volta per un servizio autostradale già ampiamente finanziato. La prima attraverso la quota di canone versata dalla Regione (quindi finanze pubbliche dei contribuenti veneti), una  seconda attraverso il pedaggio ed una terza nel caso malaugurato il complesso calcolo come  la gestione dei flussi veicolari non riuscissero a raggiungere il valore del canone pagato dalla Regione.

    Francamente se questo rappresentasse il nuovo modello di gestione pubblico/privato di una rete autostradale nel quale l’intero rischio di impresa viene scaricato sull’ente pubblico, il quale a sua volta riversa sui contribuenti tutte gli eventuali disavanzi economici, allora ci troveremmo di fronte all’ennesima versione in salsa regionale del classico modello espressione della volontà di utilizzare l’ente pubblico per fini privatistici.

  • Valorizzazione turistica e tasso di natalità

    L’economia legata al turismo rappresenta un fattore molto importante in quanto concorre con il 12% alla creazione del PIL nazionale. Va comunque sottolineato come rispetto al settore industriale questa assicuri retribuzioni mediamente inferiori e parallelamente presenti, come caratteristica peculiare, una concentrazione di manodopera qualificata per milione di fatturato decisamente Inferiore.

    Al di là delle caratteristiche intrinseche dell’economia turistica le politiche o meglio le strategie politiche ed economiche per valorizzare tali flussi turistici partono essenzialmente da due tipologie di strategie, espressione di due diverse attenzioni al proprio territorio.

    La prima di queste si manifesta sicuramente nella espressione della “vendita” di un’immagine turistica. In altre parole, si vende il contesto meraviglioso, come possono essere Venezia o le Dolomiti, e contemporaneamente si cerca di riempirli del maggior numero di turisti provenienti da tutto il mondo assicurandosi attraverso loro un cospicuo flusso economico.

    La seconda invece risponde alla volontà di valorizzare il “contesto turistico” (il quale non può risultare semplicemente un panorama o un centro storico) occupandosi di conseguenza non solo della cornice ma anche della sostanza, cioè dei cittadini che in quel località turistiche vivono ed abitano.

    Insieme infatti diventano la sintesi ma soprattutto “l’espressione complessiva della cultura contemporanea della località turistica”.

    Questa seconda strategia parte dalla considerazione, per altro assolutamente condivisibile, finalizzata alla valorizzazione dei fattori ambientale e umano che possono rendere unica nell’offerta turistica una determinata località.

    La scelta dell’Alto Adige di destinare una quota delle Case Nuove ai residenti e solo una parte ai turisti (come a San Cassiano – BZ) provenienti da fuori regione rappresenta una di queste scelte tendenti a valorizzare il contesto turistico complesso ed articolato e non la sola cartolina turistica.

    Viceversa, a Venezia, per esempio, si continuano a costruire ostelli a prezzi ridicoli all’interno del comune di in terraferma come se tali palazzoni rappresentassero la soluzione dei problemi economici della provincia di Venezia mancando ogni tipo di politica economica ed industriale che esuli dal contesto turistico. Tra l’altro aggravando ancora di più il flusso turistico di basso livello verso la città lagunare contro il quale a parole l’attuale giunta comunale dice di voler combattere mentre poi opera in modo esattamente opposto.

    In Alto Adige invece, dimostrando una visione complessiva ed articolata, non vengono assolutamente dimenticate le peculiarità e soprattutto le necessità dei settori industriali che nella provincia di Bolzano quanto in quella Trento assicurano la crescita economica. Sicuri e consapevoli che un’economia complessa di un mercato globale non possa e non debba assolutamente rinunciare a nessun comparto che possa produrre ricchezza e quindi benessere diffuso per l’intera popolazione.

    Viceversa nelle altre parti d’Italia la speculazione finalizzata al proliferare di seconde case vendute oltre alle già citate strutture alberghiere tendono a creare cattedrali nel deserto o luna park assolutamente vuoti al di fuori dei periodi turistici.

    Sembra incredibile come queste due visioni strategiche risultino così distanti ma soprattutto determinino effetti ASSOLUTAMENTE opposti.

    In questo senso infatti la valorizzazione turistica si presenta come espressione di una volontà politica e riverbera il proprio valore anche nel tasso di natalità positivo.  La provincia di Bolzano infatti in Italia è l’unica provincia con un incremento della natalità. Un incremento quindi legato ad un sentiment positivo delle famiglie relativamente al proprio futuro in virtù anche dell’attenzione che le autorità politiche ed economiche hanno sempre dedicato alle varie componenti economiche (quindi anche relative al settore turistico) che concorrono a produrre ed assicurare un benessere diffuso. Un approccio complessivo che si unisce ad una politica di incentivazione alle abitazioni per i residenti ed in questo modo evitando lo spopolamento delle aree montane. Il fattore del tasso di natalità positivo della provincia di Bolzano è quindi il risultato di una felice sintesi tra una politica economica articolata la quale è in grado di valorizzare il settore industriale quanto l’economia turistica come sintesi della “valorizzazione del fattore ambientale quanto di quello umano”.

    Un approccio importante che si pone l’obiettivo generale del mantenimento delle caratteristiche peculiari della zona turistica stessa indipendentemente dal livello dei flussi turistici, articolato e complesso che esprime parte dalla consapevolezza dell’importanza nell’offerta turistica di entrambi i fattori, ambientale ed umano, come espressione della cultura odierna di ogni località turistica.

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