Germania

  • Achtung Binational Babies: gli psicologi senza qualificazione della Germania moderna

    L’articolo di questa settimana presenta la traduzione di quanto recentemente apparso in alcuni media locali tedeschi: un falso psicologo ha guadagnato quasi 800.000 euro in 5 anni, redigendo perizie familiari che hanno tolto i bambini ai loro genitori, pur senza avere una laurea. Il caso è venuto alla luce perché una mamma, alla quale era stata tolta la figlia sulla base di una perizia di questo individuo, non si è rassegnata ed ha costretto, non senza difficoltà e impedimenti da parte del sistema, ad aprire un’indagine. Questo non è un caso isolato e dovrebbe farci comprendere che non solo in Italia succedono queste cose, bensì soprattutto nella perfettissima Germania. Ma sono due gli aspetti che vanno ben evidenziati: 1) il fatto di non avere una laurea non avrebbe impedito di ricevere incarichi dal tribunale e redigere perizie, perché i tribunali famigliari tedeschi possono nominare quale “esperto” anche chi non ha la specifica formazione, 2) il processo si tiene ora per “frode commerciale”, perché si è fregiato di un titolo senza averlo, ma gli esiti delle perizie di tale individuo non vengono in nessun modo messi in discussione. Conclusione: negli ultimi 4 anni sono stati tolti ai genitori più di 252.000 bambini (dati ufficiali del Ministero tedesco) che ci indicano, o che in Germania ci sono una massa di genitori incapaci, più incapaci di qualsiasi altro paese, oppure che in Germania agisce un sistema che si avvale di persone senza qualifica per impossessarsi dei bambini strappandoli ai loro affetti, ma creando un attivissimo indotto che crea continuamente nuovi posti di lavoro e che dunque il Governo tutela.

    L’articolo in traduzione:

    Il titolo gli ha fruttato quasi 800.000 euro: falso psicologo, ma lui “non voleva arricchirsi”.

    Molte domande rimangono senza risposta nel processo a carico di un uomo di 44 anni che si è fatto passare per psicologo pur senza una laurea e ha redatto perizie per i tribunali in questa veste. Il convenuto ammette i fatti, ma cerca di giustificare le sue azioni: non avrebbe mai voluto arricchirsi. “Stavo solo cercando di aiutare”. L’uomo, nativo del Saarland, gestiva uno studio di psicoterapia e un istituto di psicologia applicata a Idar-Oberstein, e deve ora rispondere di frode commerciale in 175 casi e di false dichiarazioni in sette casi. Il tribunale non si occupa delle conseguenze dei suoi scritti [N.d.R.: bambini tolti ai genitori sulla base delle sue perizie], ma solo dei danni causati alla magistratura per un totale di 759.000 euro. Questo è quanto ha incassato da novembre 2009 ad aprile 2014 per la sue perizie. Secondo l’accusa, questi pagamenti del tribunale sono stati ricevuti utilizzando un titolo falso. Non è ancora chiaro se vi siano stati altri casi prima del 2009, data in cui, stando all’imputato avrebbe utilizzato per la prima volta il falso titolo. Due testimoni, che avrebbero potuto fare un po’ più di luce sulla questione, non sono comparsi dinanzi alla seconda Corte penale della Corte distrettuale di Bad Kreuznach. Di conseguenza, si prevede che saranno necessari altri due giorni di procedimenti giudiziari prima che la sentenza possa essere pronunciata. In ogni caso, la versione che il falso psicologo ha presentato all’inizio del processo è stata smontata: non avrebbe obbiettato quando il tribunale si rivolse a lui nel 2005 o 2007, indicandolo con tale titolo, che presuppone invece un diploma universitario. Il procuratore Günter Horn ha mostrato due lettere, del 2004 e del 2005, dalle quali si evince che il falso psicologo già allora indicava si fregiava del titolo sulla sua carta intestata. Il giudice Bruno Kremer ha voluto sapere perché ha usato il falso titolo. “Non ho spiegazioni”, “Non ricordo”.

    La sua socia, con la quale gestiva un istituto di Idar-Oberstein, nel frattempo fallito, avrebbe dovuto testimoniare, ma non è comparsa in tribunale. Ha presentato all’ultimo momento un certificato in cui si affermava che non era in grado di sostenere un interrogatorio. La donna, che inizialmente lavorava come donna delle pulizie per l’imputato [N.d.R.: la donna delle pulizie era socia dell’istituto di psicologia applicata!] non ha mai voluto rispondere alle domande.

    E dunque, come si può credere in una giustizia che ti toglie i figli sulla base delle affermazioni di un ciarlatano?

    https://www.rhein-zeitung.de/region/lokales/bad-kreuznach_artikel,-titel-brachte-dreiviertelmillion-falscher-psychologe-wollte-sich-nicht-bereichern-_arid,1764897.html

  • Parigi proroga la sospensione di Schengen, altri Paesi pronti a seguirla

    A fronte dei flussi in ingresso nella Ue, Parigi ha notificato all’Unione un prolungamento di altri 6 mesi dei controlli alle frontiere interne all’area Schengen, motivato dal rischio terroristico che la Francia sembra faticare più di altri ad affrontare (come evidenzia anche il recente episodio di Carcassone). I controlli, che sarebbero scaduti a fine aprile, resteranno in vigore fino a ottobre. Nessuna notifica è invece ancora arrivata da Berlino e Vienna, ma le due cancellerie hanno espresso analoga intenzione. Per Austria e Germania la scadenza dei controlli ad alcune delle frontiere interne è prevista per maggio. La Francia, il Paese dell’Unione più colpito dagli attacchi dell’Isis, ha in vigore controlli, a tutti i suoi confini, dal novembre 2015 Germania, Austria, Danimarca e Norvegia hanno ripristinato i check ad alcune delle proprie frontiere, con la crisi migratoria dei Balcani occidentali del 2015.

    Mentre gli Stati si muovono, si attendono passi avanti sulla proposta della Commissione europea, presentata ad ottobre, che consente controlli alle frontiere interne fino a 3 anni, per far fronte alla minaccia terroristica, attraverso una modifica del Codice Schengen. Una proposta spinta da Francia, Germania, Austria, Danimarca e Norvegia, che nel settembre scorso avevano scritto a Bruxelles per chiedere nuovi margini legali per andare avanti nel presidio dei propri confini. Nei mesi scorsi il governo di Roma aveva collegato la modifica al Codice Schengen con quella del Regolamento di Dublino, per evitare di lasciare tutto il peso sulle spalle dei Paesi di primo ingresso delle migrazioni.

  • La Germania torna a fare figli

    L’economia tedesca, alle prese con la peggiore crisi demografica tra i Paesi del G7, sta registrando il più grande boom della fertilità in 45 anni. I dati rilasciati dall’ufficio federale di statistica tedesco il 29 marzo attestano che la quarta economia mondiale ha registrato un’ondata di 800.000 nati nel 2017, in aumento del 7% su base annua (si è passati da 1,5 a 1,59 parti per donna).

    Nonostante la forte immigrazione (pari al 12% della popolazione), le Nazioni Unite stimano che entro un decennio l’età media tedesca sarà di 50 anni o più. La Germania ha cercato di emulare i sistemi scandinavi aumentando di due terzi la spesa per le prestazioni di assistenza all’infanzia negli ultimi anni (in Francia, l’assistenza all’infanzia ha portato a un impressionante miglioramento dei tassi di fertilità) e ha anche esteso le indennità di maternità ai padri, sempre seguendo il modello svedese, che si è dimostrato particolarmente significativo dopo la nascita di un secondo figlio.

  • Il paradigma della crescita

    L’innovazione tecnologica e le sue applicazioni dividono in modo piuttosto netto gli schieramenti tra favorevoli e contrari in relazione agli effetti nella prospettiva di una crescita economica futura, intesa nella sua accezione più ampia e quindi non solo economica ma anche occupazionale. Una divisione che risponde purtroppo  più a logiche politiche e ideologiche che non ad un pensiero economico espressione dell’applicazione di parametri oggettivi .

    I favorevoli alla corrente di pensiero economica, individuabile in “industria 4.0”, e all’innovazione tecnologica nel suo complesso affermano giustamente come questa rappresenti l’unico fattore competitivo applicabile a tutte le imprese nazionali che competono nel mercato globale al netto delle diseconomie nazionali (ogni riferimento alla situazione italiana è voluto). All’interno di questa posizione però non vengono tenuti nella debita considerazione gli effetti sociali che l’applicazione di tale paradigma inevitabilmente concorre a determinare. La digitalizzazione nel mondo industriale infatti comporta, proprio come espressione del fattore competitivo, una minore incidenza della manodopera per milione di fatturato con i bassi tassi di crescita attuali e di conseguenza con una diminuzione dell’occupazione complessiva.

    Viceversa nel settore dei servizi annulla o rende minimale l’intermediazione nella creazione del valore, di conseguenza diminuisce anche in questo settore l’occupazione di fronte ad anni di bassa crescita economica.

    In contrapposizione a queste posizioni la compagine che individua nell’innovazione tecnologica un fattore fortemente negativo (legato sostanzialmente  al calo dell’occupazione) rappresenta una posizione ideologica, più che economica, ancorata ad un concetto di mercato  immobile (una vera e propria contraddizione in termini). Tale radicata convinzione trova la sua massima espressione addirittura nella obsoleta idea di introdurre una tassazione aggiuntiva relativa all’innovazione tecnologica che risultasse destinata ad un fondo per i lavoratori disagiati. Una visione assolutamente antistorica ed anti economica che presenta il doppio svantaggio di aumentare la tassazione e di diminuire la competitività delle imprese che operano nel proprio specifico settore di competenza in un mercato globale caratterizzata da una fortissima concorrenza. Una visione poi che non tiene conto come questa innovazione, nelle sue molteplici applicazioni, rappresenti l’unico fattore reale che possa aumentare la competitività delle imprese italiane di fronte al continuo regresso del livello dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione.

    Il voler inserire una nuova tassa sull’innovazione rappresenta una contraddizione culturale ed economica senza precedenti e sostanzialmente dimostra la mancanza di conoscenza delle dinamiche economiche da parte di chi sostiene questa posizione ideologica.

    Entrambi gli schieramenti tuttavia (ed in questo le distanze risultano ben evidente) assumono delle posizioni espressione di parametri ideologici e non economici in quanto la loro contrapposizione risulta frutto più dell’applicazione di visioni politiche e non tanto dell’osservazione dei dati economici che provengono  in quantità notevoli  dal mondo dell’economia reale.

    L’ultima rivelazione statistica realizzata in Germania dimostra come per 767.000 nuovi posti di lavoro oltre centomila (104.000) vengano attribuiti al settore industriale legato alla produzione mentre tutti gli altri appartengano al settore di servizi (247.000 al netto del settore legato al sociale). Questi termini della ricerca o, meglio, della rilevazione statistica, la quale fornisce numeri per l’interpretazione (senza fornirne una propria interpretazione come invece avviene in Italia), apre la possibilità ad un’analisi approfondita in relazione all’individuazione  delle scelte strategiche finalizzate ad uno sviluppo economico nel medio lungo termine.

    I 104.000 nuovi posti di lavoro creati (ma il termine corretto sarebbe ricercati e successivamente ricoperti) nel settore della produzione risultano espressione ma soprattutto essere legati ad una maggiore domanda di beni industriali generale. Questo incremento determina  inevitabilmente l’esigenza di un incremento della capacità produttiva. Sempre a causa di questa maggiore domanda di beni industriali si determina quindi non solo l’aumento di occupazione nel settore della produzione ma, come logica conseguenza, si manifesta anche l’aumento  della richiesta di servizi da parte del sistema industriale stesso e, naturalmente,  si registra un ulteriore aumento dell’occupazione nel settore dei servizi all’industria stessa.

    La tempistica come l’articolazione temporale risultano fondamentali per la comprensione di questi dati che vengono dall’economia tedesca perché è evidente come in un mercato articolato globale e complesso basato sulla concorrenza sia la domanda a determinare l’offerta di beni di servizi o e quindi sia sempre la domanda a determinare gli andamenti relativi all’occupazione.

    Partendo dal presupposto ancora non troppo chiaro al mondo dell’economia italiano ed europeo in particolar modo che tutte le aziende operano all’interno di un mercato “saturo” come quello delle economie occidentali logica conseguenza dimostra come sia la domanda nella sua articolata espressione ad  influenzare l’offerta e non viceversa.

    E’ evidente che il maggiore incremento dei posti di lavoro nel settore dei servizi risulti legato ad un progressivo  aumento della richiesta da parte del settore industriale. Dal momento che l’economia tedesca rappresenta “uno dei  modelli manifatturieri” di maggior successo nel mondo assieme a quello elvetico le classi politica e dirigente italiana dovrebbero finalmente comprendere le regole, come le dinamiche, dello sviluppo che questa ricerca pone in evidenza. I numeri infatti indicano come per ogni posto creato all’interno del settore industriale manifatturiero ne vengono a caduta creati 2,7 nel settore dei servizi come logica conseguenza della maggior domanda di servizi imputabile proprio al settore industriale (94.000 al settore manutenzione, 74.000 logistica, 74.000 formazione).

    Tornando quindi al modello di sviluppo economico  italiano, entrambi gli schieramenti “ciecamente” (che nello specifico potrebbe risultare sinonimo di  “ideologicamente”) favorevoli o contrari all’innovazione e quindi ad “industria 4.0” dimostrano di non aver compreso come la tecnologia porti un valore quando questa venga applicata al settore industriale e manifatturiero il quale a fronte di ricerca ed innovazione nei prodotti per ogni posto di lavoro creato in più ne induce altri 2,7 nel settore dei servizi.

    Questa statistica, che non per caso è espressione della competenza tedesca, ancora una volta pone in rilievo l’importanza e la centralità dell’Industria come volano di creazione di valore non solo economico ma anche occupazionale. L’industria rappresenta il fattore principale nella creazione di sviluppo in quanto risulta l’unico settore che abbia l’effetto moltiplicatore sia valoriale che occupazionale. I dati della ricerca tedesca dimostrano essenzialmente questa verità. Non capirlo rappresenterebbe un errore clamoroso.

    Perfettamente in linea tuttavia con le scelte strategiche passate e odierne della nostra classe politica e dirigente.

  • La ragazza Leah, lo stupro di gruppo, Alfie: tre notizie che non trovate sui giornali o alla tv

    Ci sono tre notizie agghiaccianti che non trovano spazio sui media, in questi giorni di settimana santa. La prima si riferisce a Boko Haram, il terrorista musulmano jihadista che opera in Nigeria. La seconda riguarda l’allucinante situazione che si verifica in Germania con gli stupri di gruppo. La terza concerne il povero Alfie, il bambino inglese di 22 mesi che i medici e i giudici vogliono far morire.
    Partiamo da Boko Haram, che il 19 febbraio ha rapito 110 studentesse del Collegio governativo femminile di scienza e tecnica nella cittadina di Dapchi, in una regione a Nord-Est della Nigeria. Durante il trasporto, cinque di esse hanno trovato la morte, schiacciate dalle compagne sugli automezzi sovraccarichi, o uccise dallo sfinimento e dall’angoscia nei giorni di prigionia. Tutte le altre sono state liberate il 21 marzo, forse a seguito di un riscatto pagato dal governo o, come dicono alcune delle ragazze liberate, perché gli jihadisti credevano di aver rapito delle ragazze cristiane, mentre in realtà la maggioranza era di fede mussulmana. Nelle mani dei rapitori è rimasta soltanto una studentessa cristiana, Leah Sharibu. La tengono prigioniera perché ha rifiutato di abiurare e di convertirsi all’Islam, come le chiedevano gli aguzzini. Il padre della ragazza, intervistato nei giorni successivi, si è detto fiero di lei e del coraggio dimostrato nel rifiutare l’abiura. L’ha incoraggiata ad essere forte e le ha promesso, se un giorno sarà liberata, di farla tornare a scuola nel Collegio di Dapchi, sfidando in questo modo Boko Haram, che invece ha minacciato di rapire chiunque osi ancora frequentare quel Collegio. Non si sa quanti anni abbia Leah, ma l’età delle ragazze rapite va dagli 11 ai 19 anni. Leah si unisce alla schiera dei cristiani perseguitati per la fede e che non accettano di convertirsi all’Islam, disposti ad accettare fino al martirio le conseguenze del loro rifiuto. Boko Haram non è nuovo a questi atti di violenza. Ha già effettuato altri rapimenti di massa, ha bruciato chiese e monasteri, ha ucciso fedeli durante le cerimonie religiose. Le sue vittime si contano a centinaia e nessuno, fino ad ora, è riuscito a fermarlo. Gli danno la caccia anche gruppi armati formati da militari di Paesi vicini, compresi quelli dell’esercito ufficiale della Nigeria. Ma nulla è valso a fermarlo e a fargli pagare i delitti compiuti fino ad ora. Ve l’immaginate una ragazza rapita da qualcuno al liceo Parini? Stampa, radio, TV, politici e buontemponi ne parlerebbero per settimane. Boko Haram ne ha rapito 110. Silenzio totale, tanto non sono italiane!
    La seconda notizia riguarda un caso accaduto due giorni fa in Germania: una donna di ventiquattro anni stuprata da un branco di migranti. E’ uno stupro collettivo perpetrato da uomini di colore su donne bianche. E’ una piaga del multiculturalismo germanico, che nel solo 2017 ha registrato più di 3.000 casi. A riportare l’accaduto è la stampa inglese. Quella tedesca pratica la virtù del silenzio, che non disturba nessuno, se non la vergogna di strumenti di comunicazione di massa che in un Paese in cui vige la libertà, non praticano la loro funzione d’informazione. La donna è stata accoltellata da un diciassettenne accorso in aiuto a due ragazzi profughi minorenni che litigavano. Non si sa nulla di più, oltre al fatto che la donna è in fin di vita. Ormai, in una Germania multiculturale le aggressioni e gli stupri in cui vengono coinvolte donne bianche sono un fatto quotidiano. I media sono subalterni al politicamente corretto e rifiutano di presentare la realtà così com’è, anziché mostrare gli effetti collaterali della nuova islamizzazione. Il “melting pot culturale” va avanti da anni indisturbato e l’identità nazionale, soprattutto se essa è stata permeata dal cristianesimo, rimane evanescente. Che questa insalata di culture diverse ed incompatibili produca danni non viene volutamente percepito e non viene comunicato. La crisi degli stupri non è di oggi. Le statistiche mostrano chiaramente che nel 2017 si sono verificati una dozzina di stupri quotidianamente, cioè un aumento di aggressioni quattro volte superiore al 2014. Il rapporto pubblicato il 16 gennaio dall’Ufficio federale della polizia criminale dimostra che i richiedenti asilo, gli immigrati, i clandestini hanno commesso esattamene 3.466 reati sessuali nei primi mesi del 2017, circa 13 al giorno. Per avere un quadro completo bisognerà aspettare il secondo trimestre del 2018. Nel 2016 i reati sessuali dei migranti sono stati 3.404, nel 2015, 1683; nel 2014, 949 e nel 2013, 599, circa due al giorno. Ciò detto, André Schulz, direttore della Associazione della polizia criminale, ritiene che addirittura fino al 90% dei reati sessuali commessi in Germania non compaiono nelle statistiche ufficiali. Un alto funzionario della polizia di Francoforte ha detto alla Bild (uno dei più grandi quotidiani tedeschi – 5 milioni di copie giornaliere) che “esiste un rigido ordine da parte delle autorità di non denunciare i crimini commessi dai rifugiati”. Solo le denunce specifiche dei media su tali atti vengono corrisposte. Ma il numero delle vittime cresce in continuazione e nello stesso tempo la maggior parte dei crimini vengono minimizzati come incidenti isolati. Si tratta di evitare che vengano alimentati sentimenti anti immigrazione. Atteggiamento virtuoso, si direbbe. E le vittime? Chi le considera? Non abbisognano anch’esse di un sentimento di solidarietà? Non vorremmo invece che lo stupro collettivo, detto in arabo taharrush, un genere di violenza in cui una donna viene circondata da un gruppo di islamici e violentata a turno, diventi il marchio di questa Europa islamizzata, culturalmente nihilista e inetta nel difendere i suoi valori, ammesso che ci creda ancora, e nel tutelare i suoi cittadini.
    Il caso di Alfie sta giungendo al termine. Anche la Corte dei diritti umani ha respinto il ricorso dei genitori contro la decisione dei medici di togliere al piccolo Alfie la ventilazione. “Non abbiamo più vie legali per difendere nostro figlio che vuole vivere, mentre i medici e i giudici non vedono l’ora che muoia – ha dichiarato affranto Thomas Evans, il papà del bambino. “Imploriamo Papa Francesco di intervenire – ha aggiunto. – E’ l’unico che ci può difendere.” La Corte infatti, più che tutelare i diritti umani, tutela in questo caso l’eutanasia e la morte. Incredibile, tanto più che il respingimento del ricorso, in una pagina e mezzo di burocratese, è giustificato dal fatto che la richiesta dei genitori non rispondeva ai criteri d’ammissione. Del lurido burocratese per spegnere una vita. Atteggiamento sconvolgente e orribile, di fronte all’angoscia dei genitori di perdere il piccino. E’ colpa loro, che non hanno rispettato i criteri d’ammissione, se il ricorso viene respinto. Inverosimile, questa decisione della Corte. Il bambino sarà ucciso e loro, i giudici, come i medici, continueranno a fare sentenze e a fare diagnosi, magari sbagliate come con Alfie, come se nulla fosse, come se una vita non fosse stata spenta per loro autonoma decisione, come se l’eutanasia fosse un atto automatico coinvolgente i diritti umani. Orribile!
    E l’informazione? Dov’è l’informazione? Avete letto queste notizie sul vostro quotidiano di riferimento? Avete sentito e visto alla televisione la voce rotta dall’angoscia e il volto angosciato del papà di Alfie che implora aiuto al Papa? Avete osservato gli occhioni di Alfie che emanano dolcezza e chiedono aiuto? Avete letto l’indignazione di quelli che la praticano quotidianamente sui blog? Avete sentito le frasi di circostanza dei soliti politici? No, l’eutanasia non va disturbata da sentimenti di pietà e d’amore. Il nihilismo imperante la considera una felice soluzione, anche quando non ce ne fosse bisogno, come sono stati i casi di Charlie Gard e Isaiah Haastrup, come lo sarà probabilmente quello di Alfie. Ma chi sono questi omuncoli che decidono di far morire i figli senza mai dare ascolto ai genitori? Che futuro dobbiamo attenderci da Paesi che permettono che accada quel che avete appena letto? Se queste cose accadono nell’indifferenza generale, il futuro non potrà essere sereno. Speriamo che quando ce ne accorgiamo non sia troppo tardi!

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana del 28 e 29 marzo 2018

  • Achtung Binational Babies: bambini rubati dallo Jugendamt tedesco

    Tutti i genitori italiani che hanno conosciuto lo Jugendamt tedesco e il sistema familiare di quel paese e che si sono visti cancellare dalla vita dei loro figli (ogni genitore non-tedesco è infatti nocivo al processo di germanizzazione dei bambini e dunque ritenuto nocivo al cosiddetto “bene del bambino”- in senso teutonico) sanno che questo problema non va affrontato né con gli psicologi e tanto meno con gli assistenti sociali, è un problema esclusivamente politico ed economico, oltre che giuridico.

    La Germania si impossessa dei bambini per motivi economici e conduce queste sue azioni in modo sempre più estremo perché politicamente (e non solo) si sente superiore e soprattutto perché Stati come l’Italia, che paiono aver perduto la loro dignità, glielo permettono.

    Infatti, non solo lo Stato italiano tace ai suoi concittadini il pericolo di un trasferimento in Germania con la famiglia, ma lascia completamente soli coloro che si trovano a vivere l’inferno della persecuzione tedesca e che disperatamente cercano aiuto. Invano.

    La maggior parte dei Consoli, che in effetti sono tenuti a rispettare le indicazioni del Ministero degli Esteri, si nascondono dietro al “non possiamo intervenire in procedimenti stranieri”, “non possiamo far scoppiare un incidente diplomatico per due bambini”, “si cerchi un buon avvocato”, ecc… (ho messo il virgolettato perché si tratta di frasi dette veramente!) quando invece è soprattutto necessario far sentire forte la presenza dello Stato italiano a supporto del proprio concittadino. All’estero l’italiano è percepito come orfano. Un apolide è forse maggiormente tutelato.

    Sul versante italiano la situazione è, se possibile, peggiore. I magistrati dei tribunali italiani paiono – troppo spesso – al soldo di un governo straniero. Alla richiesta (istanza) tedesca non si dice mai di no e se l’istanza non è fondata, si distorce la nostra propria Legge per riuscire ad applicarla in favore della parte tedesca.

    La nostra giustizia, notoriamente molto lenta, diventa improvvisamente veloce ed efficace quando si tratta di accogliere ed eseguire le richieste straniere, soprattutto se tedesche.

    Se la parte tedesca reclama degli alimenti, quella italiana si ritrova velocemente e inesorabilmente un ufficiale giudiziario italiano a requisire e pignorare ogni suo avere: i soldi devono arrivare velocemente in Germania. Se invece è la parte italiana a reclamare gli alimenti a quella tedesca, oltre alle lungaggini italiane per ottenere un decreto esecutivo, dovrà aspettarsi il diniego di quelle tedesche che utilizzeranno ogni articolo ed ogni comma del loro codice di procedura (ben diverso dal nostro!) per evitare che soldi tedeschi passino la frontiera. Ma c’è di peggio. Se un genitore italiano rientra in Italia con il proprio figlio, si ritroverà in prigione in un batter di ciglio, e il bambino sarà immediatamente rimpatriato. Se invece un genitore straniero porta illecitamente il figlio all’estero, allora si muove la burocrazia, cioè non succede niente (in ogni caso, niente di efficace) e il bambino resta all’estero. Addirittura se il genitore straniero porta il figlio all’estero illecitamente e poi rientra sul territorio italiano lasciando il figlio all’estero nelle mani di parenti più o meno stretti, questo genitore straniero, colpevole di un reato penale e oggetto di denuncia, potrà continuare tranquillamente a vivere in Italia senza che gli venga torto un capello. Nel confronti del genitore italiano ci si giustificherà con la solita “lentezza della giustizia” che però pare esista solo quando questa “giustizia uguale per tutti” viene invano reclamata da un cittadino italiano.

    Abbiamo smesso di chiederci il perché, vogliamo solo che tutto ciò abbia fine. Chiunque riceverà l’incarico di formare il nuovo Governo, dovrà farlo nell’interesse dell’Italia e degli Italiani e non dei burocrati (tedeschi) di Bruxelles. E’ dunque con rinnovata forza che chiediamo ci si occupi di questo tema!

  • In Germania c’è il nuovo governo (e in Italia?). Ma l’Europa non si muove

    Sono occorsi oltre cinque mesi per fare il nuovo governo in Germania, a seguito delle elezioni politiche del 24 settembre dello scorso anno. Angela Merkel è stata eletta cancelliere per la quarta volta e il nuovo governo, dopo il fallito tentativo con i liberali ed i Verdi, è stato fatto di nuovo con i socialisti dell’SPD, riesumando la cosiddetta “Grande Coalizione” che sembrava impossibile a farsi dopo le elezioni. E’ stato un percorso accidentato quello di questi cinque mesi, con morti e feriti metaforici, con cambiamenti d’orientamento quasi improvvisi, con il timore di portare sostegno indiretto ai populisti dell’ultradestra dell’AFD (Alternativa per la Germania), con il timore di sminuire il valore della stabilità e della governabilità, considerati sacri dalla tradizione politica tedesca dopo i disastri di Weimar. La prima vittima, reale e non metaforica, è stata il leader dell’SPD Martin Schulz, dimissionario dalla presidenza del partito e scartato poi per il ministero degli Esteri nel nuovo governo. Sembra scomparso d’un colpo dalla vita politica e i media hanno smesso di fare il suo nome. Anche Angela Merkel è rimasta ferita lei, per fortuna, metaforicamente. Al momento della sua elezione alla Cancelleria le sono mancati al Bundenstag 34 voti. “Franchi tiratori”, ha detto la stampa italiana, assuefatta a questa nascosta presenza nel nostro parlamento da decine di episodi simili durante la vita accidentata della prima Repubblica. Ma anche a governo installato, voci discordanti di alcuni ministri, come quello dell’Interno, si sono discostate dalle posizioni assunte dalla CDU nel precedente governo sulla questione dei migranti e dell’accordo di Schengen e sul delicato e sensibilissimo problema della presenza dell’Islam in Germania. L’Islam fa parte della Germania – aveva dichiarato la Merkel. Ora le si precisa: I musulmani fanno ormai parte della Germania, non l’Islam, che è incompatibile con i nostri valori e le nostre tradizioni cristiane. Un governo, quello nuovo con, al suo interno, posizioni diverse su temi sensibilissimi. Ciò non ha tuttavia impedito alla Merkel di incontrare il presidente francese Macron per una rapida scorsa dell’attualità mondiale e europea e per esprimere un certo timore sui risultati delle elezioni italiane che sembrano, appunto, sancire l’ingovernabilità e l’instabilità per la mancanza di una maggioranza  e confermare timori in ordine ai rapporti con l’Unione europea per la vittoria elettorale di forze politiche euroscettiche o assolutamente contrarie all’Euro. Non è mancata tuttavia la dichiarazione comune sulla necessità di riformare l’Europa, ma non è stata presa nessuna decisione operativa immediata. Quindi un po’ di delusione è stata espressa da quanti da mesi attendevano la soluzione del problema governo in Germania per consentire all’Europa di fare passi avanti e di uscire dal guado. Senza la Germania – si diceva – non è possibile progredire verso una stagione di riforme. Il che rimane vero, com’è altrettanto vero che la Germania di oggi non è più quella coesa e determinata di ieri. La riduzione del peso della CDU-CSU e dell’SPD hanno lasciato segni d’incertezza, non nel senso che la Germania è meno europeista di una volta, ma nel senso che sarà più difficoltoso e irto di ostacoli il cammino che porta a decidere riforme, in accordo con la Francia e con chi ci sta, per rimettere sui binari dell’integrazione questa Unione europea un po’  stordita da quanto le è successo in questi ultimi due o tre anni.

    E l’Italia? Sarà in grado di ritrovare stabilità e governabilità? E’ ormai certo che la legge elettorale usata per queste ultime elezioni è quanto di meno indicato per garantire questi due valori. Se avessero incaricato degli specialisti per redigere una legge così anomala, mai sarebbero riusciti a produrne una così perfetta nella sua negatività. Ma i politici allo sbando sono geni nel trovare soluzioni complicate ed impossibili. Le procedure comunque sono avviate, dopo la nomina dei presidenti di Camera e Senato. Attendiamo, fiduciosi a metà, che le procedure continuino, nella speranza che, se riusciranno a trovare una soluzione di governo, anche l’Italia non rinunci a dire pacatamente la sua, non contro, ma accanto a Francia e Germania per migliorare questa Europa un po’ infiacchita e senza immaginazione. Confidare in Macron e nella Merkel, dopo le loro dichiarazioni, ci sembra quasi naturale, ma non vorremmo che l’Italia rimanga soltanto al traino. I suoi interessi, in numerosi campi, coincidono con quelli franco- tedeschi, ma in altri ci distinguiamo per la nostra particolarità di produttori e di tessitori di rapporti che possono giovare all’intera comunità di destino. Siamo geograficamente a Sud dell’Europa, ma la nostra vocazione non è mediterranea ed africana soltanto, è continentale, tanto a livello culturale che a quello economico, anzi, per quest’ultimo la nostra visione è globale ed universale come quelle di Francia e Germania. Le quali, ci piace pensarlo anche se non è del tutto vero, non possono non attendere la formazione del nostro governo, prima di consultarlo e/o di lanciare nuove iniziative. Ma tutto ciò dipenderà anche dal governo che riusciremo ad imbastire.

     

  • L’Ucraina chiede sanzioni Ue contro Schroeder

    L’Ucraina sta facendo pressioni affinché l’Ue imponga sanzioni contro l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, per le sue attività di lobbying pro-russo. In un’intervista al quotidiano Bild, il ministro degli esteri ucraino Pavlo Klimkin ha definito Schroeder «il più importante lobbista dei progetti di Putin in tutto il mondo, ecco perché l’Unione europea dovrebbe analizzare le sue possibili azioni».

    Divenuto presidente di Nord Stream, una società a maggioranza controllata dal gruppo energetico russo Gazprom, poco dopo aver lasciato il Bundeskanzlerant nel 2005, Schroeder, da capo del governo tedesco aveva autorizzato il controverso gasdotto Nord Stream per spedire il gas russo direttamente in Germania attraverso il Mar Baltico, bypassando così Polonia e Ucraina (non proprio grandi amici di Mosca). E l’anno scorso Schroeder è diventato presidente di Rosneft, altro gigante petrolifero russo di proprietà statale.

    Sostenitore del gasdotto, Nord Stream 2, ma contrario a qualsiasi progetto di bypassare l’Ucraina, il governo di Angela Merkel ha cercato in passato di prendere le distanze da Schroeder (visto abbracciare il presidente russo Vladimir Putin poco dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina e poi annessa la Crimea nel 2014).

    Di recente, Mosca si è rifiutata di vendere gas all’Ucraina, ma gli Stati dell’Ue, inclusa la Germania, hanno alleviato il boicottaggio russo sull’Ucraina condividendo con essa il gas importato dalla stessa Russia.

    Una fonte europea ha affermato che è giuridicamente possibile imporre il congelamento dei beni e il divieto di visto dell’Ue a cittadini dell’UE, come Schroeder. Il divieto di visto significherebbe che non avrebbero il permesso di lasciare il loro paese di origine per recarsi in altri Stati dell’Unione. L’Ue ha già congelamenti di beni e divieti di viaggio in atto su diversi cittadini francesi, tedeschi e britannici e cittadini con doppia nazionalita, per via dei loro legami con Al-Qaeda.

  • Il ministro dell’interno tedesco chiede la sospensione dell’Accordo di Schengen

    Il nuovo ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha chiesto la sospensione del Trattato di Schengen a tempo indeterminato.

    Seehofer, leader dell’Unione Cristiano-Sociale in Baviera (Csu, il partito conservatore che fa parte della grosse Koalition alla guida del Paese) aveva già dichiarato, in qualità di ministro, che «l’Islam non appartiene alla Germania, paese forgiato dal Cristianesimo». Ma nonostante il richiamo dellla cancelliera Angela Merkel che dall’apertura all’Islam e ai suoi fedeli in Germania ha fatto un cavallo di battaglia. Seehofer non ha fatto marcia indietro, sollecitando anzi modifiche alla legislazione esistente e di accordi con i paesi di origine dei migranti per favorire i rimpatri: «I controlli alle frontiere interne [tra gli Stati membri dell’Ue] devono essere effettuati fintantoché l’Ue non riuscirà a controllare efficacemente le frontiere esterne. Non vedo la possibilità di farlo nel prossimo futuro. I posti di controllo sui confini non sono attivi in permanenza: anche di questo dovremo discutere. Non si tratta solo di reprimere l’immigrazione illegale: le frontiere hanno un importante ruolo di protezione».

    Le osservazioni di Seehofer fanno seguito alle richieste formulate a febbraio dall’Ue alla Germania e ad altri quattro Stati membri di Schengen – Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia – di abolire i controlli alle frontiere una volta scaduti i termini attualmente concordati in maggio. La Germania è stato il primo paese dell’Ue a reintrodurre i controlli interni nel settembre 2015, quando il paese è stato inondato da oltre 1 milione di immigrati mediorientali, per lo più rifugiati siriani.

    Le parole del neo ministro sono piaciute a Andre Poggenburg, a capo dell’AfD – il partito tedesco populista e anti-immigrati che si è piazzato al terzo posto nelle ultime elezioni – nello stato orientale della Sassonia: «Horst Seehofer ha preso questo messaggio dal nostro manifesto parola per parola».

  • Il Parlamento europeo apre una verifica sulla promozione di Selmayr a segretario generale

    Con voto unanime, il Parlamento europeo ha deciso di lanciare un’indagine su una presa di potere segnalata all’interno della Commissione europea. Il comitato per il controllo del bilancio del parlamento, presieduto dal deputato tedesco di centro-destra Ingeborg Graessle, verificherà come si è arrivata alla nomina del 47enne tedesco Martin Selmayr, capo dello staff del presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker, a massimo amministratore della Commissione, nei panni di segretario generale, il mese scorso. La decisione è stata presa prima di un acceso dibattito durante la sessione plenaria del parlamento a Strasburgo tra la Commissione europea e i membri del Parlamento europeo.

    La nomina di Selmayr è stata annunciata personalmente da Juncker in una conferenza stampa a Bruxelles ma il servizio di comunicazione della Commissione Europea aveva pubblicato una foto di Selmayr intitolata “segretario generale” una settimana prima dell’annuncio di Juncker. In seguito la didascalia è stata eliminata, ma non prima che un giornalista avesse visto e segnalato l’errore.

    Il collocamento di un cittadino tedesco nella principale carica civile della Commissione europea ha sollevato le tensioni dato che simili posti di lavoro amministrativo di livello elevato presso le istituzioni dell’Ue sono già occupati da tedeschi.

    Il commissario per il bilancio, Guenther Oettinger, anch’egli tedesco, non ha fatto altro che irritare gli eurodeputati affermando che Selmayr aveva tutte le qualifiche per assumere i compiti del segretario generale e ripetendo più volte che Selmayr era «al 100% adatto» per il posto, che era un europeo impegnato e un buon avvocato. «Tutte le decisioni, inclusa la decisione del nuovo segretario generale, sono state approvate all’unanimità dal collegio dei commissari», ha affermato, mentre dai verbali della riunione del collegio dei commissari risulta che la promozione di Selmayr è stata affrettata.

    Il Parlamento europeo voterà una risoluzione sulla questione in aprile dopo la sonda della commissione per il controllo di bilancio. Anche la difensore civica dell’Ue, Emily O’Reilly, sta esaminando la questione.

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