Germania

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Peggiorata l’economia in Germania

    L’economia tedesca non se la passa bene. Come riporta Wall Street Italia, l’indice Ifo, che che misura la fiducia delle imprese tedesche, a novembre, è sceso a 102 punti dai 102,8 registrati nel precedente mese di ottobre, confermando in questo modo un peggioramento delle condizioni economiche.

    L’indice Ifo relativo alle aspettative è sceso a 98,7 punti dai 99,8 punti di ottobre mentre l’indice che misura le condizioni attuali ha registrato una flessione a 105,4 punti dai 105,9 del mese precedente.

  • La Germania, la politica estera e l’Europa

    Il 12 e il 13 luglio 2018 si è riunita a Bruxelles la conferenza al vertice della Nato. Nel corso dei lavori il presidente americano Trump ha fatto scalpore con alcune perentorie dichiarazioni. La prima è stata una minaccia di uscita degli Usa dall’organizzazione, se non si fosse risolto il problema della ripartizione degli oneri per la difesa, oggi quasi tutti a carico degli Stati Uniti. La seconda si è espressa in un veto indirizzato alla cancelliera Merkel per la realizzazione del “Nord Stream 2”, cioè del raddoppio del gasdotto esistente che collega già in maniera diretta la Russia con il territorio tedesco attraverso il Mar Baltico, raddoppio non solo dell’infrastruttura, ma anche della quantità di gas naturale russo (55 miliardi di metri cubi di gas) trasportato verso il mercato europeo, con conseguenze economiche e strategiche facilmente immaginabili. Con la solita brutale franchezza Trump faceva osservare che gli pareva inaccettabile che la Germania facesse affari miliardari con la Russia mentre gli Usa pagavano miliardi per la sua difesa. Gli pareva inoltre inopportuna una politica energetica tedesca dipendente in larga misura dalla Russia. Questi rilievi “amichevoli” furono accolti senza apparente e manifesta contrarietà dal governo tedesco. Una diplomatica risposta è stata però indirettamente espressa il 22 agosto sul quotidiano “Handelsblaat”dal ministro degli Esteri Haiko Maas, il quale ha delineato i contorni di una “nuova strategia americana” nei confronti della Germania e ha definito le basi “di un rinnovamento della collaborazione” con l’alleato transatlantico, in partenariato con gli altri Paesi europei. Quel che più conta però è stato il seguito, cioè la richiesta di una revisione della politica estera del suo Paese e di una “autonomia strategica dell’Europa”, facendo dell’UE “un pilastro dell’ordine internazionale”. Questa convergenza, della Germania e dell’Unione europea – si chiede l’Istituto europeo delle Relazioni internazionali di Bruxelles (IERI) – permetterà d’instaurare “un partenariato equilibrato” con gli Stati Uniti d’America? Autonomia strategica! Vuol dire forse la definizione autonoma di una politica estera europea? Ci sembra una svolta storica questa intrapresa dal capo della diplomazia tedesca, una svolta come non accadeva dal 1949, anno della costituzione della Repubblica federale di Germania. Siamo veramente all’inizio di una nuova fase diplomatica? Oppure, per il momento, siamo soltanto all’auspicio di un nuovo periodo per le relazioni internazionali? A noi pare comunque che questa svolta sia un elemento notevole da non sottovalutare. Il sistema dei media non ha dato all’evento l’importanza che esso merita, ma certamente le cancellerie dei Paesi europei, ed in primo luogo di Germania e Francia, non potranno non considerare la rilevanza dell’evento. E’ indubbio che la politica estera della Germania – afferma sempre l’INRI – dopo aver superato i limiti della “politica renana” di Khol e della “via tedesca” di Schröder, ha voltato la schiena alla “potenza discreta” della Merkel, reagendo in questo modo alle provocazioni sovraniste di Trump e alla frammentazione decisionale dell’UE di fronte alle nuove sfide dell’ordine (o del disordine?) mondiale. Le dichiarazioni di Heiko Maas, che richiamano una presa di distanza dagli Usa, ricordano implicitamente almeno tre momenti significativi della storia tedesca e sottolineano la lenta maturazione della sua politica estera dopo la fine del bipolarismo: 1) il rapporto Lamers-Schauble del 1994 sulle nuove responsabilità della Germania dopo la riunificazione del 3 ottobre 1990 e la visione di un’Europa reconfigurata, 2) la dichiarazione della Merkel a Monaco nel maggio del 2017 sull’emancipazione dell’Europa nei confronti degli Usa e sulla necessità per gli europei di “prendere in mano il loro destino”, 3) il già ricordato vertice della Nato del luglio 2018 a Bruxelles. Non è quindi una novità questa prospettiva tracciata dal ministro degli Esteri attuale. Come non è una novità di oggi il cambiamento della politica americana verso l’UE. Esso è cominciato ben prima dell’elezione di Trump – conferma il ministro tedesco – e sopravvivrà alla sua presidenza.

    Come potranno estrinsecarsi i propositi tedeschi nella politica dell’UE? Temiamo che le elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo dei parlamentari europei non lascino spazio per un dibattito di questo tipo. A meno che qualche governo, o qualche gruppo politico del Parlamento europeo, non  faccia rientrare questi temi nel proprio programma elettorale. Se ciò accadesse, sarebbe un passo avanti di notevole portata, perché il tema dell’ “autonomia strategica” diventerebbe familiare anche all’opinione pubblica.

  • Merkel sulla Brexit: “Abbiamo fatto molta strada”

    Dopo l’incontro della premier britannica Theresa May con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, Angela Merkel, cancelliera della Repubblica federale di Germania, si è dichiarata soddisfatta: “Abbiamo fatto molta strada – ha affermato – ma certamente servirà ancora discutere molto, specialmente con la Gran Bretagna”.  La Merkel preme affinché si trovi al più presto un’intesa per scongiurare una Brexit disordinata che porta risvolti negativi. Soddisfatta, dunque, ma con qualche riserva. Esprime ottimismo, invece, Theresa May,  dopo l’intesa raggiunta tra le due parti sulla bozza del testo che definisce le relazioni future tra Londra e Bruxelles. “È stato un buon incontro e abbiamo fatto ulteriori progressi (…) Spero possa condurre alla soluzione delle questioni rimaste”. Durante l’incontro – afferma anche un portavoce della Commissione – “sono stati fatti dei buoni e nuovi progressi. Il lavoro continua”. Il testo concordato, tuttavia, non rappresenta nulla di definitivo. I 27 Paesi dell’UE lo approveranno certamente in occasione della riunione del prossimo Consiglio, mentre il parlamento britannico potrebbe respingerlo. Il tentativo di far dimettere la May dopo la crisi apertasi in seno al suo partito in seguito al voto favorevole del governo sull’accordo, non è riuscito fino ad ora. Le 48 firme necessarie per presentare la sfiducia non sono state raccolte. Ne mancavano soltanto tre o quattro, ma sufficienti a bloccare la manovra contro la premier. La May resiste, indomita e tenace. L’opinione pubblica pare apprezzare questo aspetto del suo temperamento. E’ sempre stata creduta labile e indecisa. Dimostra invece, in questa vicenda burrascosa e grave del raggiungimento di un accordo con l’UE, una decisa volontà da un lato di perseguire la scelta maggioritaria dell’elettorato per l’uscita dall’UE e dall’altro di non farsi travolgere dagli avversari nel suo stesso governo e nel suo partito. Più volte ha affermato che l’accordo raggiunto è il migliore che si potesse ottenere nella situazione attuale. O questo accordo, o nessun accordo, il che sarebbe un disastro ulteriore per il Regno Unito. I suoi avversari lo sanno, ma forse proprio per questo i loro tentativi di rovesciarla non riescono. Dopo l’incontro con Juncker sulla definizione dei futuri rapporti tra RU e UE, la sterlina è stata euforica sui mercati valutari. Il superamento della difficoltà nel Regno Unito e la concordanza con l’UE, anche se non ottimale (la questione del confine con l’Irlanda del Nord non è stata risolta in via definitiva; il risultato raggiunto è solo provvisorio), non impressiona i mercati e gli investitori, per ora. Vedremo il seguito. Ma non disperiamo perché Il testo prevede inoltre l’equivalenza di trattamento per le banche del Regno Unito, e che Londra e Bruxelles si impegnino in una cooperazione doganale “profonda”. Un altro passo dunque è stato fatto dalla May nella giusta direzione, che sembra positiva anche per il mondo finanziario. Nessun sconquasso monetario, ma divisioni a non finire nel suo campo. Fino a quando resisterà?

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • I pm tedeschi indagano su un’ipotesi di maxi frode al fisco dei Paesi Ue

    Le procure di Colonia, Monaco e Francoforte stanno indagando sull’ipotesi di una maxi frode fiscale da 55 miliardi di dollari realizzata in diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo legato alla compravendita di azioni di società quotate.

    Sarebbero sei le persone finora coinvolte, compresi alcuni ex dipendenti della sede londinese della HypoVereinsbank, che fa capo al gruppo Unicredit. Le indagini degli inquirenti tedeschi coinvolgerebbero le filiali di diversi gruppi finanziari come Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank

    Il meccanismo alla base della frode è incentrato sull’acquisto e la successiva vendita di titoli azionari in prossimità dello stacco dei dividendi. Diverse azioni sarebbero state acquistate allo scoperto prima del pagamento dei dividendi per poi essere rivendute dopo lo stacco della cedola, attraverso però dei fondi pensione e dei fondi d’investimento che godono di un credito d’imposta in Germania.

    Secondo quanto scrive il giornale tedesco Zeit Online, le autorità fiscali tedesche avevano perso almeno 31,8 miliardi di euro tra il 2001 e il 2016 a causa del meccanismo messo in atto dalle banche. Nel sospetto giro di evasione fiscale sarebbe stata colpita anche l’Italia, il cui fisco avrebbe perso 4,5 miliardi di euro (per la Francia sarebbe stato di almeno 17 miliardi, per la Danimarca di 1,7 miliardi e per il Belgio di 201 milioni).

  • Il test elettorale in Baviera prelude ai cambiamenti Che avverranno con le elezioni europee del maggio prossimo?

    Questi, in sintesi, i risultati più significativi del voto bavarese: la CSU (Unione Cristiano-sociale) ha ottenuto il 37% (12 punti in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa), i socialdemocratici ottengono il 9,5% (dieci punti in meno), i Verdi balzano al 17% (9 punti in più), l’Afd (euroscettici di destra) all’11% (entrano per la prima volta nel Landtag). I liberali del Fdp al 5% e la Linke (comunisti) al 3,5%. Quindi secca sconfitta della CSU, anche se rimane il primo partito in Baviera, sconfitta severa per i socialdemocratici, balzo in avanti dei Verdi e, per la prima volta, dell’estrema destra. Sono stati puniti dagli elettori i partiti che erano al governo della Baviera. Le ragioni sono quelle legate allo scontento creato dall’afflusso incontrollato di immigrati e dall’insicurezza da essi creata, anche se di questo disagio se ne è parlato poco, anzi, non se n’è parlato affatto. Ma il disagio esiste, ed è molto forte e, per certi aspetti, preoccupante anche per le ripercussioni che se ne possono avere sugli equilibri politici a livello nazionale. Non a caso i titoli dei giornali parlano di una secca sconfitta della Merkel, anche se le elezioni erano regionali e non nazionali. La Merkel viene citata perché è considerata la responsabile dell’afflusso dei migranti e quindi la causa prima dell’insicurezza di cui i cittadini soffrono per le conseguenze negative di questa presenza. Non si possono dimenticare fatti incresciosi come quello avvenuto prima di Natale dello scorso anno a Colonia, dove più di cento donne tedesche sono state violentate in una sola notte da orde di mussulmani. Fatti rincresciosissimi. Messi a tacere per evitare paure.  Ma accaduti e quindi non dimenticati dalla gente. La Baviera, oltretutto, è sempre stato un angolo di mondo in cui ordine e tranquillità, oltre che benessere, erano requisiti e pregi riconosciuti in tutto il mondo. Ma sembra, appunto, che la politica delle “porte aperte” abbia mandato in frantumi proprio l’ordine pubblico. Un grande senso di accoglienza pare tuttora  dominante in Germania. Ma già tre anni fa il rapporto annuale del Consiglio degli esperti delle Fondazioni tedesche in materia di immigrazione e integrazione, aveva avvertito che l’islam ha assunto un peso di grande rilevanza nella società tedesca. Per molti questo significa che la Germania è un paese civile. Per altri, invece, questa rilevanza è accolta con amarezza e i risultati elettorali che puniscono i partiti al governo, potrebbero esserne una conferma. Molti cittadini tedeschi, infatti, si sono detti pronti a lasciare definitivamente la Germania perché l’immigrazione di massa, e la radicalizzazione islamica che ne consegue, l’hanno resa irriconoscibile. Il quotidiano tedesco di Amburgo, Die Welt, ha riferito che a lasciare la Germania sono stati soprattutto tedeschi con un livello di istruzione elevato. Dalle statistiche non emergono le ragioni di questa emigrazione, ma sono proprio questi dati a denunciarle. Si sta prendendo coscienza, in Germania, del costo sociale, culturale e finanziario della politica delle “porte aperte” inaugurata dalla Merkel, che ora ne paga elettoralmente le spese perché, oltre tutto, il senso di sicurezza è diminuito e la presenza dell’islam si avverte soprattutto nell’imposizione delle sue consuetudini: spose bambine, matrimoni forzati, poligamia, stupri, indottrinamento dei bambini e dei giovani. In una trasmissione della Hessicher Rundfunk, l’emittente radiotelevisiva pubblica locale del Land tedesco dell’Assia, vengono mostrati bambini ai quali i genitori insegnano cosa sia davvero l’odio per gli infedeli, regalando loro pomeriggi davanti alla TV a visionare filmati di crudeli decapitazioni. Anche le motivazioni sono già pronte: se quelli erano infedeli, poco importa decapitarli o bruciarli vivi, se lo meritano quel che arriva loro. E’ questa l’educazione riservata dai genitori a molti bambini mussulmani nati in Germania: è il frutto dell’ingestibile flusso di immigrati e dell’influsso che su di essi esercitano i salafiti. Quel che accade in Germania con la presenza dell’islam, accade anche negli altri Paesi europei in cui sono giunti gli immigrati, Italia compresa. Ma non se ne può parlare liberamente perché chi è contrario all’immigrazione incontrollata, o all’affermarsi delle consuetudini islamiche, viene tacciato di razzismo e di xenofobia. Sono chiamati così quei partiti che crescono nell’elettorato perché criticano e rifiutano questo stato di cose. Ma i leader politici tradizionali sono consapevoli di quanto accade nei loro Paesi con la presenza islamica? La domanda è retorica perché non crediamo che siano talmente imbecilli da non accorgersene. Se subiscono questo stato di cose è per un falso quieto vivere, che quieto non lo è proprio, perché le conseguenze di questa presenza tende a modificare la cultura e gli usi e costumi di chi mussulmano non è. E che questo capiti in casa loro è una paradossale assurdità. Forse è il frutto del nichilismo imperante e del rifiuto di una fede religiosa che si contrapponga positivamente a quella mussulmana.

    Tutto, comunque, è in movimento e temiamo molto che questi risultati bavaresi siano l’anticipo ed il segnale di quello che potrebbe accadere nel maggio prossimo in occasione delle elezioni europee: un’Europa in preda all’instabilità ed incapace di dotarsi di istituzioni riformate, in grado di gestire una politica estera e di sicurezza comuni.

  • Germany launches world’s first-ever hydrogen powered trains

    Germany launched the world’s first hydrogen train on Monday, September 17.

    With the departure of an Alstom-made train from Bremervörde from Lower Saxony on September 17, Germany launched the world’s first-ever hydrogen-powered passenger trains linking the regional towns of Cuxhaven and Buxtehude.

    The trains will service 2 million rail passengers and 4 million bus passengers.

    The new trains are quieter than diesel engines and emit only liquid water rather than CO2. The deployment of the trains has been closely watched as it could spearhead a breakthrough in the competitiveness of European train manufacturing.

    The hydrogen trains are mounted with Coradia iLint engines and will replace all diesel-powered engines across Lower Saxony, which will deploy a total of 14 trains by 2021. The French government is expected to follow suit with its first order by 2022.

    Alstom trains reach a maximum speed of 140km/hour, generating electricity by combining hydrogen and oxygen. With a hydrogen tank situated on the roof of the trains, the engines can run for 1000km without refuelling. The fleet of rolling stock will be serviced by two service stations.

    European Strategic technology

    The overall cost for the new trains amounts to €81.3 million, an expensive initial investment than traditional diesel engines, but the emission-free trains are cheaper to run.

    Other German states are observing the pilot deployment in Saxony and are expected to follow, helping Germany meet its greenhouse emission targets. According to Alstom, companies and local authorities in the UK, the Netherlands, Denmark, Norway, Italy, and Canada are also considering buying in next-generation trains.

    In 2017, French train manufacturer Alstom merged with Siemens to create a globally competitive European entity with over 62,000 employees and referred to as the “Airbus of the railways”.

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Sovranismo, populismo, eurosceticismo: tre mali che danneggiano l’Italia

    Abbiamo l’impressione che qualcosa stia cambiando in Italia. E’ un cambiamento fatto in punta di piedi, quasi non si volesse lasciare traccia. E’ una modifica della tradizionale linea di politica estera ed europea, fatta senza parlarne troppo, nel timore di sollevare opposizioni serie e ragionate. Nemmeno il Parlamento ne discute. Eppure, in una democrazia parlamentare, quale riteniamo sia ancora quella che vige in Italia, è il Parlamento che definisce le politiche che devono essere praticate sul piano internazionale e, in particolare, su quello europeo. L’Italia, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha sempre perseguito una politica filo-atlantica ed è sempre stata, dopo aver partecipato alla fondazione delle Comunità europee, favorevole all’integrazione europea. L’attuale governo invece, con dichiarazioni, più che con atti, con mugugni, più che con proposte chiare, pare intenzionato a mettere in forse la nostra appartenenza all’Unione europea e alla zona euro. Se c’è qualcosa che non funziona, o che non giova direttamente agli interessi del nostro Paese, la colpa è sempre attribuita all’Europa, responsabile di tutti i nostri mali e, in subordine, alla Germania di Angela Merkel, colpevole di essere la prima potenza economica dell’Unione, a scapito degli interessi di tutti gli altri Paesi membri e, in particolare, della zona euro. Anche la recente vicenda della nave della guardia costiera Diciotti è stata trattata dal nostro governo con lo stesso tono di critica nei confronti dei partner europei per la mancata solidarietà, facendo riferimento ad una serie di informazioni false e minacciando ritorsioni impossibili. Tono e vuote minacce, che sono stati poi mantenuti nel comunicato del 25 agosto, che ha annunciato la fine dell’isolamento dei naufraghi eritrei e dell’equipaggio del pattugliatore italiano, grazie all’intervento della Chiesa, dell’Irlanda e dell’Albania. Con una dose notevole di presunzione, il Presidente del Consiglio ha dichiarato che «è noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati». Che la situazione fosse delicata, dato il coinvolgimento di 177 persone, fra cui bambini, donne ed ammalati, nessuno lo mette in dubbio, che fosse anche complessa lo si deve al titolare del ministero degli Interni e ad altre personalità della maggioranza governativa che avevano posizioni contrapposte sulla vicenda: chi non voleva lo sbarco in Italia dei migranti e chi, invece, lo auspicava e lo riteneva necessario. Posizioni divergenti nello stesso governo, che contribuivano a rendere meno credibile l’Italia e a presentarla inconcludente agli occhi dell’opinione pubblica europea e mondiale. Quella stessa opinione che è in grado di sapere che i migranti non arrivano soltanto in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Unione, e con cifre che in diversi casi superano quelle riferite al nostro Paese. E’ l’opinione che sa che i Paesi di Visegrad, tanto elogiati dal nostro ministro degli Interni, non si prenderanno mai nemmeno un emigrato proposto dall’Italia. L’emergenza poi, citata dal Presidente del Consiglio, è una pura opinione. Di emergenze simili se ne contano parecchie ogni settimana, ma l’attenzione è attratta soltanto su alcune di esse ed in particolare su quelle che mostrano aspetti e tratti molto sensibili per il sistema mediatico e per gli interessi elettoralistici del ministro di turno, che è sempre quello dell’Interno e che manda in bestia il suo concorrente pentastellato per lo spostamento dei consensi che avviene per motivi inconsci. La non credibilità italiana è corroborata inoltre da accordi europei che l’Italia ha sottoscritto e che i partiti che formano il governo italiano hanno contribuito a non cambiare, votando contro alle proposte di modifica del Regolamento di Dublino, che disciplina la materia dell’immigrazione nell’Unione europea. Assumere atteggiamenti inutilmente minacciosi, quando alle minacce non seguono i fatti, è controproducente e rischia di minare alla base la credibilità italiana, di qualsiasi argomento si tratti.
    Già questa scelta politica di confliggere con l’Europa ci sembra un puro pretesto per raccogliere consensi, ma ciò che una democrazia parlamentare non dovrebbe consentire è che questa scelta venga fatta senza l’accordo del Parlamento. Quando c’è stato un dibattito su questi argomenti? Come il governo si può permettere di saltare a piè pari questo momento politico che è la riprova democratica della sua esistenza? Non considerare più l’Europa come riferimento naturale e normale delle nostre politiche ci sembra un cambiamento che dovrebbe essere sanzionato dalla volontà esplicita del Parlamento. Anche i nuovi rapporti delle forze di governo con la Russia di Putin e con l’America di Trump in funzione anti UE, ci sembrano mancanti di un assenso parlamentare. Non parliamo poi degli indirizzi di politica economica, che avranno un impatto importante sulle possibilità di crescita e sugli investimenti, sull’avvenire delle imprese e sull’occupazione, oppure dell’atteggiamento negativo nei confronti delle infrastrutture, del libero mercato, della scienza e quindi della ricerca. Tutti argomenti che necessiterebbero un dibattito in Parlamento e non soltanto dichiarazioni su Facebook o squittii su Twitter . Sono tutti atteggiamenti e scelte che preoccupano, e non perché sono “cambiamenti”, come ripetono le forze di governo, ma perché preludono a sconfitte e disastri. Lo scenario che si evince dalle dichiarazioni, oltre che dalle parziali scelte già effettuate, non ci lascia tranquilli. L’indebolimento dell’Europa non porta vantaggi a nessuno, la perdita di affidabilità sui mercati finanziari prelude a crisi difficilmente gestibili, non essere creduti a livello internazionale significa perdere peso e qualsiasi influenza. A chi dovrebbero giovare questi orizzonti negativi e senza speranza? Non certamente al popolo italiano, che nonostante tutto, non merita l’avvenire che gli si prepara. Ha ragione il Movimento federalista europeo a lanciare l’allarme, a mobilitarsi per contrastare questa pericolosa deriva e a invitare le forze vive del Paese a contrastare questo andazzo, organizzando un’opposizione ragionata e persuasiva. Il sovranismo è un falso mito, il populismo è un’avventura deleteria, l’euroscetticismo non porta da nessuna parte e fa perdere tutti i vantaggi acquisiti con l’istituzione delle Comunità europee. Perché sostenerli allora? L’unica scelta intelligente è combatterli.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.