UE

  • Ok definitivo alla protezione europea del copyright

    Via libera definitivo alla riforma del copyright europeo: il Consiglio ha approvato come punto A, cioè senza discussione, la direttiva che modifica le regole sul diritto d’autore. Come annunciato, l’Italia ha votato contro assieme a Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda e Lussemburgo. Astenuti Slovenia, Estonia e Belgio. La Germania ha fatto mettere a verbale un suo protocollo in cui invita la Commissione, responsabile dell’attuazione, ad evitare filtri all’upload e censura.

    “Sono molto contento che abbiamo ottenuto un testo bilanciato, creando molte opportunità per il settore creativo europeo, che rifletterà meglio la nostra diversità culturale, e per gli utenti, la cui libertà di espressione su internet sarà consolidata. E’ una pietra miliare per lo sviluppo di un mercato unico digitale robusto e ben funzionante”, ha detto Valer Daniel Breaz, ministro rumeno della cultura e presidente di turno del Consiglio Ue.

    Tra le novità più importanti della riforma, viene data la possibilità (non l’obbligo) agli editori di stampa di negoziare accordi con le piattaforme per farsi pagare l’utilizzo dei loro contenuti. Gli introiti dovranno essere condivisi con i giornalisti. Viene riconosciuto il diritto a colmare il divario tra i ricavi che le grandi piattaforme commerciali fanno diffondendo contenuti protetti da copyright e la remunerazione offerta a musicisti, artisti o detentori dei diritti. Gli utenti non rischiano più sanzioni per aver caricato online materiale protetto da copyright non autorizzato, ma la responsabilità sarà delle grandi piattaforme come YouTube o Facebook.

    Non ci sono filtri ex-ante ma l’obbligo per le piattaforme di fare il “massimo sforzo” per non rendere disponibili i contenuti per cui non hanno i diritti. Obbligatori anche meccanismi rapidi di reclamo, gestiti da persone e non da algoritmi, per presentare ricorso contro un’ingiusta eliminazione di un contenuto. “Con l’accordo di oggi (15 aprile n.d.r) rendiamo le regole del copyright adatte all’era digitale. L’Europa avrà ora regole chiare che garantiscono equa remunerazione ai creatori, diritti per gli utenti e responsabilità per le piattaforme. La riforma era il pezzo mancante del completamento del mercato unico digitale”, ha detto il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker.

    “Abbiamo un testo bilanciato che fissa un precedente da seguire per il resto del mondo, mettendo cittadini e creatori al centro della riforma e introducendo regole chiare per le piattaforme online”, lo ha detto il presidente dell’associazione dei produttori di musica indipendente europea (Impala), Helen Smith, commentando la decisione. “La Ue ha dimostrato di essere un leader nel sostenere un internet equo, aperto e sostenibile”, ha aggiunto.

    “Ora che la riforma del copyright è stata adottata da tutte le istituzioni europee, facciamo appello agli stati membri perché la attuino rapidamente”, perché “non c’è tempo da perdere”. Così il presidente dell’Enpa Carlo Perrone dopo l’ok finale dei 28 alla nuova direttiva sul diritto d’autore. “Abbiamo bisogno urgente che il diritto degli editori migliori la posizione negoziale degli editori di stampa nel mondo digitale e li protegga dall’uso commerciale non autorizzato delle loro pubblicazioni”, ha sottolineato il numero uno dell’associazione degli editori di stampa europei. Il plauso all’approvazione definitiva della legislazione europea è arrivato anche dalle altre associazioni europee di editori Emma, Nme ed Epc.

     

  • Il Parlamento europeo approva tutele per i lavoratori a chiamata

    Con 466 sì, 145 no e 37 astenuti, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una serie di tutele per i lavoratori a chiamata, a voucher o tramite piattaforme digitali (come Uber, Foodora o Deliveroo che tanto scandalo hanno sollevato in Italia nei mesi scorsi), nonché per i tirocinanti e gli apprendisti retribuiti se lavorano in media almeno tre ore alla settimana e 12 ore su quattro settimane. La legge, già concordata con i ministri Ue, lascia 3 anni agli Stati dell’Unione per implementare le norme che garantiscono una serie di diritti. Le nuove norme assicureranno maggiore trasparenza da parte dei datori di lavoro, che dovranno entro sette giorni informare i loro impiegati degli aspetti essenziali del loro lavoro (descrizione delle mansioni, data di inizio, durata, retribuzione, etc.), e ribalteranno la situazione alquanto precaria in cui si sono trovati finora questi lavoratori concedendo innanzitutto un livello minimo di prevedibilità sugli orari ed i giorni di lavoro. Si darà loro poi la possibilità di rifiutare un qualsiasi incarico lavorativo al di fuori degli orari prestabiliti, senza incorrere in alcuna conseguenza, e di poter accettare un altro lavoro, laddove gli orari non combacino con quelli già stabiliti dal precedente contratto, senza incappare in eventuali sanzioni dai datori di lavoro. Infine, sono state regolate anche le parti inerenti i periodi di prova e formazione, con i primi che non potranno eccedere i 6 mesi, o comunque dovranno essere proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato, ed i secondi che dovranno essere forniti gratuitamente dal datore di lavoro ed inclusi all’interno dell’orario lavorativo. I lavoratori con contratti a chiamata o con forme analoghe di occupazione beneficeranno di un livello minimo di prevedibilità, come orari e giorni di riferimento predeterminati, la possibilità di rifiutare, senza conseguenze, un incarico al di fuori dell’orario prestabilito o essere compensati se l’incarico non è annullato in tempo. Non soltanto. I datori di lavoro non potranno sanzionare i lavoratori che vogliono accettare impieghi con altre imprese, se le nuove mansioni non rientrano nell’orario di lavoro stabilito. Nuove misure nazionali sono poi da stabilire, per prevenire le pratiche abusive, quali dei limiti allo scopo e alla durata del contratto. Inoltre, i periodi di prova non potranno essere superiori a sei mesi o proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato. Un contratto rinnovato per la stessa funzione non potrà essere definito quale periodo di prova. Infine, il datore di lavoro dovrà fornire gratuitamente una formazione che sarà inclusa nell’orario di lavoro. Quando possibile, tale formazione dovrà essere anche completata entro l’orario di lavoro.

    Il pacchetto di tutele varato in sede europea non si applica ai lavoratori autonomi.

  • Oltre 10mila Comuni iscritti al nuovo bando Ue per i fondi per le reti wi-fi

    Oltre 10mila comuni europei hanno inviato la propria candidatura per partecipare al secondo bando di Wifi4Eu, 4mila dei quali nei primi 10 secondi di apertura della call. Sono i primi numeri che raccontano il successo del secondo bando del progetto della Commissione europea che finanzia l’installazione del wifi gratuito negli spazi pubblici come musei e piazze. In palio ci sono 3.400 voucher da 15mila euro, per un totale di 51 milioni di euro. Il numero delle candidature ricevute nella finestra, dalle ore 13 del 4 aprile alle 17 del giorno successivo, messa a disposizione dalla Ue è stata quindi quasi il triplo dei buoni messi a disposizione.

    Ora toccherà all’Inea, l’Agenzia esecutiva per l’innovazione e le reti, fare i controlli necessari per validare le candidature ricevute, rispettando allo stesso tempo un criterio di bilanciamento fra i Paesi membri (dai 15 ai 510 voucher per nazione). I vincitori saranno scelti secondo il criterio ‘primo arrivato, primo servito’ (first-come, first-served) e annunciati nel mese di maggio. Nuovi bandi saranno pubblicati nel corso del 2019 e il 2020.

  • Brexit: nuova proroga al 31 ottobre

    L’Unione europea, dopo una riunione notturna di sette ore, ha accettato una nuova proroga della data d’uscita del RU, che è stata rinviata al 31 ottobre. E’ scongiurato, per ora, io spettro del drammatico no deal. Il Consiglio europeo straordinario ha dato anche via libera alla clausola di flessibilità, che prevede l’uscita immediatamente dopo l’eventuale approvazione dell’accordo di divorzio. Il Consiglio è stato diviso a lungo tra chi voleva un periodo di proroga breve (come Macron) e chi invece voleva un’estensione più lunga (come Merkel e Tusk). Il compromesso (“il miglior compromesso possibile” – ha detto Macron) è stato trovato sulla data del 31 ottobre, con l’impegno di rivedere la situazione a giugno, subito dopo le elezioni europee. Il 1° novembre entrerà in funzione la nuova Commissione e l’uscita prevista entro il 31 ottobre è stata scelta proprio per evitare che nella nuova Commissione possa entrare un rappresentante britannico. La May ha un compito duro da assolvere: trovare una soluzione con la maggioranza del Parlamento su un nuovo accordo prima delle elezioni, oppure partecipare alle elezioni e uscire prima della fine d’ottobre. Non è un compito facile, dopo le sbandate offerte fino ad ora dai parlamentari. Hanno sempre detto no ad ogni proposta, ma se il no continuerà, nessuno sarà in grado di evitare l’uscita no deal, paventata dai più. Anche in questo summit è stata preziosa l’attività della Merkel che ha saputo con convinzione e molta pazienza, condurre il Consiglio europeo all’accettazione di un compromesso tra la posizione rigida di Macron e la disponibilità di Juncker e di Tusk. Una non comune responsabilità pesa anche sulle spalle del leader dei Laburisti Jeremy Corbyn, che dovrebbe consentire la formazione di una maggioranza parlamentare per la definizione dell’accordo finale. Sono finiti i giochetti politicanti contro la May, tanto da parte dei suoi che degli oppositori. In gioco non c’è solo un governo, ma l’avvenire del Regno Unito, con o senza un accordo con l’UE. I britannici parteciperebbero alle elezioni europee, ma gli eurodeputati eletti si ritirerebbero al momento della Brexit. Se il Regno Unito decidesse di non partecipare al voto Ue, la Brexit scatterà il primo giugno.

    l problema delle elezioni può complicare le procedure, anche per questo la May, al termine del lungo Consiglio europeo, non ha escluso la possibilità di una fine anticipata del periodo transitorio se il parlamento inglese trovasse un accordo su una soluzione prima del 31 ottobre. “Non faccio finta che i prossimi giorni siano facili – ha detto la May – Abbiamo un dovere come politici: adempiere alla decisione democratica del referendum, portare a compimento la Brexit”. E’ l’ennesima volta che lo dice. Ci crede davvero. Ma la politica talvolta percorre strade che non portano direttamente al traguardo.

  • La Tav va: mentre l’Italia indugia, Bruxelles sostiene la Spagna

    Le tratte ferroviarie che collegano Valencia con Madrid e con Saragozza e da lì con Lisbona e Bilbao sono state dichiarate dall’Ue infrastrutture prioritarie nell’ambito del sistema di comunicazione terrestre europeo. Volti ad  aumentare la velocità degli scambi commerciali e la comunicazione fra Mediterraneo e Atlantico, i due progetti godranno, grazie al riconoscimento di un maggior impegno economico da parte di Bruxelles (l’impegno europeo può ora  essere incrementato da una quota del 30% ad una pari al 50% dei costi dell’intero progetto nella sessione di bilancio comunitario 2020-2027).

    I progetti rientrano nel programma di reti transeuropee che nelle ambizioni originarie dovrebbero fornire collegamenti veloci da Lisbona a Kiev e dalla Scandinavia alla Sicilia, lo stesso programma che include la tratta ad alta velocità tra Lione e Torino. Diversamente dal governo gialloverde italiano, le autorità regionali di Valencia si sono fortemente impegnate per ottenere il riconoscimento ricevuto ora da Bruxelles.

  • Questa sera summit europeo sulla Brexit

    Theresa May, la premier britannica, è stata ieri a Berlino e a Parigi, in preparazione del Consiglio europeo straordinario, la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo, che avrà luogo a Bruxelles questa sera, per decidere se concedere o meno una seconda proroga in meno di un mese, al fine di evitare che Londra sia costretta, venerdì prossimo, a uscire dall’UE senza un accordo. Dopo gli incontri si è fatta strada l’idea di una proroga lunga e flessibile che arrivi fino alla fine del 2019 o all’inizio del 2020. La decisione impone l’unanimità dei consensi; tutti i 27 governi dovranno trovarsi d’accordo. E se così non fosse? In questo caso il Regno Unito sarebbe costretto ad uscire dall’Unione europea senza un accordo (ipotesi no deal) alle ore 23 di venerdì 12 aprile. Si tratta però di un’ipotesi remota, che tra l’altro avrebbe la conseguenza di creare forte incertezza sui mercati e di danneggiare gravemente vari Paesi europei, primo fra tutti l’Irlanda. Non a caso il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha dichiarato sabato scorso che un Paese UE che ponesse il veto su una proroga di Brexit “non sarebbe mai perdonato” dal governo e dai cittadini irlandesi. Nell’ipotesi in cui si vada invece nella direzione di una proroga, il problema sarebbe quello della sua durata: proroga breve o proroga lunga? Nel primo caso la proroga arriverebbe fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee che si dovrebbero tenere nel Regno Unito, o al massimo, fino al 30 giugno, poiché il 2 luglio il Parlamento europeo eletto terrà la sua prima seduta. Una minoranza di Paesi UE, tuttavia, sembra favorevole a una proroga breve, con il rischio di convocare ripetutamente dei Consigli straordinari per dei rinvii di breve durata, essendo evidente che la May avrebbe grosse difficoltà a trovare un accordo con i laburisti per avere una maggioranza in seno al Parlamento in meno di tre mesi. Tanto più che per Bruxelles l’accordo sottoscritto a fine 2018 non può essere rimesso in discussione. Il compromesso tra conservatori e laburisti, dunque, dovrebbe riguardare soltanto la dichiarazione politica che regola i futuri rapporti tra Londra e Bruxelles. Pare perciò che il Regno Unito sia costretto a rimanere nell’UE a pieno titolo ancora per un periodo di tempo significativo. Da ciò l’ipotesi di una proroga lunga, che richiederebbe però la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Ma quale impatto la partecipazione britannica alle elezioni di fine maggio potrebbe avere sugli equilibri politici del prossimo Parlamento europeo? Il rafforzamento dei gruppi politici euroscettici potrebbe disturbare la formazione di una grande coalizione che potrebbe comprendere i popolari, i socialdemocratici, i liberali dell’Alde e i deputati del partito di Macron, che però non hanno ancora deciso. La presenza dei deputati del RU inciderebbe senza dubbio sull’equilibrio previsto dei gruppi politici e ridurrebbe ulteriormente la già frammentata maggioranza europeista. In più, inciderebbe sugli equilibri interni ai due più grandi schieramenti, quello europeista e quello euroscettico. Nel primo aumenterebbero i socialdemocratici con la presenza dei laburisti, mentre i popolari ridurrebbero percentualmente i loro seggi, dal momento che i conservatori britannici non appartengono al PPE. Nel secondo, il gruppo ECR risulterebbe il più grande avendo con sé i conservatori britannici. Che diranno quelli della Lega e del Movimento 5 stelle, che potrebbero essere svantaggiati percentualmente dalla presenza dei conservatori?  Una proroga lunga potrebbe dunque scontentare molti, ma sembra che la maggioranza del Consiglio vi sia favorevole. Come andrà a finire questa sera lo sapremo durante la notte, che dovrebbe portare buon consiglio, con la lettera minuscola. Speriamo che anche quello con la lettera maiuscola sia saggio e ragionevole.

  • Brexit: un altro passo avanti ma non definitivo

    E’ accaduto tra la notte di mercoledì e giovedì, durante una lunga votazione alla Camera dei Comuni, che si è espressa contro un’uscita dura del Regno Unito dall’Unione europea, cioè contro un’uscita no deal, vale a dire senza accordo. Uno stop al no deal era già stato votato altre volte, ma il voto era soltanto indicativo. Ora invece si tratta di una legge vincolante, approvata con un solo voto di maggioranza (313 a 312) ed ottenuta con un appoggio trasversale. Questa legge, che deve passare anche alla Camera dei Lord, impone alla premier Theresa May di chiedere un altro rinvio all’UE, nel caso in cui il 12 aprile si prospettasse l’incubo del no deal. E questo incubo diventerebbe reale se prima del Consiglio europeo straordinario del 10 aprile non si raggiungesse un accordo. Il nuovo rinvio, tuttavia, sarà accettato dall’UE solo in cambio di un’estensione lunga (almeno 9 mesi come ha fatto capire il presidente della Commissione Juncker) che preveda per il Regno Unito nuove elezioni generali o un secondo referendum sulla Brexit, oltre alle sempre più probabili elezioni europee di fine maggio. Con il voto di ieri notte e le prospettive che ne scaturiscono i fautori della Brexit sono ridotti in un angolo, con poche possibilità di risalire la china e di imporre le loro vedute. A meno che il Consiglio europeo non accetti la nuova proposta di rinvio, aprendo le porte alla sola soluzione no deal. E’ uno scenario che ci sembra irrealistico, ma in politica … mai dire mai! Il no deal, auspicato dai Brexiters, è temuto invece da tanti altri personaggi britannici. Tra questi, ancora ieri, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, aveva dichiarato che il rischio no deal era ancora molto alto e che sarebbe stato impossibile riuscire a controllarne le conseguenze. Con il nuovo voto questo rischio è scomparso e lo scenario è cambiato radicalmente, poiché acquistano importanza i negoziati bipartisan iniziati ieri con un colloquio tra i due leader della maggioranza e dell’opposizione.  May e Corbyn si sono detti soddisfatti del primo incontro, anche se il leader laburista ha aggiunto che è stato inconcludente. Il che vuol dire che le distanze tra i due sono ancora notevoli e che quindi non c’è da essere ottimisti sulla brevità dei negoziati stessi e sulla condivisione dei risultati. Del contenuto del negoziato non è filtrato nulla, ma gli orientamenti per una eventuale intesa potrebbero essere quelli già dichiarati pubblicamente nel dibattito parlamentare di queste due ultime settimane: l’unione doganale citata da Corbyn e l’allineamento al mercato unico come vuole il Labour; no, invece, come vuole la May, alla libera circolazione delle persone e a un secondo referendum. Questo auspicato accordo bipartisan, ammesso che si realizzi, sembra la via d’uscita più concreta per attuare una Brexit ordinata.  Il governo non ha accolto con favore il risultato del voto di ieri notte, perché, essendo vincolante, limiterebbe la sua capacità di negoziare l’estensione prima del 12 aprile. Ma i più delusi sono i Brexiters, che hanno parlato di scandalo costituzionale. Le tensioni sono ancora molte, i ripicchi non si faranno attendere, ma aver fissato un punto fermo legale e vincolante ci sembra un passaggio dal quale non si può più recedere, a meno che, come dicevamo senza crederci, sia l’Europa ora a rifiutare una nuova estensione. Da Bruxelles intanto fanno sapere che lavoreranno sino all’ultimo minuto per evitare il no deal. Che sia la volta buona?

  • La Commissione adotta un pacchetto di investimenti da 4 miliardi di euro per progetti infrastrutturali in 10 Stati membri

    La politica di coesione dell’UE investe 4 miliardi di euro di fondi UE in 25 grandi progetti infrastrutturali in 10 Stati membri. Il pacchetto di investimenti interessa Bulgaria, Cechia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Malta, Polonia, Portogallo e Romania con progetti che riguardano un’ampia gamma di settori: salute, trasporti, ricerca, ambiente ed energia. L’investimento complessivo in questi progetti, contando anche il cofinanziamento nazionale, è pari a 8 miliardi di euro.

    Questi i progetti finanziati:

    Bulgaria – energia più sicura e a prezzi accessibili, Cechia – collegamenti stradali e ferroviari più agevoli sulla rete transeuropea di trasporto, Germania – un moderno polo di ricerca a Jena, Grecia – servizi pubblici efficienti nel paese ed energia a prezzi accessibili a Creta, Ungheria – migliore connettività, minore congestione del traffico e maggiore sicurezza dei trasporti intorno a Budapest, Italia – miglioramento del trasporto ferroviario in Sicilia (contributo di oltre 358 milioni di € di fondi UE destinato all’ampliamento della linea ferroviaria Circumetnea operativa a Catania, con otto nuove stazioni e nuovo materiale rotabile), Malta – acqua potabile di migliore qualità, Polonia – migliore assistenza sanitaria e maggiore connettività, interventi nel trasporto ferroviario su strada, Portogallo – ammodernamento della linea ferroviaria del Nord, Romania – trasporti più agevoli a Bucarest, tutela ambientale e gestione delle risorse idriche nel paese.

    I “grandi progetti” infrastrutturali ricevono oltre 50 milioni di € dai fondi della politica di coesione (75 milioni di € nel caso di progetti nel settore dei trasporti). Si tratta di progetti che, in ragione della loro portata, sono soggetti a una valutazione e decisione specifica della Commissione. Nel periodo di programmazione 2014-2020 sono stati finanziati con fondi UE 258 grandi progetti. Il contributo dell’UE a tali progetti è pari a 32 miliardi di €, pari alla metà del loro valore totale.

  • “New deal” per i consumatori: Commissione europea e Consiglio accolgono con favore l’accordo provvisorio sul rafforzamento delle norme UE a tutela dei consumatori

    Raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio un accordo provvisorio su un rafforzamento e una migliore applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori.

    Questi i principali miglioramenti: maggiore trasparenza per i consumatori che effettuano acquisti online, sanzioni efficaci e norme chiare per contrastare il problema del doppio standard qualitativo dei prodotti nell’UE. Le nuove norme sono state proposte dalla Commissione europea nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito del “new deal” per i consumatori. Le misure adottate apporteranno benefici tangibili per i consumatori.

    Nel dettaglio: saranno introdotte sanzioni efficaci per le violazioni del diritto del consumo dell’UE, cioè  le autorità nazionali di tutela dei consumatori potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive in modo coordinato. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri e che sono soggette a un’esecuzione coordinata a livello UE, la sanzione massima applicabile in ciascuno Stato membro sarà pari a non meno del 4% del volume d’affari annuo del professionista.  Saranno contrastate le differenze di qualità nei beni di consumo,  nel senso che le nuove regole qualificano come pratica ingannevole la commercializzazione di un prodotto come identico a uno stesso prodotto in altri Stati membri, se tali beni presentano in realtà, ingiustificatamente, composizioni o caratteristiche molto diverse.

    I diritti dei consumatori online sanno rafforzati e perciò, in caso di acquisti online, ai consumatori dovrà essere chiaramente comunicato se stanno comprando prodotti o servizi da un professionista o da un privato, in modo da sapere di quale tutela godono in caso di problemi. In caso di ricerche online, ai consumatori sarà chiaramente comunicato se il risultato della ricerca è sponsorizzato da un professionista. I consumatori saranno inoltre informati in merito ai principali parametri che determinano la classificazione dei risultati della ricerca.

    L’accordo provvisorio deve ora essere adottato formalmente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

  • Per la Brexit ancora pazienza

    La scadenza del 12 aprile, data fissata dalla prima proroga per evitare le elezioni di fine maggio, si avvicina rapidamente e porta con sé l’incubo dell’uscita no deal, cioè senza accordo, del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma la May si dà da fare e non perde un attimo senza pensare all’uscita che si deve fare. Lo ha ripetuto anche ieri, dopo una riunione del Consiglio del ministri durata sette ore. “Il mio obiettivo – ha ribadito nel corso di una conferenza stampa – è far uscire il Regno Unito dall’Unione europea in modo ordinato – La Brexit si deve fare”. Già, ma come? – Dopo tutti i tentativi andati a vuoto in queste ultime settimane. Il margine delle possibilità si riduce sempre di più. Oggi la May avrà un’altra riunione del Consiglio dei Ministri per tentare ogni via d’uscita dall’impasse in cui il parlamento ha cacciato la Brexit, oltre che il governo tutto intero. Un’ipotesi da tentare sarebbe la richiesta di una proroga limitata nel tempo e la collaborazione del leader laburista Jeremy Corbyn. Per proporre che cosa di nuovo all’Unione Europea? La permanenza nell’Unione doganale? Un secondo referendum? Ma non sono tutte ipotesi già valutate e respinte più di una volta dal parlamento? Indifferente alle richieste delle sue dimissioni, la May probabilmente vorrà riportare in parlamento il suo piano. Il ministro per la Brexit, Stephen Barclay, ha dichiarato che la Camera potrebbe ancora approvare il piano May in questa settimana. Giovedì 4 aprile sarebbe la data più probabile per una nuova votazione sul testo. Il 10 aprile, mercoledì prossimo, il Consiglio europeo straordinario valuterà una possibile richiesta di un ulteriore rinvio della Brexit, che potrebbe essere concesso solo se si troverà un accordo su una prospettiva che sia chiara, nel caso di nuove elezioni, ad esempio, o di un secondo referendum. “Se ci sarà una maggioranza sostenibile del Parlamento sull’accordo di ritiro entro il 12 aprile, allora la UE è pronta ad accettare una proroga di Brexit. Se la Camera dei Comuni non si pronuncerà, nessuna proroga breve sarà possibile, perché questo minaccia il buon funzionamento dell’Unione e le stesse elezioni europee”. Questa la risposta del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, data ieri al Parlamento europeo, alla proposta della premier britannica di ieri dopo la riunione del Consiglio dei Ministri. Oggi la May dovrebbe incontrare Corbyn, che nel corso del question time alla Camera dei Comuni ha giudicato come benvenuta la volontà della May di scendere a compromessi. Sarà possibile dunque un accordo trasversale per una Brexit meno dura? Il ministro Barclay, un brexiteer pragmatico, ha aggiunto che l’obiettivo è ora un compromesso che possa permettere al RU di uscire dall’UE il 22 maggio e che la richiesta di ulteriore rinvio sarà presentata a Bruxelles la settimana prossima, dopo i colloqui May-Corbyn ed eventuali nuovi voti indicativi ai Comuni. Il ministro ha poi precisato cha la premier non pone precondizioni sulle richieste chiave di Corbyn (unione doganale e rispetto degli standard europei sui diritti dei lavoratori), ma ha ribadito d’essere personalmente contrario a un secondo referendum confermativo sulla possibile intesa. Oggi la May dovrebbe anche incontrare la leader scozzese Nicola Sturgeon, disponibile a recarsi immediatamente a Londra. Il Partito Nazionale Scozzese ha costantemente cercato un accordo trasversale per mettere fine al caos della Brexit, appoggiando anche l’dea di un secondo refrendum. Il ministro degli Esteri irlandese, Simon Coveney, intervenendo a sostegno della May, ha detto che l’Irlanda sosterrà la probabile richiesta della May di una proroga breve della Brexit al vertice del Consiglio europeo del 10 aprile. Tutto è ancora in alto mare, dunque, ma almeno ci sono “svolte” che fanno bene sperare e che potrebbero rimediare all’incapacità del parlamento di darsi una maggioranza su qualsiasi soluzione. Il suo narcisismo politico non ha dato frutti e ha messo in forse la sua credibilità. La “testardaggine” della May invece potrebbe – ce lo auguriamo – risolvere la questione Brexit senza i danni paventati e con accordi ragionevoli.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.