UE

  • Stavolta voto! Il Parlamento europeo lancia una piattaforma di partecipazione per tutti i cittadini dell’Unione

    In vista delle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 il Parlamento europeo lancia la campagna istituzionale per condividere informazioni ed opinioni sull’Europa. Stavolta voto! è una piattaforma che chiunque può far conoscere ad amici e conoscenti per partecipare tutti, in maniera attiva e consapevole, al processo democratico in vista delle elezioni. Si può aderire alla campagna attraverso il link https://www.thistimeimvoting.eu/it?recruiter_id=14441.  I sostenitori più attivi potranno essere coinvolti, sulla base della loro disponibilità, nella promozione di eventi a livello locale.

  • Ue troppo generosa con l’Italia, secondo la Corte dei conti europea

    La flessibilità concessa dalla Commissione Ue, di cui l’Italia è la maggior beneficiaria, non si è limitata al periodo di crisi e si è rivelata “eccessiva”: è quanto sostiene la Corte dei Conti Ue nel rapporto che analizza la ‘discrezionalità’ che Bruxelles ha rivendicato nel giudizio dei conti pubblici, e che molto ha aiutato l’Italia a restare in linea con le regole Ue. Secondo la Corte, servirebbero “norme più rigide per i Paesi fortemente indebitati” perché tutte le concessioni non hanno fatto calare il debito.

    “Le disposizioni in materia di flessibilità introdotte dalla Commissione non sono limitate al periodo di crisi e nella pratica si sono rivelate eccessive”, ha detto Neven Mates, membro della Corte dei conti europea responsabile del rapporto. “Di conseguenza, nel periodo di ripresa ed espansione (2014-2018), i saldi strutturali in diversi Paesi fortemente indebitati hanno deviato rispetto agli obiettivi di medio termine oppure vi si sono avvicinati a un ritmo talmente lento che non garantisce un miglioramento sostanziale prima della prossima contrazione economica”, ha aggiunto. In particolare Italia e Spagna preoccupano la Corte: “Hanno registrato un consistente deterioramento del saldo strutturale”, sono “lontane dall’obiettivo di medio termine”, cioè il pareggio strutturale di bilancio, e “non hanno realizzato progressi nella riduzione del debito, nonostante l’espansione delle rispettive economie”. Inoltre, gli esperti spiegano che l’eccessiva discrezionalità mina tutto l’impianto del Patto.

    La Corte ha rilevato, ad esempio, che i margini concessi per le riforme strutturali non sono collegati ai costi effettivi di tali riforme, ma sono usati dalla Commissione come “strumento incentivante”. Un utilizzo che “non è contemplato dal regolamento”. Inoltre, alcune spese preventive erano state autorizzate ex ante (come il piano Casa Italia per mettere in sicurezza gli edifici pubblici nel 2017), nonostante ciò fosse in contrasto con il principio sancito nel Vademecum del Patto di Stabilità che le spese debbano essere direttamente connesse all’evento. Per la Corte, le spese di Casa Italia “avrebbero dovuto essere considerate non ammissibili in quanto non direttamente collegate all’effettivo evento”. Inoltre, quando Bruxelles nelle raccomandazioni di maggio 2017 dichiarava che avrebbe valutato i conti italiani usando la sua “discrezionalità” e “alla luce della situazione del ciclo”, ha “ridotto la credibilità” dei requisiti fissati dalle regole. E quando, sempre nel maggio 2017, ha autorizzato la deviazione, “non ha valutato in modo trasparente se tutte le riforme presentate dal programma nazionale di riforma (Pnr) del 2015 dell’Italia, e per le quali era stata richiesta la flessibilità, fossero state pienamente attuate”. Anzi, nella relazione per Paese 2017, alcune riforme sono indicate come “non attuate” (come il disegno di legge del 2015 in materia di concorrenza).

    Come conseguenza di queste concessioni, in Italia, Francia e Spagna gli aggiustamenti strutturali sono stati notevolmente al di sotto dei requisiti della ‘matrice’ (ovvero le regole della flessibilità scritte nella comunicazione della Commissione). E “questo ritmo di progressione non faciliterà il conseguimento degli obiettivi in un tempo ragionevole”. La Corte quindi chiede alla Commissione di “risolvere il problema delle continue deviazioni dal percorso di aggiustamento richiesto nel corso di più anni”, e di “prevedere norme più rigide per gli Stati membri fortemente indebitati”. Inoltre, nelle raccomandazioni specifiche per Paese dovrebbe inserire “richieste esplicite, con una spiegazione chiara delle motivazioni e dei rischi in caso di inadempienza”.

     

  • L’Europarlamento esamina i ritardi della pubblica amministrazione nel pagare i fornitori

    In media sono ancora 104 i giorni che impiega la pubblica amministrazione italiana per pagare i fornitori, 57 in più rispetto alla media europea e ben 74 in più rispetto ai 30 previsti dalla direttiva Ue. È quanto emerso nel corso di un’audizione alla commissione mercato interno dell’Europarlamento, in cui si è fatto il punto sullo stato di attuazione della direttiva sul ritardo dei pagamenti del 2011. In questa sede la Commissione Ue ha ricordato che l’Italia è già stata deferita alla Corte di giustizia Ue per rispondere dell’inadempienza rispetto alla norma europea. E gli imprenditori italiani Sergio Bramini (Incom) e Rossella Pezzino De Geronimo (Dusty) hanno raccontato le loro esperienze.

    Mancanza di flusso di capitale, ma anche cattiva gestione delle procedure e lunghi contenziosi in caso di inadempimenti sono tra i motivi del persistere di ritardi, ha detto l’eurodeputato Sabine Verheyen che ha sostituito nella conduzione del dibattito Lara Comi, tornata in Italia per motivi familiari. Riscontrate nei primi anni di attuazione anche pratiche sleali e tecniche dilatorie da parte delle Pa, come la richiesta di rinuncia agli interessi e imposizioni contrattuali di termini di pagamento superiori ai 60 giorni.

    A portare l’esperienza delle Pmi italiane, l’imprenditore Sergio Bramini, la cui azienda Icom era fallita dopo aver accumulato un credito di 4 milioni nei confronti dello Stato, e recentemente chiamato al Mise come consulente. “Chiedo che l’Europa faccia qualcosa per chi rischia di chiudere la propria impresa e per le centinaia di imprenditori che in Italia si sono suicidati per questo motivo” ha detto Bramini.

    Dello stesso tono l’altra imprenditrice intervenuta, Rossella Pezzino De Geronimo manager dell’azienda catanese Dusty operante nel settore rifiuti. “L’Ue deve costringere l’Italia a pagare e a rispettare in futuro i termini della direttiva.” Una rappresentante della Commissione europea ha riconosciuto le ripercussioni positive della direttiva, ma anche le debolezze strutturali sul lato attuativo e ha rassicurato gli operatori italiani: “Stiamo conducendo una politica molto rigorosa e abbiamo portato per questo motivo Italia e altri Stati membri con ritardi eccessivi alla Corte di giustizia Ue».

  • A Roma la sede permanente dell’assemblea euromediterranea

    Roma è stata scelta come sede permanente del segretariato dell’Assemblea Euromediterranea, l’organismo che raccoglie le delegazioni dei parlamentari dei Paesi che si affacciano sul bacini del Mediterraneo. “Voglio ringraziare il vicepresidente del Parlamento europeo, David Sassoli, per il lavoro che ha portato alla scelta di Roma come sede permanente del Segretariato dell’Assemblea Euromediterranea”, scrive in una nota il presidente del PE Antonio Tajani. “Questa scelta integra tutti i criteri di qualità ed efficacia richiesti dall’Assemblea stessa. Adesso occorre lavorare per rilanciare l’Assemblea che può giocare un ruolo chiave nella stabilità del Mediterraneo, a cominciare dalla Libia, dove va sostenuto il processo verso le elezioni e il rafforzamento dello Stato”.

    Dal canto suo Sassoli ha osservato che “la scelta di istituire il Segretariato permanente Euromed a Roma è un successo della presidenza del Parlamento europeo e una grande occasione di rilancio della politica per il Mediterraneo. Abbiamo bisogno di rafforzare il dialogo fra i Paesi delle sponde nord e sud del Mediterraneo per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti: immigrazione, sicurezza, crescita economica. Ringrazio tutti i paesi che si erano candidati per accogliere la sede del Segretariato – ha aggiunto Sassoli – e salutiamo la scelta di Roma con la certezza che saprà cogliere questa occasione”.

    Il Parlamento europeo intende promuovere una serie di iniziative per rilanciare il dialogo sul Mediterraneo. L’Assemblea sarà invitata alla conferenza sulla Libia prevista al Parlamento il 10 ottobre. E’ allo studio un evento in Giordania sul tema dei rifugiati e dei corridoi per l’asilo e un’altra a Roma sui diritti dei bambini e sui minori non accompagnati. Parlamento e Assemblea promuoveranno, infine, un’iniziativa sul completamento di un’unione di libero scambio tra i Paesi del Mediterraneo.

  • Commissione Ue contro Airbnb

    Pratiche commerciali sleali, clausole contrattuali abusive, consumatori non tutelati: sono le accuse della Commissione Ue ad Airbnb, la quale ha tempo fino a fine agosto per correggere i propri comportamenti e adeguarsi alle norme Ue. Se non lo farà, la Commissione si rivolgerà alle autorità degli Stati membri, le uniche che possono lanciare procedure sanzionatorie. Tra le contestazioni di Bruxelles, la presentazione dei prezzi che non è completa perché non mostra il prezzo totale ma esclude spese come pulizia o servizio.

    “I consumatori devono capire facilmente quanto e per che cosa devono pagare quando acquistano servizi e nei loro confronti vanno applicate regole eque, ad esempio sull’annullamento dell’alloggio da parte del proprietario. Mi aspetto che Airbnb possa presentare rapidamente soluzioni adeguate”, ha detto la commissaria alla giustizia Vera Jourova. Bruxelles spiega che l’attuale presentazione dei prezzi di Airbnb e una serie di disposizioni che applica “non sono conformi alla direttiva sulle pratiche commerciali sleali, alla direttiva sulle clausole contrattuali abusive, e al regolamento sulla competenza giurisdizionale in materia civile e commerciale”.

    L’autorità europea dei consumatori e la Commissione hanno quindi chiesto ad Airbnb una serie di modifiche. La società ha tempo sino alla fine di agosto per presentare le relative proposte. Le soluzioni che Airbnb proporrà per rimediare a questa situazione saranno esaminate dalla Commissione e dalle autorità per la tutela dei consumatori. Se non saranno ritenute soddisfacenti, nei confronti di Airbnb potrebbe essere avviata un’azione coercitiva. Tra le richieste della Ue c’è quella di indicare chiaramente se l’offerta è fatta da un privato o un professionista, poiché cambiano le norme relative alla protezione dei consumatori. Inoltre, non può modificare unilateralmente le clausole e le condizioni del contratto senza informare chiaramente i consumatori in anticipo e senza dar loro la possibilità di rescinderlo. Infine, “la politica di Airbnb in materia di restituzioni e rimborsi, e la raccolta delle richieste di risarcimento devono essere chiaramente definite e non devono privare i consumatori dei loro diritti di avvalersi dei mezzi di ricorso disponibili».

  • Di Maio contro il Ceta, intanto Ue e Giappone firmano l’accordo di libero scambio

    Mentre il ministro italiano del Lavoro promette di rendere disoccupato qualunque funzionario statale difenda l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada (Ceta) che tutti i membri della Ue devono sottoscrivere per far entrare definitivamente in vigore, a Tokyo è stato firmato l’accordo di libero scambio tra Ue e Giappone, il maggiore accordo mai negoziato tra le due aree economiche, con lo sottoscrizione di diverse intese politiche su una serie di temi regionali e multilaterali. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. In un tweet il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ha sottolineato che “con il più grande accordo di commercio bilaterale di sempre, oggi cementiamo l’amicizia giapponese-europea. Geograficamente, siamo distanti. Ma politicamente ed economicamente non potremmo essere più vicini. Con i valori condivisi della democrazia liberale, dei diritti umani e dello stato di diritto».

    Dopo quattro anni di trattative, a alla luce delle tendenze isolazioniste e protezioniste del presidente Usa Donald Trump, l’Unione europea e il Giappone puntano ad incrementare lo scambio di merci senza barriere tariffarie, dando slancio a settori considerati chiave come quello automobilistico, agricolo e alimentare. Per l’Italia, il Giappone è il sesto partner commerciale fuori dall’Ue, dove esporta 2,4 miliardi di euro di beni in più rispetto a quanti ne importa. Secondo i dati della Commissione, sono 14.921 le aziende in Italia che esportano i loro prodotti verso il Paese del Sol Levante, e in Italia dipendono direttamente da questa relazione commerciale 88.806 posti di lavoro. Nei primi 5 mesi del 2018 l’export italiano ha segnato un aumento di oltre il 20%, e in termini di valore l’Italia è il secondo Paese esportatore dell’Unione Europea, dietro alla Germania.

    Grazie ad uno strumento multimediale chiamato ‘EU-Japan trade in your town’ messo a punto dalla Commissione europea, è possibile localizzare tutte le compagnie europee che esportano i loro prodotti in Giappone, e visualizzare infografiche tematiche riferite a ogni Paese dell’Unione.

  • Un buffone non può diventare re

    Chi si aspetta che nel mondo i diavoli vadano in giro con le corna e
    i buffoni coi sonagli, sarà sempre loro preda e il loro zimbello.

    Arthur Schopenhauer

    Il 6 luglio 2018 a Londra, durante la riunione del consiglio dei ministri, la premier britannica Theresa May ha presentato il suo programma della “Linea morbida sulla Brexit”. Programma che era stato pubblicato un giorno prima come “Libro Bianco” (White Paper). Un programma che non poteva essere condiviso e approvato da alcuni importanti membri del suo governo, ben noti come euroscettici.

    Il 9 luglio scorso le agenzie britanniche dell’informazione, e poi tutte le altre, diffondevano due notizie importanti. Di mattina presto veniva pubblicamente confermato che il ministro per la Brexit David Davis aveva rassegnato le sue dimissioni. Nel primo pomeriggio è arrivata l’altra notizia importante, quella delle dimissioni del ministro degli Esteri Boris Johnson. Tutti e due, da tempo, non condividevano il modo con il quale la premier Theresa May voleva trattare i futuri rapporti tra la Gran Bretagna e l’Unione europea.

    Un giorno dopo, e cioè il 10 luglio e sempre a Londra, in una simile scombussolata situazione politica britannica, si è svolto il vertice, ad alto livello, dei rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea e di alcuni Stati dell’Unione, con i rappresentanti dei sei paesi dei Balcani occidentali. Un vertice, nell’ambito di quello che ormai è ufficialmente noto come il Processo di Berlino, per l’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Il momento però, non è stato per niente appropriato. Anche per il semplice fatto che colui il quale doveva dare formalmente il benvenuto agli ospiti, cioè il ministro Johnson, un giorno prima aveva rassegnato le dimissioni. Un fatto, di per se, molto significativo. Sembrava quasi surreale e grottesco parlare di allargamento a Londra. Proprio lì, dove un giorno prima due importanti ministri avevano rassegnato le loro dimissioni perché non credevano più nella bontà dell’Unione europea, nonché nelle sue istituzioni e politiche. Mettendo così in primo piano l’eurosetticismo e offuscando il vero obiettivo del vertice. Il caso ha voluto che si doveva parlare d’allargamento, nell’ambito del Processo di Berlino, proprio nella capitale di uno Stato il quale, a fine marzo 2019, non farà più parte dell’Unione europea, in seguito al referendum del 23 giugno 2016 sulla Brexit. Perché, comunque sia, non si può non pensare ormai che la Gran Bretagna rappresenti più un paese che possa credibilmente sostenere la causa dei Padri Fondatori dell’Unione europea. Sono stati questi significanti simbolismi, che non potevano ispirare per niente ottimismo. Ragion per cui non dovrebbe essere stata sentita bene neanche la premier May, durante il sopracitato vertice, quando dichiarava che “La Gran Bretagna si sta allontanando dall’Unione europea” ma che comunque rispetterà “le responsabilità che ha per i paesi balcanici”.

    Il 13 luglio scorso a Londra è arrivato il presidente statunitense Donald Trump, una visita che non è stata per niente facile e, men che meno, amichevole. Visita durante la quale non sono mancati gli incontri imbarazzanti e le dichiarazioni provocatorie. In un’intervista rilasciata al noto quotidiano britannico “The Sun”, il presidente Trump apprezzava il dimissionario ministro degli Esteri Boris Johnson, convinto che lui “sarebbe un ottimo primo ministro”. Una sfida aperta alla premier May, con la quale si è incontrato in seguito. Ma anche la May non è rimasta a bocca chiusa. Dopo l’incontro con il presidente statunitense, lei, “maliziosamente”, ha rivelato alla BBC: “Mi ha detto che dovrei citare in giudizio l’Unione europea, non negoziare con loro, [ma] denunciarli”.

    Il presidente Trump era arrivato a Londra da Bruxelles, dopo il vertice NATO (11 – 12 luglio). Anche in quel vertice non sono mancate le minacce, le provocazioni e le dichiarazioni “forti”. Alcune delle quali “aggiustate” e “convenzionalmente ammorbidite” in seguito. Come quella del presidente Trump “di uscire dalla NATO” se gli alleati non dovessero rispettare le spese militari richieste dagli Stati Uniti. Secondo l’agenzia Associated Press, Trump avrebbe detto però, in un altro momento, che “gli Alleati della NATO abbiano deciso di aumentare le spese per la difesa oltre i precedenti obiettivi”. Affermazione contraddetta subito dal presidente francese Macron, secondo il quale non c’è stato “nessun accordo sull’aumento delle spese militari”. Per poi arrivare alle posizioni finali degli alleati. Queste sono state soltanto alcune discrepanze e contrarietà verificate e rese pubbliche mentre si svolgeva il vertice NATO a Bruxelles.

    Nello stesso periodo anche il primo ministro albanese, nelle sue vesti istituzionali, era presente in due dei sopracitati vertici. Era presente al vertice di Londra, nell’ambito del Processo di Berlino per l’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Era presente anche al vertice NATO a Bruxelles. Considerando sia il clima in cui sono stati svolti questi vertici, che l’importanza e l’impatto reale sui futuri sviluppi politici e geopolitici nei singoli paesi e a livello internazionale, allora si potrebbe facilmente immaginare la posizione ed il “ruolo” del primo ministro albanese in simili avvenimenti. Sia per il peso dell’Albania nella movimentata schacchiera internazionale, sia per altri, ormai pubblicamente noti motivi, anche a livello internazionale e per niente positivi. Per queste ovvie e comprensibili ragioni il primo ministro albanese si è trovato completamente trascurato da tutti, sia a Londra, che a Bruxelles. Il che per lui rappresenta un’enorme sofferenza. Perché, discreditato ormai in patria, cerca disperatamente “sostegni” internazionali. Non importa come e a quale prezzo. Anche perché le scelte si riducono sempre di più. Mentre la realtà politica e sociale albanese si aggrava ogni giorno che passa, riconoscendo in lui il principale responsabile, con tutte le probabili conseguenze.

    A fatti compiuti, risulterebbe, con ogni probabilità, che l’unico obiettivo della presenza del primo ministro albanese, sia a Londra che a Bruxelles, è stato quello di “strappare” almeno un sorriso e/o, magari, una stretta di mano di quelche “pezzo grosso” internazionale e fissare tutto in qualche fotografia. Poco importava se, così facendo, poteva diventare lo zimbello di tutti. Non a caso, commentando la fotografia ufficiale del sopracitato vertice di Londra, la BBC, con la solita ironia britannica, annotava che “qualcuno aveva dimenticato le scarpe”. Si riferiva alle scarpe da tennis bianche che portava il primo ministro albanese. Poco importava per lui, se per realizzare il suo unico obiettivo, poteva sembrare un mendicante che elemosinava un sorriso, una stretta di mano di passaggio, da immortalare subito in una fotografia. Buffonate del genere si fanno soltanto quando uno si trova in serie difficoltà di sopravvivenza.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, dopo aver causato tanto male in patria, sta cercando disperatamente di fare il buffone all’estero, per ottenere qualsiasi supporto propagandistico. Egli, condividendo la saggezza popolare, secondo la quale un asino resta sempre un asino anche se lo ricopri d’oro, rimane altresì convinto che un buffone non può diventare re.

  • L’industria farmaceutica italiana va a gonfie vele

    L’industria farmaceutica sta attraversando un periodo roseo, secondo i dati forniti da Farmindustria. La produzione, infatti, vale oggi 31 miliardi di euro e dal 2010 al 2017 ha visto un balzo del 20% (a fronte del -1% della media manifatturiera). Il tutto grazie alle esportazioni. Crescono anche le vendite del 77% tra 2010 e 2017, un primato tra i grandi dell’Ue, saliti mediamente del 42 per cento.

  • La Ue lancia un sondaggio sull’ora legale

    La Commissione Ue ha avviato una consultazione aperta a tutti i cittadini e alle parti interessate sull’ora legale, per verificare se vada aggiornata la direttiva del 2000 che regola lo spostamento delle lancette dell’orologio 2 volte l’anno. Fino al 16 agosto all’indirizzo https://ec.europa.eu/info/consultations/2018-summertime-arrangements_it#questionnaire si può trovare il relativo questionario, in tutte le lingue dell’Ue.

    L’iniziativa fa seguito a una risoluzione sul tema votata a febbraio dal Parlamento europeo e alle richieste giunte a Bruxelles da parte di di alcuni Stati membri. La direttiva Ue stabilisce che per sfruttare al massimo la luce naturale disponibile e garantire il corretto funzionamento del mercato interno, le lancette degli orologi siano regolate durante le ultime domeniche di marzo e ottobre. Tuttavia, il Parlamento Ue a febbraio si è fatto portavoce di varie iniziative civiche e studi secondo i quali l’ora legale potrebbe avere effetti negativi sulla salute umana, chiedendo alla Commissione di condurre una “valutazione approfondita” sul tema.

  • Autostrade, l’Antitrust Ue dà l’ok all’acquisto di Abertis da parte di Acs e Atlantia

    Via libera da parte dell’Antitrust Ue all’acquisizione di Abertis da parte di Acs, insieme alla sua controllata Hochtief, e Atlantia. La Commissione Ue ha infatti concluso che l’operazione proposta non comporta problemi per la concorrenza dopo aver condotto un’indagine sull’impatto sul mercato delle concessioni autostradali in particolare in Italia, dove le attività di Atlantia e Abertis si sovrappongono, e in Spagna, dove si sovrappongo quelle di Acs e Abertis.

    Le tre società, nota Bruxelles nella sua analisi, non sono i maggiori concorrenti reciproci, e il mercato delle autostrade è altamente regolamentato. L’indagine ha preso in considerazione anche gli effetti dell’operazione su una serie di altri mercati ausiliari. Tra questi, i servizi elettronici per il pedaggio e la distribuzione di unità di bordo, e le attrezzature e servizi per sistemi di trasporto intelligenti nel caso della sovrapposizione tra Atlantia e Abertis. Poi, le infrastrutture nel caso della sovrapposizione tra Acs attraverso la sua controllata Hochtief e Atlantia, e anche la ristorazione, considerato che Edizione, il principale azionista di Atlantia è anche il principale azionista di Autogrill e che Abertis detiene una partecipazione del 50% in Areamed.

    “Per tutti questi mercati, la Commissione ha concluso che l’operazione proposta non avrebbe sollevato problemi di concorrenza”, in quanto “l’operazione non aumenta in misura significativa la presenza delle tre società in nessuno stato membro” e “sul mercato rimarrà un numero di concorrenti forti”. Oltre al fatto che, sottolinea Bruxelles, “è improbabile che Acs, Atlantia e Abertis limitino l’accesso dei concorrenti ai loro prodotti, servizi o clienti”. Da qui la conclusione che l’acquisizione non rappresenti una minaccia alla concorrenza in nessuno dei mercati interessati.

    Nell’ottobre 2017 la Commissione aveva già approvato senza condizioni la proposta di acquisizione di Abertis da parte di Atlantia e, nel febbraio 2018, anche quella concorrente da parte di Hochtief per acquisire Abertis. Successivamente Acs, insieme a Hochtief e Atlantia, ha concluso un accordo con cui sono stati modificati i progetti di acquisizione di Abertis, decidendo di procedere invece con un investimento congiunto nella società spagnola.

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