Germania

  • Germany launches world’s first-ever hydrogen powered trains

    Germany launched the world’s first hydrogen train on Monday, September 17.

    With the departure of an Alstom-made train from Bremervörde from Lower Saxony on September 17, Germany launched the world’s first-ever hydrogen-powered passenger trains linking the regional towns of Cuxhaven and Buxtehude.

    The trains will service 2 million rail passengers and 4 million bus passengers.

    The new trains are quieter than diesel engines and emit only liquid water rather than CO2. The deployment of the trains has been closely watched as it could spearhead a breakthrough in the competitiveness of European train manufacturing.

    The hydrogen trains are mounted with Coradia iLint engines and will replace all diesel-powered engines across Lower Saxony, which will deploy a total of 14 trains by 2021. The French government is expected to follow suit with its first order by 2022.

    Alstom trains reach a maximum speed of 140km/hour, generating electricity by combining hydrogen and oxygen. With a hydrogen tank situated on the roof of the trains, the engines can run for 1000km without refuelling. The fleet of rolling stock will be serviced by two service stations.

    European Strategic technology

    The overall cost for the new trains amounts to €81.3 million, an expensive initial investment than traditional diesel engines, but the emission-free trains are cheaper to run.

    Other German states are observing the pilot deployment in Saxony and are expected to follow, helping Germany meet its greenhouse emission targets. According to Alstom, companies and local authorities in the UK, the Netherlands, Denmark, Norway, Italy, and Canada are also considering buying in next-generation trains.

    In 2017, French train manufacturer Alstom merged with Siemens to create a globally competitive European entity with over 62,000 employees and referred to as the “Airbus of the railways”.

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Sovranismo, populismo, eurosceticismo: tre mali che danneggiano l’Italia

    Abbiamo l’impressione che qualcosa stia cambiando in Italia. E’ un cambiamento fatto in punta di piedi, quasi non si volesse lasciare traccia. E’ una modifica della tradizionale linea di politica estera ed europea, fatta senza parlarne troppo, nel timore di sollevare opposizioni serie e ragionate. Nemmeno il Parlamento ne discute. Eppure, in una democrazia parlamentare, quale riteniamo sia ancora quella che vige in Italia, è il Parlamento che definisce le politiche che devono essere praticate sul piano internazionale e, in particolare, su quello europeo. L’Italia, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha sempre perseguito una politica filo-atlantica ed è sempre stata, dopo aver partecipato alla fondazione delle Comunità europee, favorevole all’integrazione europea. L’attuale governo invece, con dichiarazioni, più che con atti, con mugugni, più che con proposte chiare, pare intenzionato a mettere in forse la nostra appartenenza all’Unione europea e alla zona euro. Se c’è qualcosa che non funziona, o che non giova direttamente agli interessi del nostro Paese, la colpa è sempre attribuita all’Europa, responsabile di tutti i nostri mali e, in subordine, alla Germania di Angela Merkel, colpevole di essere la prima potenza economica dell’Unione, a scapito degli interessi di tutti gli altri Paesi membri e, in particolare, della zona euro. Anche la recente vicenda della nave della guardia costiera Diciotti è stata trattata dal nostro governo con lo stesso tono di critica nei confronti dei partner europei per la mancata solidarietà, facendo riferimento ad una serie di informazioni false e minacciando ritorsioni impossibili. Tono e vuote minacce, che sono stati poi mantenuti nel comunicato del 25 agosto, che ha annunciato la fine dell’isolamento dei naufraghi eritrei e dell’equipaggio del pattugliatore italiano, grazie all’intervento della Chiesa, dell’Irlanda e dell’Albania. Con una dose notevole di presunzione, il Presidente del Consiglio ha dichiarato che «è noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati». Che la situazione fosse delicata, dato il coinvolgimento di 177 persone, fra cui bambini, donne ed ammalati, nessuno lo mette in dubbio, che fosse anche complessa lo si deve al titolare del ministero degli Interni e ad altre personalità della maggioranza governativa che avevano posizioni contrapposte sulla vicenda: chi non voleva lo sbarco in Italia dei migranti e chi, invece, lo auspicava e lo riteneva necessario. Posizioni divergenti nello stesso governo, che contribuivano a rendere meno credibile l’Italia e a presentarla inconcludente agli occhi dell’opinione pubblica europea e mondiale. Quella stessa opinione che è in grado di sapere che i migranti non arrivano soltanto in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Unione, e con cifre che in diversi casi superano quelle riferite al nostro Paese. E’ l’opinione che sa che i Paesi di Visegrad, tanto elogiati dal nostro ministro degli Interni, non si prenderanno mai nemmeno un emigrato proposto dall’Italia. L’emergenza poi, citata dal Presidente del Consiglio, è una pura opinione. Di emergenze simili se ne contano parecchie ogni settimana, ma l’attenzione è attratta soltanto su alcune di esse ed in particolare su quelle che mostrano aspetti e tratti molto sensibili per il sistema mediatico e per gli interessi elettoralistici del ministro di turno, che è sempre quello dell’Interno e che manda in bestia il suo concorrente pentastellato per lo spostamento dei consensi che avviene per motivi inconsci. La non credibilità italiana è corroborata inoltre da accordi europei che l’Italia ha sottoscritto e che i partiti che formano il governo italiano hanno contribuito a non cambiare, votando contro alle proposte di modifica del Regolamento di Dublino, che disciplina la materia dell’immigrazione nell’Unione europea. Assumere atteggiamenti inutilmente minacciosi, quando alle minacce non seguono i fatti, è controproducente e rischia di minare alla base la credibilità italiana, di qualsiasi argomento si tratti.
    Già questa scelta politica di confliggere con l’Europa ci sembra un puro pretesto per raccogliere consensi, ma ciò che una democrazia parlamentare non dovrebbe consentire è che questa scelta venga fatta senza l’accordo del Parlamento. Quando c’è stato un dibattito su questi argomenti? Come il governo si può permettere di saltare a piè pari questo momento politico che è la riprova democratica della sua esistenza? Non considerare più l’Europa come riferimento naturale e normale delle nostre politiche ci sembra un cambiamento che dovrebbe essere sanzionato dalla volontà esplicita del Parlamento. Anche i nuovi rapporti delle forze di governo con la Russia di Putin e con l’America di Trump in funzione anti UE, ci sembrano mancanti di un assenso parlamentare. Non parliamo poi degli indirizzi di politica economica, che avranno un impatto importante sulle possibilità di crescita e sugli investimenti, sull’avvenire delle imprese e sull’occupazione, oppure dell’atteggiamento negativo nei confronti delle infrastrutture, del libero mercato, della scienza e quindi della ricerca. Tutti argomenti che necessiterebbero un dibattito in Parlamento e non soltanto dichiarazioni su Facebook o squittii su Twitter . Sono tutti atteggiamenti e scelte che preoccupano, e non perché sono “cambiamenti”, come ripetono le forze di governo, ma perché preludono a sconfitte e disastri. Lo scenario che si evince dalle dichiarazioni, oltre che dalle parziali scelte già effettuate, non ci lascia tranquilli. L’indebolimento dell’Europa non porta vantaggi a nessuno, la perdita di affidabilità sui mercati finanziari prelude a crisi difficilmente gestibili, non essere creduti a livello internazionale significa perdere peso e qualsiasi influenza. A chi dovrebbero giovare questi orizzonti negativi e senza speranza? Non certamente al popolo italiano, che nonostante tutto, non merita l’avvenire che gli si prepara. Ha ragione il Movimento federalista europeo a lanciare l’allarme, a mobilitarsi per contrastare questa pericolosa deriva e a invitare le forze vive del Paese a contrastare questo andazzo, organizzando un’opposizione ragionata e persuasiva. Il sovranismo è un falso mito, il populismo è un’avventura deleteria, l’euroscetticismo non porta da nessuna parte e fa perdere tutti i vantaggi acquisiti con l’istituzione delle Comunità europee. Perché sostenerli allora? L’unica scelta intelligente è combatterli.

  • Un impianto della Bmw a Debrecen riporta l’Ungheria sulla via europea

    Buone notizie dall’Ungheria di Viktor Orban: la Bmw ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto a Debrecen, per un investimento totale di un miliardo di euro che si tradurrà in cantieri a partire dal secondo trimestre dell’anno prossimo, destinato a divenire il maggior sito produttivo europeo del gruppo bavarese (che controlla anche Mini e Rolls-Royce). Più di qualsiasi discorso sull’integrazione europea o di qualsiasi presa di posizione nei confronti del governo di Budapest, l’azione dell’azienda contribuirà a rinsaldare i legami tra Ungheria e Ue: la libertà di circolazione delle merci è infatti il presupposto in base al quale la casa automobilistica tedesca, che vende il 45% dei suoi prodotti in Europa, ha potuto scegliere di ubicare proprio in Ungheria l’impianto e di converso la libera circolazione dei capitali stranieri ha fatto sì che l’arrivo dello straniero (la Bmw) dia impiego a un migliaio di addetti ungheresi per la produzione di 150mila vetture all’anno (molte delle quali elettriche).

    «Dopo importanti investimenti in Cina, Messico e Usa, rafforziamo le nostre attività in Europa per mantenere un equilibrio produttivo tra Asia, America e il nostro continente d’origine» ha dichiarato il patron del gruppo, Harald Kruger.

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

  • Trovato l’accordo tra Merkel e Seehofer

    La crisi del governo Merkel è scongiurata. Nella notte di ieri la cancelliera tedesca ha concluso un accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer sulla politica relativa ai migranti, accordo che esclude le dimissioni del ministro e che conferma la continuità governativa. L’intesa prevede l’istituzione di “centro di transito” lungo i confini tedeschi, nei quali verificare con accuratezza e più rapidamente le richieste d’asilo. I richiedenti verrebbero respinti, se necessario, negli Stati dell’Unione europea dove avevano presentato domanda d’asilo al loro arrivo dai Paesi extracomunitari. Il tutto dovrebbe avvenire in accordo con i Paesi in cui è avvenuta la prima richiesta, il che, in concreto, vuol dire Italia e Grecia nella maggior parte dei casi. Il nuovo sistema, obiettano molti osservatori, non modificherà di molto le politiche per i migranti, ma appesantirà di più la situazione dei Paesi di prima accoglienza, già penalizzati dai continui arrivi via mare e dal numero di clandestini che vi soggiornano. Il patto concordato non avrà l’impatto efficace sulla politica migratoria che Seehofer richiedeva. La misure più incisive da lui richieste, come il respingimento delle persone arrivate in Germania che hanno presentato richiesta di asilo in un altro Paese europeo, anche senza accordi con quei Paesi, sono state respinte dalla Merkel, contraria a soluzioni unilaterali e favorevole a decisioni europee. E’ l’ennesima prova che la questione dei migranti ha colpito al cuore anche la Germania, come è accaduto in tanti altri Paesi, Italia compresa, tanto che la maggioranza parlamentare è composta da formazioni politiche che si sono dichiarate contrarie, non solo alla politica migratoria dell’UE, ma addirittura all’UE stessa e alla sua moneta. In altri termini, un non sufficiente controllo degli arrivi e la presenza di centinaia di migliaia di clandestini, senza seri respingimenti, hanno diffuso paura e insicurezza che hanno favorito questi partiti anti europei. Il governo che ne è l’espressione ha chiesto, nel recente Consiglio europeo, una collaborazione più intensa dell’Europa verso i Paesi di prima accoglienza e una politica razionale per i respingimenti dei clandestini. Con l’accordo di Merkel e Seehofer non sembra però che si siano fatti passi avanti per il sostegno ai Paesi di prima accoglienza, al contrario! E la questione migranti infetterà sempre di più il rapporto tra i Paesi dell’UE e rappresenterà un grande ostacolo per le riforme auspicate da Macron nell’ormai famoso discorso della Sorbona.

  • L’ondata del populismo migratorio ha raggiunto anche la Germania

    Le conclusioni del vertice europeo di sabato scorso e l’atteggiamento della cancelliera Merkel in tema di migrazioni non hanno soddisfatto il ministro dell’Interno della Germania, Horst Seehofer, che ha annunciato di volersi dimettere nel caso in cui il governo Merkel non attui politiche più adeguate e consistenti in ordine ai migranti e ai richiedenti asilo. Oggi, lunedì, sono in corso nuovi incontri per discutere la situazione e per verificare se le dimissioni annunciate saranno formalizzate. Nel caso queste si verificassero potrebbero avere serie conseguenze per la coalizione che regge il governo Merkel, formato faticosamente dopo difficili trattative. Il fatto che complica la situazione è offerto dal doppio incarico di Seehofer, ministro dell’Interno e leader dell’Unione Cristiano-Sociale della Baviera (CSU), il partito attivo soltanto in Baviera, che affronterà in ottobre un’elezione difficile, incalzato efficacemente dai partiti di estrema destra e che rischia per la prima volta dal dopoguerra, di perdere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento locale. Oltre a ciò, la CDU è lo storico alleato della CDU, l’Unione Cristiano-Democratica della Merkel. Insieme formano il gruppo parlamentare al Bundestag e garantiscono stabilità ed equilibrio. Dopo le ultime elezioni del settembre scorso, tuttavia, con il calo di consenso dei socialdemocratici, con quello, sia pure meno consistente, dei cristiano-democratici, e con  l’aumento inaspettato del partito “Alternativa per la Germania” (AFD), che raggiunse il 12,64% dei voti, i due partiti si trovano su posizioni conflittuali in relazione alla politica per l’immigrazione: la CSU di Seehofer su posizioni più nette e più drastiche, per un controllo più rigido degli ingressi; la CDU della Merkel per maggiori aperture e più incline all’accoglienza. La differenza di vedute, però, non aveva intaccato, fino ad ora, l’alleanza di lunga data tra i due partiti. Le eventuali dimissioni di Seehofer potrebbero invece cambiare le cose ed indebolire la “grosse” coalizione che sostiene il governo Merkel.

    Dietro pressione della CSU, la settimana scorsa la Merkel ha proposto un accordo vago agli altri leader europei riuniti a Bruxelles nel Consiglio europeo, con l’impegno a costruire nuovi centri per i richiedenti asilo e a rendere più rigido il sistema dell’accoglienza in Germania. Questa soluzione, non ancora definita nei dettagli, era stata proposta dalla Merkel in linea con le richieste della CSU, che minacciava di espellere tutti i richiedenti asilo che si trovano in Germania, ma che abbiano fatto richiesta di asilo in altri Paesi dell’UE. E’ il tema dei “movimenti secondari”, che Merkel vorrebbe scoraggiare. Nella riunione del Consiglio europeo ha lavorato in questo senso e ha sempre detto di essere contraria alle espulsioni di chi è già in Germania, sostenendo l’opportunità di coinvolgere gli altri Stati europei e cercare la loro collaborazione. La Merkel, giustamente, teme che una chiusura, sia pur parziale, dei confini della Germania potrebbe mettere a rischio il principio di libera circolazione delle persone e delle merci, uno dei risultati più importanti raggiunti dall’Unione europea, che ha contribuito a rendere più dinamico il suo sistema economico, a partire proprio da quello tedesco. La cancelliera ha presentato alla CSU un piano per ridurre l’arrivo di nuovi migranti in Europa e al tempo stesso per riorganizzare la presenza dei richiedenti asilo. Ha stretto accordi con oltre 15 Paesi dell’UE per fare in modo che riaccolgano le persone che avevano presentato richiesta d’asilo nei loro confini, prima di arrivare in Germania. Alla televisione ZDF, Merkel ha poi cercato di rassicurare ulteriormente la CSU, spiegando che l’obiettivo condiviso resta quello di ridurre il fenomeno dei migranti. Il suo governo propone, semplicemente, di farlo in modo meno drastico e in collaborazione con altri Stati. Dopo una lunga riunione avuta domenica con gli altri leader della CSU, Seehofer è giunto alla conclusione che la soluzione proposta dalla Merkel non fosse sufficiente e ha mantenuto l’idea delle espulsioni. Non tutti però, all’interno della stessa CSU, condividono la posizione di Seehofer, il quale, oltre alla possibilità di dimettersi da ministro dell’Interno, ha detto che potrebbe dimettersi anche da leader della CSU, offrendo alla Merkel l’opportunità di riprendere il controllo della situazione, eliminando un elemento di instabilità nel suo governo. Staremo a vedere. Questa sera dovremmo saperne di più. In ogni modo un dato è certo: l’ondata populista relativa all’immigrazione ha raggiunto al cuore anche la Germania. Che l’ondata sia populista o meno, lo vedremo nei prossimi mesi. Potrebbe trattarsi semplicemente di una presa di coscienza dei rischi che l’immigrazione comporta per i Paesi ospitanti, quando essa supera certi limiti. Rendersene conto ora e provvedervi per tempo, è sempre meglio che subirne passivamente le conseguenze.

     

  • Il prossimo Consiglio europeo e il disaccordo italiano

    Lo si aspettava da tempo, soprattutto per i temi all’ordine del giorno: immigrazione, unione bancaria, unione monetaria. Tutti argomenti che sono sul tavolo da diversi anni e che mai venivano affrontati per una mancanza d’accordo tra i due grandi dell’Unione europea, la Germania e la Francia. Emmanuel Macron, il presidente francese, aveva smosso la acque con l’ormai famoso discorso della Sorbona nel settembre del 2017. Discorso considerato da alcuni come destinato ad entrare nella pluridecennale storia dell’Unione europea alla pari della “Dichiarazione Schuman” del 1950 che diede l’avvio al processo di integrazione. Dopo anni di crisi e di stasi, Macron faceva ripartire il processo con proposte riformiste che avrebbero messo in moto i meccanismi comunitari bloccati dall’inazione dei governi. Era un discorso che criticava coloro che hanno fatto passare l’idea di un’Europa burocratica ed impotente ed attribuito la responsabilità delle scelte e delle decisioni impopolari – tutte decise dai governi in seno al Consiglio dell’Unione – ai tecnocrati non eletti di Bruxelles. “Dimenticando, così facendo, che Bruxelles – affermava Macron – siamo noi, nient’altro che noi”. Abbiamo apprezzato la denuncia del risorgere dei mostri del nazionalismo, dell’identitarismo, del protezionismo, del sovranismo, tutte idee perniciose che credevamo sconfitte per sempre e perciò sottovalutate. Ma sono idee risorte che possono persino prevalere e che hanno permesso a due partiti italiani, contrapposti tra l’altro ideologicamente, di vincere le elezioni e di installarsi al potere. Sembrava allora che il discorso fosse l’inizio di una nuova fase della storia dell’UE, ma l’indebolimento di Angela Merkel, avvenuto prima sul piano elettorale e poi nella ricostituzione della “Grande coalizione” con i socialdemocratici, essi pure sonoramente sconfitti alle elezioni del 24 settembre 2017, non ha permesso sino ad ora un accordo con Macron sulla prospettiva da lui tracciata alla Sorbona. Pare ora che su alcuni punti, riguardanti l’emigrazione  e l’Unione bancaria, l’accordo con la Germania ci sia. In preparazione dell’avvenimento ci sono stati diversi incontri tra Macron e la Merkel e di entrambi con il presidente del Consiglio italiano Conte, dai quali sembravano emersi accordi sulle richieste italiane relative ad una gestione europea dell’accoglienza dei migranti. Questo tema era stato catapultato in primo piano dalla decisione del ministro degli Affari interni Salvini di vietare l’approdo ai porti italiani di una nave tedesca che trasportava 656 rifugiati gestiti dalle ONG, gesto che aveva indotto il presidente francese ed il portavoce del suo partito ad insultare il ministro italiano. La crisi che ne era scaturita nei rapporti con la Francia sembrava essersi risolta con la visita del presidente Conte al presidente Macron, il quale aveva dichiarato che i suoi giudizi sul comportamento del governo italiano non avevano assolutamente l’intenzione di colpire il ministro Salvini o chicchessia. Sembrava, dicevamo, stando a quanto riferivano i giornali sulle conclusioni dell’incontro. La Francia è d’accordo con l’Italia sulla futura gestione dell’accoglienza e riconosce che quest’ultima, da sola, non può sobbarcarsi il carico e l’onere dei migranti che scelgono le sue rive per trovare rifugio dalla miseria e dalle guerre. Sembrava, ripetiamo, perché ora, alla vigilia della riunione del Consiglio europeo, è trapelato il testo di un progetto francese che renderebbe responsabili della gestione i Paesi di prima accoglienza. L’Italia, quindi, essendo il primo dei Paesi di prima accoglienza, potrebbe vedersi rispedire i rifugiati che altri Paesi europei decidessero di respingere. Apriti cielo! Il governo italiano grida che non vuole essere turlupinato, che Macron e la Merkel avevano lasciato intendere la loro disponibilità per una gestione comune, non per la libertà di decisione in ordine al respingimento verso il Paese di prima accoglienza. Di fronte a questo eventuale voltafaccia il presidente Conte minaccia di non partecipare alla riunione del Consiglio europeo. “L’Italia non può essere presa in giro” e lascia intendere che potrebbe uscire anche dall’accordo di Schengen. Non si sa con quali risultati concreti, ma la minaccia è questa. Il Consiglio europeo dunque si preannuncia burrascoso, con o senza l’Italia presente. Ci domandiamo, tra l’altro, a cosa servirebbe la politica della sedia vuota. Nessuno, in assenza dell’interlocutore principale, potrebbe conoscere con esattezza la posizione italiana in ordine al problema all’ordine del giorno. La presenza invece permetterebbe di far conoscere al sistema dei media ed all’opinione pubblica europea, oltre che mondiale, che cosa propone in concreto l’Italia per contribuire a risolvere “l’invasione” dei migranti, con tutte le conseguenze che ne derivano, per la presenza massiccia di clandestini, per la sicurezza e per la legittima tutela dei valori culturali dei Paesi d’accoglienza. E sugli altri temi in agenda, quale sarebbe l’atteggiamento del governo italiano? Il fiscal compact rimane sempre tabù, o si avrà il coraggio politico di emendarlo? Lo stesso dicasi per il “bail-in”. Anche questi sono temi scottanti. L’assenza è sempre una presa di distanza che non giova ai nostri interessi, i quali vanno difesi tutti i giorni attraverso la funzione della diplomazia e dei comportamenti virtuosi. Se su questi temi non saranno prese decisioni definitive, anche le riforme auspicate da Macron alla Sorbona si allontaneranno nel tempo e la crisi europea contribuirà a rendere meno credibili le istituzioni dell’Unione, il che, in vista delle elezioni del 2019, non ci sembra una buona prospettiva.

  • Britons dash to become German before Brexit

    BERLIN (Reuters) – Driven by the prospect of Britain’s withdrawal from the European Union next year, the number of British passport holders who became German citizens jumped by 162 percent last year, Germany’s Federal Statistics Office said on Wednesday.

    Nearly 7,500 Britons acquired German citizenship last year. This follows a 361 percent rise in 2016, bringing the total for the two years to around 10,400. This is more than double the number of Britons who became Germans in the 15 years from 2000.

    “A link to Brexit is obvious,” said the Office, adding Britons were the second biggest group to be granted German citizenship last year after nearly 15,000 Turks.

    With no Brexit deal yet in sight, despite a leaving date of March 2019, many Britons are worried they will lose the right to live and work in Europe’s biggest economy, which is enjoying an unusually long period of growth and record low unemployment.

    Britons usually need to have lived in Germany for eight years to qualify. Applications take more than six months to process and Britons can take up dual citizenship while Britain is still an EU member.

    Overall, the number of people becoming German rose by 1.7 percent last year to 112,200, the highest level since 2013.

    Reporting by Madeline Chambers; Editing by Raissa Kasolowsky

  • Achtung Binational Babies: credevo avessimo smesso di fare gli zerbini

    Eravamo zerbini. Zerbini dell’Europa e di ogni paese dell’Unione che avesse da noi preteso qualcosa. Qualcosa sta cambiando su tanti fronti, ma sul tema della tutela dei nostri connazionali all’estero e soprattutto dei bambini binazionali lo siamo ancora, siamo vergognosamente degli zerbini. Basta leggere la ratifica italiana della Convenzione dell’Aja sulle sottrazioni internazionali (L. 64/94) – della cui modifica da noi richiesta ancora non si parla! – e paragonarla per esempio alla ratifica tedesca della stessa convenzione per comprendere come l’Italia si sia organizzata per esportare i propri bambini richiesti da uno Stato estero e per non riportare mai a casa quelli sottratti e portati dall’Italia verso l’estero. Padri e madri italiane che hanno avuto a che fare con le istituzioni preposte a questi casi (Autorità centrale del Ministero di Giustizia, Tribunali, Ministero degli Esteri, Consolati) potranno solo confermare all’unanimità.

    A dire il vero, si è levata anche su questo fronte una voce autorevole, schietta e sincera, anche se per ora isolata: il Console Generale d’Italia a Colonia, Pierluigi Ferraro, che ha avuto l’occasione di confrontarsi personalmente con il Sistema familiare tedesco (Jugendamt e Tribunali familiari), ha avuto il coraggio di chiamare ogni cosa con il suo nome e di definire questa ‘Amministrazione per la Gioventù’ tedesca, lo Jugendamt, per quello che è. In una intervista della testata online Deutschlandfunk, Angelo Bolaffi si dice “preoccupato della svolta radicale attuata dell’Italia” (la maggioranza degli italiani, professore, ha votato come ha fatto, proprio perché auspicava questa svolta!). Il giornalista aggiunge che in occasione della Festa della Repubblica Italiana, durante un evento al Consolato Generale d’Italia a Colonia, il Console Generale, Pierluigi Ferraro, nel suo discorso ha parlato anche degli Jugendamt e ha definito il loro agire, in molti casi, come quello di criminali e terroristi (http://www.deutschlandfunk.de/philosoph-zum-politischen-verhaeltnis-deutschland-und.694.de.html?dram:article_id=419660 ). L’intervento dell’Ambasciata (in pratica del Ministero degli Esteri) non si è fatto attendere e ha preteso dal Console uno scritto di scuse. Ovviamente subito integralmente pubblicato dalla testata tedesca (il discorso del Console invece è stato solo riassunto e non citato integralmente!).

    Questo è esattamente quello che fanno gli zerbini, signori Ministri e Presidente del Consiglio!

    Dopo aver incassato per decenni insulti gratuiti da politici e media tedeschi, senza aver mai osato protestare con sufficiente forza, abbiamo finalmente un Console che fa seriamente il suo mestiere e il suo dovere e il Ministero degli Esteri cosa fa? Lo bacchetta.

    Che l’agire degli Jugendamt sia criminale non è un’invenzione del Console, è una denuncia pubblica portata a livello europeo (Parlamento) e a livello nazionale in Italia, Polonia, Francia e persino nella stessa Germania. Ma non è politicamente corretto. Perché? Perché appropriarsi dei bambini binazionali crea introiti di miliardi di euro e un indotto in Germania di altrettanto valore. In buona parte sono miliardi che si muovono dal capitale privato degli Italiani (stipendi, immobili, risparmi, pensioni) verso la Germania, il resto lo finanzia l’Europa (cioè in buona parte l’Italia, quale contribuente netto) con programmi di “aiuto ai giovani e alle famiglie” (ovviamente non le famiglie naturali né i genitori biologici) che ad altro non servono se non a sottrarre i bambini ai loro genitori per inserirli in un circuito ben più redditizio. Se dunque certe verità non sono politicamente corrette per la Germania, dovrebbero esserlo a maggior ragione per l’Italia che se non si decide a dare una svolta anche su questo fronte, continuerà a perdere i propri figli, il proprio futuro e i propri capitali.

    Il Console coraggioso non va bacchettato, ma ringraziato. I bambini e i capitali vanno fatti rientrare in Italia.

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