UE

  • Turkey could go to the polls, making Erdogan even stronger

    Turkish President Recep Tayyip Erdogan said on Tuesday that he is considering snap elections, originally proposed by his far-right political ally, Devlet Bahceli.

    If Turkey did go to the polls, a possible date for elections is August 26. This would prevent new political parties from being eligible to run and, after the elections, the President would find himself significantly empowered. Following the April 2017 constitutional referendum, Turkey’s next President will be the strongest leader among NATO member states. The new Constitution eliminates the office of the Prime Minister and diminishes the role of the Parliament. The President will have a wide scope for ruling by Presidential Decree, without any parliamentary check to his authority. Moreover, the President will be able to appoint 12 out the 15-member Constitutional tribunal.

    In recent months Erdogan denounced calls for early elections, citing economic instability. On Tuesday he indicated he was open to the prospect of early polls, as he was due to meet with his political ally, Bahceli, on Wednesday.

    Government spokesman Bekir Bozdag told the press on Tuesday that snap elections may be authorized by the ruling AKP party, which suggests a calculated political move. Bozdag also told the press that the EU has not treated Turkey fairly, as the latest progress report indicates that Ankara is drifting away from any prospect of membership; Commissioner Johannes Hahn said on Tuesday that Turkey was taking “strides away” from Brussels as it moves towards authoritarianism. The question now is whether the electoral result is open to surprises, given rising and unemployment, a slowdown in the economy, a meltdown of the lira’s exchange rate, and an ever-widening trade deficit. Turning the problem on its head, Economy Minister Nihat Zeybekci called for the introduction of the new Presidential system, as a strong executive would project economic “predictability and sustainability,” al-Monitor reports.

    A rather mute question is whether there is a candidate that could actually challenge Erdogan. Abdullah Gul appears to be a formidable challenger, if he decides to run, as he is seen as the architect of AKP’s early economic success, has conservative Islamist credentials, and is pro-EU. Theoretically, he could draw from both liberal and conservative pools of support. Although He does not have his own party, but could run with the smaller Islamist party, Saadet.

     

  • Il Parlamento Europeo può salvare la democrazia europea. Lo farà?

    Il 2 maggio prossimo, la Commissione avvierà le proposte formali per il quadro finanziario pluriennale (QFP), che modellerà l’Europa verso l’orizzonte 2030. Queste proposte arriveranno dopo una lunga preparazione in seno alla Commissione ma anche negli Stati membri. Il QFP non è un semplice rinnovo, ma è la prima risposta concreta dei 27 EUR alla crisi del progetto europeo e alle nuove sfide transnazionali.

    C’è il rischio che la narrativa europea presenti questa crisi come uno delle tante con la convinzione che l’Europa troverà, magari, anche le risorse per fare un passo avanti. Ma questa volta è diverso, la crisi non è una crisi degli ambienti diplomatici o delle élite, ma ha investito i cittadini e l’opinione pubblica. La decisione sul QFP post 2020 è un’occasione unica per rilanciare il progetto europeo. In attesa delle proposte, due considerazioni:

    • Il fallimento parziale dell’iniziativa ‘Bilancio focalizzato sui risultati”. Nonostante più di 700 indicatori delle politiche dell’UE non si è presa praticamente alcuna decisione politica, per modificare la legislazione in presenza di risultati modesti. In effetti l’autorità legislativa e di bilancio considera questo esercizio come burocratico e tecnocratico, senza assumerne la titolarità politica. La Commissione dovrebbe trovare il modo di coinvolgere, di più e meglio, l’autorità legislativa e di bilancio in questo processo e concentrarsi su politiche con più valore aggiunto europeo.
    • Il secondo punto riguarda il calendario di approvazione del nuovo QFP; La Commissione ha annunciato che è essenziale che il Consiglio europeo adotti le proposte prima della fine del 2018 e che il Parlamento europeo concluda la procedura prima della sua elezione. Questo calendario, se accettato dal Parlamento europeo, ignorerà la necessità di coinvolgere i cittadini europei nel progetto europeo. L’opportunità di presentare all’opinione pubblica le prossime elezioni europee su un modello diverso d’Europa andrà persa.

    La riforma dell’UE verso il 2030, non dovrebbe essere il risultato di un oscuro negoziato tra diplomatici, approvato in extremis da un Parlamento distratto dalle elezioni. Sarebbe l’eccellente opportunità per centrare il dibattito elettorale su temi europei. Sulle scelte di politica europee i partiti hanno necessariamente opinioni diverse le dovranno esprimere e coinvolgere l’opinione pubblica in questo dibattito. I cittadini cosi avranno la prova concreta che il loro voto per il Parlamento influenzerà le scelte politiche dell’Europa 2030.

    Per concludere, i partiti politici europei non dovrebbero perdere l’opportunità di costruire i loro progetti europei sulle priorità per il QFP oltre il 2020. Un dibattito elettorale per lo Spitzenkandidaten e le elezioni europee su diversi approcci tra i gruppi convincerà i cittadini europei ad assumere responsabilità e influenzare il corso del progetto europeo. Il prossimo QFP dovrebbe rilanciare la democrazia europea.

    Il Parlamento europeo sarà pronto a dire subito chiaramente che non è disponibile a impegnare nelle ultime settimane della legislatura in prossimi 7/10 anni di politica europea, costringendo il Parlamento della prossima legislatura a non partecipare ad alcuna decisione strategica importante.

    *Professore Collegio Europeo di Parma, Fellow all’Istituto Universitario Europeo

    Twitter @Alfredo231; http://alfredodefeo.blogactiv.eu/author/alfredo-de-feo/

     

     

  • Maggior chiarezza sull’origine degli ingredienti dei prodotti alimentari

    I Paesi membri dell’Ue, inclusa l’Italia, hanno approvato a larga maggioranza, con le sole astensioni di Germania e Lussemburgo, il regolamento esecutivo sull’indicazione in etichetta dell’origine dell’ingrediente principale degli alimenti, come il grano per la pasta o il latte. Le norme specificano le modalità con cui i produttori saranno obbligati a fornire informazioni sull’origine in etichetta quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato o anche semplicemente evocato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Il regolamento lascia molta flessibilità sulla portata geografica del riferimento all’origine (da ‘Ue / non Ue’, fino all’indicazione del paese o della regione), non si applica ai prodotti Dop, Igp e Stg, né quelli a marchio registrato. Il regolamento entrerà in vigore dopo tre giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ue e si applicherà dall’aprile 2020. Resta da valutare l’impatto che l’approvazione avrà sui decreti sull’origine degli alimenti già in vigore in alcuni paesi Ue, come Francia e Italia.

  • L’Ue vuole chiudere la Brexit per ottobre, l’Italia rischia fondi per 40 miliardi

    “Dobbiamo chiudere entro ottobre per lasciar spazio alle ratifiche”, ha dichiarato in merito alla Brexit il capo negoziatore per l’Unione europea Michel Barnier, lasciando al Regno Unito un anno di tempo per cambiare idea sull’uscita dalla Ue. Governance del futuro accordo, ricerca di una soluzione operativa sull’Irlanda e protezione delle indicazioni geografiche dei prodotti i punti più caldi ancora da discutere, riguardo le relazioni future il dialogo sarà centrato su quattro pilastri: accordo commerciale, cooperazione su materie specifiche come aviazione e università, cooperazione giudiziaria e di polizia e difesa e sicurezza.

    Nel frattempo il confronto fra i 27 Stati dell’Unione europea sul bilancio pluriennale per il dopo Brexit si annuncia più complesso del previsto. Per l’Italia c’è in ballo la possibilità di mantenere o meno oltre 40 miliardi di fondi strutturali, a rischio a causa del vuoto da 10 – 15 miliardi l’anno che l’uscita di Londra dall’Unione europea comporterà. Dal 2021 per trovare le risorse per far fronte alle nuove sfide, in primis migrazioni, difesa e sicurezza, potrebbero scattare tagli che metteranno a rischio anche i 40 miliardi che ora spettano all’Italia. In sostanza, per lasciare inalterate le politiche di coesione e i fondi europei destinati all’agricoltura sarà indispensabile aumentare i contributi nazionali (o trovare nuove risorse comuni se i soldi del bilancio non aumenteranno).  A maggio la Commissione presenterà le sue proposte, ma intanto il governo italiano ha fatto sapere che “alla coesione, nonostante la Brexit, vanno garantite risorse consistenti, adeguate a coinvolgere tutte le Regioni europee, perché in tutte vi sono aree a ritardo di sviluppo, seppur in misura naturalmente differenziata”. L’esecutivo italiano è favorevole a rinnovare il sistema delle condizionalità ex ante da soddisfare per poter utilizzare i fondi ma vede con favore l’idea di “una condizionalità generale legata al rispetto della solidarietà intraeuropea in materia di gestione dei flussi migratori: il bilancio europeo è espressione della solidarietà tra gli Stati membri, non può essere utilizzato da chi si sottrae agli obblighi di solidarietà”.

  • La Commissione europea vuole disciplinare ulteriormente la filiera agroalimentare

    La Commissione europea ha predisposto misure, ora al vaglio di Parlamento e Consiglio europeo, per combattere le pratiche commerciali sleali più dannose nella filiera alimentare per agricoltori e piccole e medie imprese, vulnerabili di fronte ai partner nella filiera perché spesso non dispongono di potere contrattuale né di alternative per far arrivare i loro prodotti ai consumatori.

    Le pratiche commerciali sleali che la Commissione intende vietare sono i pagamenti tardivi per i prodotti alimentari deperibili, la cancellazione degli ordini all’ultimo minuto, le modifiche unilaterali o retroattive ai contratti e l’obbligo imposto al fornitore di pagare per gli sprechi. Altre pratiche saranno autorizzate solo se soggette a un accordo iniziale tra le parti chiaro e privo di ambiguità: l’acquirente restituisce a un fornitore i prodotti alimentari invenduti; l’acquirente impone al fornitore un pagamento per garantire o mantenere un accordo di fornitura relativo a prodotti alimentari; il fornitore è tenuto a sostenere i costi legati alla promozione o al marketing dei prodotti alimentari venduti dall’acquirente. La proposta della Commissione impone agli Stati membri di designare un’autorità pubblica responsabile di garantire l’applicazione delle nuove norme. In caso di accertata violazione, l’organo responsabile sarà competente per imporre una sanzione proporzionata e dissuasiva. Tale autorità avrà la facoltà di avviare indagini di propria iniziativa o a seguito di una denuncia. In tal caso, le parti che presentano la denuncia sono autorizzate a richiedere la riservatezza e l’anonimato al fine di proteggere la loro posizione nei confronti del partner commerciale. La Commissione istituirà un meccanismo di coordinamento fra le autorità incaricate di garantire l’applicazione delle norme per consentire lo scambio di migliori prassi. Si tratta di misure che integrano quelle esistenti negli Stati membri e il codice di condotta volontario della Supply Chain Initiative, rispetto alle quali gli Stati membri possono adottare ulteriori misure ritenute utili.

    L’iniziativa fa seguito ai riferimenti alla filiera alimentare nei discorsi del presidente Juncker sullo stato dell’Unione del 2015 e del 2016 ed è una risposta politica alla risoluzione del Parlamento europeo adottata nel giugno 2016, che invita la Commissione europea a presentare una proposta relativa a un quadro dell’Ue per quanto riguarda le pratiche commerciali sleali. Inoltre, nel dicembre 2016, il Consiglio ha esortato la Commissione a effettuare una valutazione d’impatto al fine di proporre un quadro normativo dell’Ue o altre misure non legislative volte a combattere le pratiche commerciali sleali.

    “Nella filiera alimentare vi sono squilibri nel potere contrattuale. Con questa proposta la Commissione intende combattere con fermezza le pratiche commerciali sleali, che compromettono la vitalità economica degli operatori. Stabilendo standard minimi e rafforzando l’attuazione delle norme, la proposta dovrebbe consentire agli operatori di competere su un piano di parità, contribuendo così all’efficienza complessiva della filiera. Si tratta di una chiara affermazione della volontà di rendere più eque le pratiche commerciali” ha commentato Jyrki Katainen, vicepresidente e commissario responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività. Phil Hogan, commissario per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale, ha dichiarato: “Qualsiasi catena è forte solo quanto il suo anello più debole: per essere equa una filiera alimentare deve essere efficiente ed efficace. La proposta presentata oggi intende essenzialmente garantire l’equità, dando voce a coloro che non he hanno, a coloro che senza averne colpa si trovano a subire una posizione negoziale più debole. L’iniziativa odierna volta a vietare le pratiche commerciali sleali mira a rafforzare la posizione dei produttori e delle PMI nella filiera alimentare. L’iniziativa intende inoltre garantire una solida ed efficace applicazione delle norme. Intendiamo eliminare il «fattore paura» dalla filiera alimentare grazie a una procedura di denuncia riservata”.

  • Bombe sull’Europa

    Non c’è niente di peggio per discreditare l’idea europea nel cuore e nelle teste dei cittadini che condurre una campagna elettorale in suo nome e poi, arrivati al governo, fare il contrario. È già successo con politica industriale, immigrazione, Libia. Ora con la Siria. Nemmeno si tenta una posizione comune e si va in ordine sparso a bombardare in Siria. Senza discuterne prima in Consiglio di Sicurezza, senza che sia iniziato il lavoro degli ispettori, a fianco di un presidente americano così poco affidabile e così sprezzante verso l’Europa, col sospetto di usare i nuovi missili soprattutto per poterne mostrare l’efficacia nel mercato internazionale delle armi, ingraziandosi i sauditi che sono ottimi clienti di forniture militari, esasperando i rapporti con una Russia che con le buone e purtroppo anche con le cattive ha certamente combattuto contro i tagliagole più degli americani e dei turchi e delle loro ambiguità.
    Che scelte così avventate siano opera di chi dell’Europa si vorrebbe paladino, è un pessimo servizio alla credibilità dell’Unione Europea – un disastro su cui nessun federalista e nessuna forza europeista dovrebbe tacere.

    Pochi giorni fa sull’Huffington Post ho ribadito che l’Europa deve essere capace di operazioni militari comuni nella lotta contro il terrorismo. È l’esatto contrario di quanto sta accadendo adesso – tra protagonismi e divisioni, i dettati di legalità internazionale ignorati, l’Italia col solito ‘volemose tutti bene’ (bombe no, basi logistiche sì), e la Francia accanto a quella Londra che con Blair parlò di armi chimiche in Iraq (che non c’erano) e il cui impegno nell’Europa oggi si chiama “Brexit”.

    In Siria – tra fondamentalisti troppo a lungo fiancheggiati da chi oggi si frega le mani per i bombardamenti, dittatori, armi chimiche e sbagli di tutti – si sta certamente peggio. Ma in Europa, in quanto a coerenza e visione, non ci siamo ancora messi in marcia.

  • Tutela normativa: da opportunità a vincolo

    Può sembrare incredibile come la tutela o perlomeno la presunta tutela spacciata dalla compagine governativa possa trasformarsi da strumento valorizzatore della filiera del made in Italy in vincolo e fattore anticompetitivo. Probabilmente o, meglio, purtroppo il governo spinto da una voglia e da una smania di dimostrare la propria attività dopo il disastro del semestre di presidenza dell’Unione Europea ha varato queste nuove normative relative alla filiera nel settore della pasta e del riso (che imporrebbe l’utilizzo di solo grano italiano per ottenere made in Italy) e quasi contemporaneamente ha  imposto l’aumento della percentuale di arancia nelle produzioni delle aranciate industriali.

    Paradossale poiché questa iniziativa relativa anche al riso risulti successiva alla decisione di togliere i dazi all’importazione di riso vietnamita esponendo in questo modo l’intero settore della risicoltura italiana a prodotti espressione di dumping economico, igienico, sociale e normativo. Dimenticando, anzi, peggio, omettendo come la materia relativa alla disciplina del made in risulti di competenza esclusiva dell’Unione europea e che, di conseguenza, ogni normativa all’interno del singolo Stato possa essere ritenuta valida solo per le aziende nazionali.

    Viceversa, gli operatori internazionali possono bellamente bypassare questa nuova normativa trasformando così l’iperattivismo normativo (vecchia problematica della politica italiana con 250.000 leggi) in un ulteriore fattore anticompetitivo per le aziende nazionali. Forse il governo, in pieno delirio normativo, era convinto che valesse il principio della sussidiarietà tanto caro alle compagini autonomiste ma assolutamente  non contemplato nella attribuzione delle competenze legislative nell’Unione europea.

    Per inquadrare la paradossale situazione normativa aiuta infatti rimarcare come la titolarità e la potestà legislativa relativa al made in risulti di attribuzione dell’Unione europea e non dei singoli stati. Quindi ogni iniziativa normativa in materia deve presentare un respiro ed una valenza europea.

    Logica conseguenza di queste divisioni delle potestà legislative tra singoli stati ed Unione Europea è che ogni imposizione normativa che venga attuata sul territorio italiano in relazione alla tutela, o presunta tale, dei prodotti risulti valevole solo ed esclusivamente per le aziende che operano nel territorio italiano non certo per le imprese industriali estere che esportano i propri prodotti nel mercato italiano. In questo contesto, e dimostrando una grande intelligenza, il pastificio De Cecco ha avviato una campagna di sensibilizzazione relativa al proprio prodotto indicando i luoghi di provenienza del grano (Italia Francia Australia Arizona Usa) al fine di valorizzare il processo di trasformazione italiano che rende la pasta italiana unica al mondo. Mediando il principio dello Swiss Made, che tutela la produzione del famoso cioccolato senza possedere la Svizzera all’interno del proprio territorio un unico campo coltivato a cacao e tutelando perciò il processo di trasformazione come vero valore aggiunto.

    Tale mancanza di sussidiarietà normativa fa emergere ancora una volta l’assoluta incompetenza sia dei vari ministri che hanno varato queste nuove norme quanto degli economisti ed accademici che non hanno compreso il valore disastroso di questa iniziativa legislativa al solo fine di spacciarla come un’azione di tutela e quindi semplicemente mediatica. Un iperattivismo normativo e comunicativo che ha avuto come unico risultato quello di favorire i prodotti di importazione che arrivano dall’Unione Europea che godono di un vantaggio competitivo rispetto alle aziende italiane le quali invece a queste norme risultano sottoposte.

    In più, entro la fine dell’anno, dovrebbe entrare in vigore una nuova normativa relativa all’etichettatura dei prodotti obbligando le aziende a cambiare ulteriormente il proprio packaging e la dichiarazione dei prodotti. Ancora una volta viene spacciata un’iniziativa normativa a favore  delle nostre aziende e soprattutto a tutela dell’intera filiera nazionale che interviene nella realizzazione del prodotto finito, espressione della cultura italiana intesa come sintesi felice di know how industriale, capacità professionali e creatività. Un’iniziativa che viceversa si rivela come ulteriore fattore anticompetitivo legato ad una profonda incompetenza di chi l’ha pensata e trasformata in normativa, riuscendo in una follia tutta nostrana come sintesi ed espressione della nostra cultura politica ed economica che riesce nell’arduo compito di trasformare un un’opportunità come la tutela made in Italy in vincolo.

    Una contraddizione tra intenzione ed effetto reale che dimostra l’esistenza di una classe politica assolutamente incapace anche solo di conoscere le reali esigenze delle aziende che operano nel made in Italy reale ma anche le singole competenze ed attribuzioni normative tra l’Italia e l’Unione Europea.

  • Parigi proroga la sospensione di Schengen, altri Paesi pronti a seguirla

    A fronte dei flussi in ingresso nella Ue, Parigi ha notificato all’Unione un prolungamento di altri 6 mesi dei controlli alle frontiere interne all’area Schengen, motivato dal rischio terroristico che la Francia sembra faticare più di altri ad affrontare (come evidenzia anche il recente episodio di Carcassone). I controlli, che sarebbero scaduti a fine aprile, resteranno in vigore fino a ottobre. Nessuna notifica è invece ancora arrivata da Berlino e Vienna, ma le due cancellerie hanno espresso analoga intenzione. Per Austria e Germania la scadenza dei controlli ad alcune delle frontiere interne è prevista per maggio. La Francia, il Paese dell’Unione più colpito dagli attacchi dell’Isis, ha in vigore controlli, a tutti i suoi confini, dal novembre 2015 Germania, Austria, Danimarca e Norvegia hanno ripristinato i check ad alcune delle proprie frontiere, con la crisi migratoria dei Balcani occidentali del 2015.

    Mentre gli Stati si muovono, si attendono passi avanti sulla proposta della Commissione europea, presentata ad ottobre, che consente controlli alle frontiere interne fino a 3 anni, per far fronte alla minaccia terroristica, attraverso una modifica del Codice Schengen. Una proposta spinta da Francia, Germania, Austria, Danimarca e Norvegia, che nel settembre scorso avevano scritto a Bruxelles per chiedere nuovi margini legali per andare avanti nel presidio dei propri confini. Nei mesi scorsi il governo di Roma aveva collegato la modifica al Codice Schengen con quella del Regolamento di Dublino, per evitare di lasciare tutto il peso sulle spalle dei Paesi di primo ingresso delle migrazioni.

  • Italia Paese dell’Unione più generoso nel concedere la cittadinanza

    Quasi un milione di persone ha ottenuto la cittadinanza in uno dei Paesi membri dell’Ue nel 2016, con dati in crescita rispetto agli anni precedenti (841mila nel 2015; e 889mila nel 2014). In termini assoluti, con l’ok a 201.591 cittadinanze l’Italia è al primo posto in Europa; seguita da Spagna, 150.944; e Regno Unito, 149.372. Dei 201.591 nuovi cittadini italiani, i principali beneficiari sono albanesi (18,3%), marocchini (17,5%) e romeni (6,4%). Lo comunica Eurostat.

    In particolare, l’Italia, che ha accordato il 13% di cittadinanze in più rispetto al 2015, ha naturalizzato il 34,8% dei 101.300 marocchini che hanno ottenuto cittadinanza in Ue; il 54,7% dei 67.500 albanesi; il 43,6% dei 29.700 romeni; il 54,9% dei 15.400 provenienti dal Bangladesh; il 44,9% degli 11.300 senegalesi; e il 40,7% dei ghanesi. Delle 995mila persone che hanno acquisito una nuova cittadinanza in uno dei Paesi dell’Unione solo il 12% proveniva da un altro Stato membro, principalmente romeni (29.700) e polacchi (19.800).

    A febbraio 2018 intanto si è registrato un calo del 14% rispetto a gennaio (e del 22% rispetto a febbraio 2017) delle richieste di asilo presentate a Paesi dell’Unione, Svizzera e Norvegia: sono state 45.908 (il numero più basso degli ultimi 12 mesi) secondo quanto rende noto l’Agenzia europea di sostegno all’asilo (Easo). A ricevere il maggior numero di richieste è stata la Germania, seguita da Francia, Italia, Grecia e Spagna. Un richiedente su tre proviene da Siria, Iraq, Afghanistan, Nigeria o Pakistan.

  • L’Italia smette di essere il Paese più discolo d’Europa per i diritti umani

    Per la prima volta dal 2007 l’Italia non è più maglia nera per numero di condanne non applicate della Corte europea dei diritti umani: nel 2017 è passata dal primo al quinto posto, eseguendo un numero record di sentenze della Corte, il più alto mai registrato tra i 47 Stati. Emerge dall’undicesimo rapporto del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che tuttavia evidenzia come la maggior parte dei fascicoli chiusi, riguardi problemi non ancora totalmente risolti, e quindi ancora sotto esame a Strasburgo. Corte europea dei diritti umani e Consiglio d’Europa non sono organismi della Ue, va ricordato, ed esercitano la propria autorità anche nei confronti di Stati che non fanno parte della Ue.

    All’inizio del 2017 l’Italia era il Paese membro del Consiglio d’Europa  col più alto numero di sentenze pronunciate negli anni dalla Corte di Strasburgo in attesa di esecuzione, 2.350. Una mole di fascicoli che superava di molto quella del secondo e terzo paese in classifica, Russia e Turchia, che avevano rispettivamente 1.573 e 1.430 condanne non ancora eseguite. Oggi l’Italia si trova al quinto posto con 389 fascicoli ancora aperti, e si è allontanata molto dai Paesi che hanno preso la testa della classifica guidata ora dalla Russia con 1.689 casi pendenti, seguita dalla Turchia (1.446) e l’Ucraina (1.156). La Romania, al quarto posto, ha 553 sentenze in attesa d’esecuzione.

    Il cambiamento radicale della situazione italiana è dovuto alla chiusura, nel corso del 2017, di 2.001 fascicoli pendenti. Un numero record mai eguagliato da nessun altro degli Stati membri del Consiglio d’Europa, e tanto più impressionante se si considera che questa cifra è quasi la stessa di tutti i fascicoli chiusi dal comitato dei ministri in tutto il 2016 (2.066).

    Tuttavia, come evidenziato nel rapporto annuale del comitato dei ministri, la chiusura della maggior parte dei fascicoli italiani (1.700) è definita “parziale”, nel senso che i problemi che sollevavano le condanne della Corte di Strasburgo non sono stati totalmente risolti e le questioni, che riguardano il funzionamento della giustizia, continueranno ad essere esaminati fino a quando l’Italia non dimostrerà di aver adottato tutte le misure necessarie per ovviare alle violazioni indicate dai togati di Strasburgo.

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