Usa

  • USA: non tutto è oro che luccica

    Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.

    Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.

    Questi sviluppi ci pongono due domande.  Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria?

    Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.

    In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.

    Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.

    Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.

    Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.

    Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.

    Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.

    In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

  • È un effetto dei tassi a zero

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Mario Lettieri* e  Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi l’1 marzo 2019

    Nonostante i dati statistici indichino una presunta positiva ed effervescente crescita economica e occupazionale americana, non sono pochi gli esperti che paventano nuovi rischi finanziari negli Usa. Lo afferma anche la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ai suoi più alti livelli.

    Dopo la Grande Crisi del 2007-8, il debito delle imprese, il cosiddetto corporate debt, nel suo insieme è cresciuto enormemente. Si è passati dai 4.900 miliardi di dollari del 2007 ai 9.100 miliardi a fine 2018. Di questi, circa 5 miliardi sono sotto forma di obbligazioni. In aggiunta a ciò, la grande parte di esse, pari a circa 2.300 miliardi, gode di un rating molto basso, la tripla BBB, appena sopra lo status di junk, di obbligazioni spazzatura. Tecnicamente, a questo livello, sono ancora considerate degne d’investimento, anche se devono offrire interessi alti per trovare acquirenti sul mercato. In questa situazione limite gli investitori istituzionali di solito ritengono di tenerle ancora nei loro bilanci.

    Preoccupante è notare che, all’interno della bolla del corporate debt, i prestiti alle imprese già altamente indebitate siano fortemente aumentati, fino a raggiungere un ammontare stimato in 1.300 miliardi di dollari.

    Oggi si teme che anche una limitata recessione economica, provocata, per esempio, dalla tensione sui dazi o da qualche riduzione nella crescita in una parte del globo, possa innescare una grave crisi in questo settore. Di conseguenza, se fosse ulteriormente abbassato il rating, molte imprese dovrebbero pagare interessi ancora più alti e molte altre non avrebbero più accesso al mercato del credito. A quel punto, anche gli investitori istituzionali dovrebbero disfarsi di detti bond, determinando un’esacerbazione della dinamica recessiva.

    Questa situazione è stata resa possibile dal lungo periodo di tassi vicini allo zero, che hanno convinto molti ad avventurarsi in zone di maggiore rischio. I tassi bassi hanno anche spinto le corporation americane a chiedere grandi prestiti che sono stati utilizzati per riacquistare le proprie azioni sul mercato. Ciò ha contribuito al boom delle quotazioni di Wall Street e, di conseguenza, ha giustificato anche la distribuzione di lauti dividendi.

    Chiaramente il problema non è limitato agli Usa. Anche in Cina il corporate debt è esploso in modo prepotente e potrebbe presto presentare il conto. Lo stesso dicasi per l’Europa dove è cresciuto fortemente, anche se in quantità inferiore di quello americano.

    Il problema vero è che il livello del debito, che è stato al centro della crisi finanziaria, è cresciuto. Secondo la Bri, il debito globale, quello privato, quello dei governi e quello delle imprese non finanziarie, nel 2007 era pari al 210% del pil, oggi supera il 240%.

    Basilea afferma che la politica monetaria espansiva è stata necessaria per portare le economie dei maggiori paesi industrializzati fuori dalla crisi. Adesso però le banche centrali, in caso di un peggioramento della situazione economica, avrebbero pochi strumenti d’intervento. In particolare esse temono la crescita dell’inflazione. Per contenerla si dovrebbe aumentare i tassi d’interesse, mandando, però, in tilt un sistema economico già molto stressato, in particolare il settore delle corporate bond.

    La Bri reputa che un salvataggio da parte delle banche centrali potrebbe non essere sufficiente poiché negli ultimi 40 anni sono cambiati drasticamente i parametri di intervento. Oggi le cause di una recessione sono più legate al settore finanziario, in particolare quando esso si rende protagonista di un’espansione non sostenibile. Qualora vi fosse un aumento dell’inflazione, le banche centrali dovrebbero mettere dei freni alla politica monetaria, proprio mentre il settore finanziario si sta indebolendo. A quel punto, l’effetto sul debito globale sarebbe difficilmente gestibile. Molti temono, quindi, il rischio di un crac. Secondo la Bri neanche un eventuale crac risolverebbe il problema perché provocherebbe un automatico successivo aumento del debito.

    Per l’istituto di Basilea vi sarebbero solo tre modi per ridurre il debito. Il primo sarebbe di favorire la crescita dell’inflazione mantenendo i bassi i tassi d’interesse, svalutando così anche il valore del debito. Però, la storia ci insegna che tale processo porta a un crollo della crescita economica. Il secondo è la ristrutturazione del debito, cosa che comporterebbe dei sacrifici per gli investitori-possessori dello stesso. Il terzo e unico modo positivo è il sostegno dei settori dell’economia reale che fa aumentare la ricchezza prodotta e diminuire il rapporto debito/pil.

    Non ci riteniamo di parte, ma è auspicabile che dalle prossime elezioni europee esca una governance più consapevole di dover superare la politica di austerità e sostenere, invece, investimenti e attuare anche una guida fiscale ed economica unica e autorevole.

    Si tratta di una prospettiva tanto semplice quanto razionale. Purtroppo, però, per quanto ci riguarda in Europa continua a dominare la politica ossessiva dell’austerità prima di tutto. È sorprendente e poco incoraggiante vedere ancora una volta che certi banchieri siano più consapevoli dei governi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Senatore repubblicano degli Usa twitta una frase di Mussolini

    Il senatore americano del partito repubblicano John Cornyn, che rappresenta il Texas al Senato dal 2002, ha twittato una citazione di Benito Mussolini che ha spiazzato i suoi 187mila follower: “Man mano che la civiltà assume forme sempre più complesse, la libertà dell’individuo si restringe sempre più”.

    La frase fa parte del discorso che Mussolini pronunciò davanti all’Assemblea del Partito Fascista il 14 settembre 1929 e non è ben chiaro chiaro per quale motivo Cornyn, o qualche suo collaboratore, abbia scelto di utilizzarla. Il cinguettio è finito sotto i riflettori quando ha catturato l’attenzione dell’attrice Alyssa Milano che ha proposto il messaggio ai suoi 3,5 milioni di follower: “Vedete cosa sta facendo John Cornyn? Oh, sta solo citando Mussolini”.
    Molti utenti si sono limitati a criticare il messaggio del senatore, sollevando dubbi sulle condizioni attuali del partito democratico: “Ma che sta succedendo al Gop?”, si chiede un follower. Tra le repliche, spicca quella del colonnello Morris Davis, ex procuratore di Guantanamo: “Mio padre, partito come un giovane sano per la Seconda Guerra Mondiale e tornato disabile al 100%, non ha sconfitto i nazisti per vederli coccolati in America sei decenni più tardi”.

    Ad offrire una potenziale via d’uscita a Cornyn provvede un utente, che cerca di inquadrare la sortita in un contesto più decifrabile. “Lei odia il socialdemocratici al punto da citare l’allarme di Mussolini in relazione al socialismo?”, domanda l’utente che si identifica come ‘Respectable Lawyer’. “Hai centrato il punto – risponde Cornyn -. Dal momento che i cosiddetti socialdemocratici hanno dimenticato o non hanno mai imparato le lezioni della storia e come la loro ideologia sia incompatibile con la libertà, ritengo che dobbiamo aiutarli a ricordare o impartirgli la lezione”.

  • In nome dei diritti

    Non appena qualcuno si rende conto che obbedire a leggi ingiuste
    è contrario alla dignità dell’uomo, nessuna tirannia può dominarlo.
    Mahatma Gandhi

    Nella seconda metà del XVIII secolo si accentuarono gli attriti e gli scontri armati tra le popolazioni delle colonie britanniche della costa atlantica del nord America e l’esercito del re Giorgio III di Gran Bretagna. Scontri che si trasformarono in una vera e propria guerra, dall’aprile 1775 fino a settembre 1783. Guerra che si concluse con la proclamazione dell’indipendenza delle tredici colonie, che formarono gli Stati Uniti d’America. In quel periodo critico per le popolazioni delle colonie, alcuni lungimiranti uomini erano convinti che la proclamazione dell’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna era l’unica soluzione. Ormai essi sono considerati come i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America.
    Riuniti in un congresso a Filadelfia, i rappresentanti delle tredici colonie proclamarono, il 2 luglio 1776, l’indipendenza delle colonie dall’Impero britannico. Per l’occasione è stato reso pubblico anche un documento, quello della Dichiarazione dell’Indipendenza. Documento che viene considerato tuttora come uno dei più importanti testi della storia mondiale degli ultimi secoli. Alcuni concetti base di quel documento continuano a rappresentare dei saldi pilastri del pensiero democratico e giuridico. In seguito quei concetti sono stati adottati e hanno trovato espressione in diverse Costituzioni e nelle giurisprudenze di altrettanti Paesi evoluti in tutto il mondo. Partendo proprio dalla Costituzione statunitense, resa pubblica il 15 settembre 1787 ed entrata in vigore due anni dopo.
    Nel secondo paragrafo della Dichiarazione di Indipendenza, i Padri Fondatori affermavano: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
    Un altro documento, altrettanto importante, è anche La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 26 agosto 1789. Nel primo articolo di questa Dichiarazione si stabilisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti…”. Per arrivare poi, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata a Parigi il 10 dicembre 1948, con la Risoluzione 217 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche in questo documento, nel primo articolo si sancisce che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti…”. Per poi stabilire, nel secondo articolo che: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione”.
    Sono dei sacrosanti diritti, per i quali l’umanità, da secoli, ha combattuto e continua a combattere. Sono dei diritti inalienabili, nati insieme con l’uomo e che con l’uomo devono rimanere sempre. Diritti che rappresentano chiari e invalicabili punti di riferimento e che si intrecciano e trovano espressione anche nei valori fondamentali dell’umanità.
    In nome di quei diritti domenica 10 febbraio, è stato onorato il quindicesimo anniversario del giorno del ricordo delle Foibe. Una ricorrenza per non dimenticare, tra l’altro, tanta atrocità, tanto odio, ma anche una diabolica strategia di sterminio e di pulizia etnica messa in atto da parte dei titini. Oscenità e crudeltà attuate soprattutto tra il 1943 e il 1945, ma anche alcuni anni in seguito, che hanno causato migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati, uccisi, incatenati e buttati, qualche volta anche vivi, nelle foibe. Ma purtroppo, il calvario dei profughi e dei sopravvissuti degli eccidi delle foibe, non di rado è continuato anche nel territorio della madrepatria. Tutto quanto rappresenta, tra l’altro, anche delle palesi e urlanti violazioni degli inalienabili diritti della vita, della libertà, della proprietà e della cittadinanza.
    In nome di quei sacrosanti diritti e di quei valori sono stati sempre degli individui, dei gruppi etnici e/o sociali, nonché delle intere popolazioni, che hanno contribuito a rovesciare sistemi e regimi, mettendosi dalla parte del giusto e del bene. In nome dei diritti continuano a protestare in Venezuela. Chiedono il riconoscimento dei loro diritti anche i gilet gialli in Francia. In nome dei loro diritti, da giorni ormai, stanno protestando anche i pastori e gli allevatori in Sardegna.
    Papa Francesco, nel suo messaggio per la 52a giornata della Pace, parlava anche dei vizi della politica. Si riferiva a quei vizi che “indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale”. E soprattutto chiedeva il rispetto dei diritti dell’uomo da parte di tutti, sempre e ovunque.
    In nome dei diritti sono tante e continue le ragioni per cui i cittadini dovrebbero e devono protestare anche in Albania. In alcuni casi lo stanno facendo. Da più di un anno ormai, si sta protestando quotidianamente per la difesa del Teatro Nazionale. Teatro che il primo ministro vuol distruggere, per poi costruire dei grattacieli in pieno centro di Tirana (Patto Sociale n.316). Stanno protestando quotidianamente, da più di tre mesi, anche gli abitanti di un quartiere della capitale che rischiano di avere le loro case distrutte. Anche in questo caso per dare vita ad un famigerato progetto, palese espressione dell’abuso del potere e della corruzione governativa. E tutto ormai è stato verificato, fatti e dati alla mano. Dall’inizio dello scorso dicembre stanno protestando anche gli studenti delle università. Anche loro protestano convinti, in nome dei loro diritti, violati continuamente e senza scrupoli da chi governa. Non sono mancati neanche altri casi di proteste in altre città e per altre specifiche ragioni. Ma sempre per difendere i diritti calpestati dei cittadini. Quei diritti che le leggi in vigore dovrebbero tutelare. E che, invece e purtroppo, si sta dimostrando che le leggi non sono uguali per tutti.
    In Albania la situazione sta peggiorando precipitosamente ogni giorno che passa. E ogni giorno che passa si sta verificando la restaurazione di un nuovo regime, voluto e ideato direttamente dal primo ministro e attuato dai suoi luogotenenti. In queste condizioni l’opposizione ha chiamato i cittadini a scendere in piazza sabato prossimo, 16 febbraio.
    Chi scrive queste righe valuta che questa opposizione, negli ultimi anni, non ha convinto per niente. Anzi! I dirigenti dell’opposizione hanno infranto e smentito, a più riprese, la fiducia dei cittadini. Che sia questa la volta buona, dopo tante delusioni! Nel frattempo chi scrive queste righe è convinto che sono tantissime e sacrosante le ragioni non solo per protestare in Albania, ma per ribellarsi. Dando ragione a Balzac, per il quale la rivolta è il risultato della riflessione delle masse. Soltanto così, considerando la vissuta realtà, si può arrivare a rovesciare il regime del primo ministro. In nome dei diritti!

  • Il significato delle parole

    Voi mi chiedete cosa mi costringe a parlare?
    Una cosa strana; la mia coscienza.

    Victor Hugo

    Tra i tantissimi dibattiti filosofici e psicologici che da tempo hanno attirato l’attenzione degli studiosi, ma non solo, c’è anche il rapporto tra quanto offre il lessico di una lingua parlata e le capacità del cervello delle persone, che parlano quella lingua, di esprimere un concetto, un fenomeno, una realtà ecc. Sono perciò naturali le seguenti domande: è il limitato lessico della lingua che impedisce al cervello umano di esprimersi o, invece, è il cervello umano che non riesce ad afferrare e concepire determinati concetti, fenomeni, realtà ecc.? Perché in alcuni casi non si può esprimere un concetto, un fenomeno, una realtà vissuta e/o virtuale? È la lingua, anche se forbita ed evoluta, che non soddisfa determinate esigenze del cervello con i dovuti vocaboli, oppure è il cervello umano che non riesce a concepire e connettere, nonostante le parole/locuzioni non mancano?

    Un significativo esempio, come dimostrazione di questo “dilemma”, lo potrebbe rappresentare la parola della lingua inglese whistleblower. Riferendosi ai dizionari e tradotta in italiano rappresenterebbe una persona che soffia il fischietto. Questa parola, nella lingua inglese, indica per esempio un poliziotto, un capo treno, un nostromo, un arbitro sportivo ecc. Ma la stessa parola, dalla seconda metà del secolo scorso, ha anche un altro significato, soprattutto negli Stati Uniti d’America. E cioè indica “una persona, un soggetto che, solitamente nel corso della propria attività lavorativa, scopre e denuncia fatti che causano o possono in potenza causare danno all’ente pubblico o privato in cui lavora o ai soggetti che con questo si relazionano…”. Ovviamente in questo contesto si usa anche il corrispondente verbo whistleblowing. Anzi si presume, non essendo però una cosa certa, che tutto parta da questo verbo. Facendo riferimento perciò all’usanza dei poliziotti britannici di soffiare il fischietto per allertare/attirare l’attenzione e, nel caso servisse, chiedere anche aiuto ad altri poliziotti o alle persone presenti, quando si trovavano di fronte ad un crimine commesso. Si tratta di una parola che ormai è entrata a far parte anche di molte altre lingue, incluse quelle europee, ma senza essere ancora propriamente tradotta. Perciò quasi sempre si usa nella sua forma originale, in inglese. E purtroppo, non di rado, assume anche una connotazione negativa, come spia, informatore, denunciatore, talpa e, addirittura, “gola profonda”, soprattutto nel contesto italiano.

    Per trovare la giusta e corrispondente parola nella lingua italiana, sono stati chiamati anche gli esperti dell’Accademia della Crusca. Si tratta di una delle più note istituzioni degli studi linguistici, non solo in Italia ma anche nel mondo, fondata a Firenze alla fine del sedicesimo secolo (tra il 1582 e 1583). L’Accademia della Crusca nel 2014 dava la sua risposta alla domanda “Come si traduce in italiano la parola whistleblower?”. L’Accademia, nella sua risposta, spiegava ufficialmente che “al momento, nel lessico italiano non esiste una parola semanticamente equivalente al termine angloamericano”. Si metteva però in chiara evidenza un fatto importante, che oltrepassava i confini delle competenze della stessa Accademia. Gli esperti erano convinti che non si poteva dare la colpa alle [mancate] capacità espressive della lingua italiana, ma, bensì, alla mentalità dell’opinione pubblica italiana, non ancora in grado di comprendere e di fare propri alcuni nuovi concetti, fenomeni e realtà. Mentalità che si crea e si elabora prima nel cervello umano, per poi rispecchiarsi nelle continue attività umane, sia a livello individuale che collettivo. Dando così un’ulteriore e concreta dimostrazione del sopracitato dibattito/dilemma legato alle capacità espressive della lingua e quelle cognitive del cervello. I rispettabili esperti dell’Accademia della Crusca, nella loro risposta ufficiale, ammettevano che nella lingua italiana mancava la parola corrispondente alla parola inglese whistleblower. Ma allo stesso tempo sottolineavano che è “innanzitutto il concetto designato a essere poco familiare presso l’opinione pubblica italiana”. Per loro una simile incapacità e inadeguatezza era da collegarsi direttamente con “la mancanza, all’interno del contesto socio-culturale italiano, di un riconoscimento stabile della “cosa” a cui la parola fa riferimento”. Per poi concludere che  “per ragioni storiche, socio-politiche, culturali – che qui non è il caso di discutere – in Italia ciò che la parola whistleblower designa non è stato oggetto di attenzione specifica, riflessione teorica o dibattito pubblico, almeno fino a tempi recentissimi”. Più chiaro di così! E come in Italia, anche in altri paesi del mondo. In molti altri.

    Bisogna sottolineare però che, nonostante le “incapacità” linguistiche e/o della mentalità, in molti paesi ormai sono sancite leggi che proteggono il whistleblower. Sono ormai funzionanti leggi, regole e normative protettive per tutti coloro che denunciano presso le dovute autorità statali delle attività illecite e fraudolente, ovunque esse siano verificate e accadute. Negli Stati Uniti d’America, lì dove ebbe anche inizio tutto ciò, è da più di un secolo e mezzo, precisamente dal 1863, che è stata sancita una legge federale, “The False Claims Act” (la legge per le false pretese/reclami/.rivendicazioni; n.d.a.), riconosciuta anche come “The Lincoln Law” (la legge Lincoln; n.d.a.). Legge che non solo obbligava/obbliga lo Stato, con le sue istituzioni, di prendere in difesa colui/coloro che denunciavano [whistleblower], ma anche dava/dà loro una ricompensa tra il 15% e il 25% dei danni recuperati. Da sottolineare anche che negli Stati Uniti attualmente la maggior parte degli casi perseguiti e risolti dalle autorità partono da segnalazioni e denunce dei whistleblower.

    Anche in Albania, come in molti altri paesi del mondo, non esiste la dovuta parola per definire la sopracitata parola in inglese. Ma in Albania però, i primi ad essere denunciati dovrebbero essere proprio i massimi rappresentanti/dirigenti politici, statali e dell’amministrazione pubblica. Primo ministro in testa, fatti alla mano. E le denunce non sono mancate e non mancano. Anzi! Sono talmente tante, come sono anche talmente tanti i clamorosi scandali che ormai si scavalcano l’un l’altro e, purtroppo, spesso si dimenticano. Non perché non sono importanti e con delle gravi conseguenze pubbliche, ma semplicemente perché sono numerosissimi e la memoria non sempre riesce a ricordarsi di tutto e di tutti. E poi, in Albania, invece di essere perseguiti legalmente i veri colpevoli, compresi primo ministro, ministri, deputati e altri in seguito, purtroppo sono altri, i whistleblower, ad essere perseguitati e seriamente minacciati.

    Per fortuna, da qualche tempo a questa parte e dopo gli innumerevoli scandali, è proprio la sezione albanese della ben nota radio statunitense “Voice of America” che sta facendo il whistleblower. Il che ha messo in vistosa difficoltà il primo ministro albanese. Forse lui sa anche il perché. E come al suo solito ha cominciato ad ingiuriare anche la “Voice of America”.

    Chi scrive queste righe pensa che invece è il primo ministro che, come minimo, dovrebbe essere ingiuriato. Aveva ragione Aristofane, il quale circa 2500 anni fa diceva “Ingiuriare i farabutti non è peccato. Significa, a pensarci bene, onorare gli onesti”.

  • EU – US face off over opening up the EU’s Single Market to US agriculture

    Formal EU-US trade talks begin in February but the two trade delegations met on Tuesday to firm up the bloc’s parameters for talks; Brussels focused on taking agriculture off the negotiating agenda.

    Opening the Single Market to US agricultural goods is a non-starter for a number of EU member states, despite the insistence of successive US administrations.

    “We have been very clear that from the EU side that we will not discuss agriculture,” Trade Commissioner Cecilia Malmström told the press last week. The statement was in direct opposition to 17-page paper submitted by U.S. Trade Representative Robert Lighthizer, defining the US objective as “comprehensive market access for U.S. agricultural goods in the EU by reducing or eliminating tariffs.”

    If Washington were to insist on agricultural concessions, negotiations could falter as they did during talks on the foiled Transatlantic Trade and Investment Partnerships talks pushed by the Obama Administration.

    As always, there are differences between the two sides, not least European objections to genetically modified food and chlorinated chicken. US trade negotiators also have little patience for European geographic indicators for dairy products. In any event, both the US and the European farming sectors are heavily subsidized, an issue that is politically challenging to address either in Washington or in Brussels without spending considerable political capital.

    US legislators have made it clear that access to Europe’s agricultural market is a precondition to a Free Trade Agreement. The stakes are high, as the Trump Administration is threatening Europe with auto-industry tariffs, citing “national security” risks. If tariffs go ahead, they would be a great blow to the German €36bn market share of the US market.

    France is usually the champion of the agricultural cause in the EU. However, opening the agricultural would be a blow to a number of EU member states, from Poland and Italy to Ireland and Romania. As late as September 2018, the Italian government was threatening not to ratify the EU-Canada Free Trade Agreement (CETA), arguing that its agricultural products were not sufficiently protected.

    Following the visit by the President of the European Commission Jean-Claude Juncker to Washington in July, the EU doubled the volume of US soybean imports, cushioning the effect of the Sino-American trade war. For the moment, talks are not expected to make any more progress on the agricultural front.

    For the EU, the focus is on non-tariff barriers, namely the mutual recognition of testing, inspection and certification of manufactured goods, ranging from electrical equipment to toys. The US is seeking greater access to government procurement while preserving the “Buy American” limits in the U.S., the Wall Street Journal reports.

  • Passi indietro nelle istituzioni internazionali…e non solo

    Molti dati ci confermano che stiamo vivendo, a livello nazionale, europeo e mondiale, una fase di rallentamento. L’economia si sta raffreddando, la produzione sta diminuendo, il prodotto interno lordo non cresce come le previsioni avevano fatto sperare, il tasso di disoccupazione non diminuisce, se non in alcuni Paesi soltanto, come gli Stati Uniti, ad es. In Italia si respira un’aria di disaffezione; si crede sempre meno alla politica e nello stesso tempo crescono i consensi – o perlomeno non diminuiscono – alle forze cosiddette “sovraniste”. Anche in Europa i nazionalismi populisti hanno ripreso vigore e mettono in dubbio la validità delle scelte comunitarie. Non siamo ancora al “ciascun per sé”, ma temiamo che questo falso valore possa distruggere quanto di buono e di utile ci è stato offerto dall’ “insieme è meglio”. In questo clima di sfiducia generalizzata – nonostante le prediche catastrofiche contro la globalizzazione –  assistiamo impotenti proprio all’esito negativo di riunioni di istituzioni internazionali che non riescono a cavare un ragno dal buco. Una conferma esemplare ce la offre il recente vertice del G20 che ha avuto luogo a Buenos Aires. L’incontro è terminato con una dichiarazione unitaria, ma il contenuto della stessa – come afferma l’economista Paolo Raimondi in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 14 dicembre scorso – “sembra non solo annacquato, ma anche di secondaria importanza.” Probabilmente si è cercato in tutti i modi di evitare ciò che era successo due settimane prima al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) in Nuova Guinea, dove, nonostante la presenza degli Usa, della Russia e della Cina, non si è giunti a nessuna conclusione e non vi è stato nemmeno un comunicato congiunto. Anche il G7 riunitosi nel giugno scorso nel Quebéc è stato un fallimento. Poche ore dopo la sua conclusione, infatti, Trump respinse i contenuti della dichiarazione finale, rendendo sostanzialmente inutile il documento. E non ci si può dimenticare anche dell’improvvisa decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima. Ma è il vertice di Buenos Aires che ha segnato un pericoloso passo indietro e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali, che erano stati superati proprio perché il G20 è la sede per eccellenza per discutere proposte a livello multilaterale, nel doveroso tentativo di trovare soluzioni condivise ai problemi mondiali e alla sfide politico-economiche più difficili e urgenti. Sono i vertici multilaterali e non bilaterali che dovrebbero concludere negoziati validi per tutti. Lo stesso bilateralismo Usa-Cina, che ha permesso di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi i dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi, ha portato ad una decisione modesta, tanto che molti esperti, tra cui la banca Goldman Sachs, danno poche probabilità al futuro successo di un accordo tra le due superpotenze. In questo disincantato disaccordo generale intanto, l’andamento dell’economia mondiale sta rallentando. L’OCSE ritiene che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la sua conseguente risposta, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del Pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%. Questo ritorno al bilateralismo segna inoltre la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump. Non solo questo metodo di negoziato è negativo per chi lo pratica; esso incide negativamente anche sugli equilibri mondiali. Lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali, oltretutto in una situazione mondiale di sgravi squilibri, non può che suscitare grandi preoccupazioni. Smantellare le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare su temi molto delicati è un’operazione da condannare. Dove incontrarsi per evitare conflitti maggiori? All’Onu, sempre meno credibile? Forse all’OMC, l’organizzazione mondiale del commercio, che abbisogna di riforme, è vero, ma che rappresenta una garanzia di sviluppo se si tiene conto della funzione positiva svolta fino ad ora. In tutto questo bailamme l’Europa ha fatto sentire una flebile voce: vuole una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”, flebile perché non dice come ottenere questa cooperazione e quale riforma delle regole. In questo quadro preoccupante di non collaborazione, vige una sola certezza: i tanti progetti riguardanti la realizzazione delle infrastrutture, la modernizzazione tecnologica, le nuove energie, la digitalizzazione del sistema economico, il maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili – tutti progetti annunciati nella dichiarazione di Buenos Aires – ne risentirebbero in modo tragico. Se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare nessuno potrebbe fermare questa involuzione. Perché non darsi una mossa, allora?

  • Iran in guerra cibernetica con gli Usa, per creare tensioni tra gli americani

    Negli ultimi 6 mesi, secondo la rivista INSS Insight, le società di sicurezza informatica e le società tecnologiche hanno rilevato un’ampia attività cognitiva iraniana nel cyberspazio rivolta principalmente al pubblico americano, con l’Iran che cerca di esacerbare i dibattiti interni degli Stati Uniti tra diversi gruppi sociali. Gli sforzi di influenza dell’Iran nel cyberspazio riflettono l’importanza che Teheran attribuisce alla lotta ideologica in patria e contro i suoi nemici esterni, in primo luogo gli Stati Uniti. Agli occhi del regime, gli Stati Uniti, oltre alla sua guerra politica ed economica, stanno conducendo una lotta ideologica per i cuori e le menti del pubblico iraniano contro i valori della rivoluzione islamica. Pertanto, la campagna di influenza cibernetica dell’Iran non è solo una contromisura per le mosse degli Stati Uniti (reali e immaginari), ma anche un altro passo nel desiderio di vecchia data dell’Iran di destabilizzare gli Stati Uniti indebolendo la sua robustezza interna. Israele, allo stesso modo un obiettivo degli sforzi di influenza cibernetica iraniana, farebbe bene a monitorare le capacità di attacco cibernetico in via di sviluppo dell’Iran, insieme alle capacità minacciose dell’Iran nelle armi convenzionali e non convenzionali.

     

  • Commission hopes euro can challenge greenback’s reserve currency status

    As part of its effort to bolster its international standing amid spats with the United States of tariffs and foreign policy, the European Commission is hoping to promote the euro as an alternative to the supremacy of the dollar for all international transactions, including those involving energy, commodities, and aircraft manufacturing, as well as in derivative operations.

    As part of the drive, the Commission also announced that will also strive to convince African states to denominate their public debt in euros in what would be the first serious challenge to Washington’s economic leadership, which Brussels sees as a way to counter the unilateralist “America First” policies of the Donald J. Trump administration.

    Europe’s efforts to establish a clearinghouse known as a Special Purpose Vehicle (SPV) to safeguard the 2015 Iran nuclear deal – which the US pulled out of earlier this year after accusing Tehran of being in violation of the terms of the agreement, which prompted Washington to re-impose crippling economic sanctions on the Islamic Republic – have fallen completely flat.

    The main guarantors of the Iran nuclear deal – Germany, France, and the UK – have refused to host the proposed clearinghouse, which could be used to help match Iranian oil and gas exports against purchases of EU goods in a barter arrangement that would circumvent the US’ sanctions. This would expose to the three European powerhouses to being subject to stiff penalties imposed by the Americans that would have a potentially devastating effect on the French, German, and British economies, while at the same time severely strain relations with the United States.

    Pressure has also been brought to bear on Austria, Luxembourg, and Belgium to host the SPV, but the three governments have serious misgivings about the practical purpose of the Special Purpose Vehicle, particularly as they fear the depth of the US’ expected retaliation.

    Initially, the European Commission hopes to begin closing energy contracts that are denominated in euros as a way to gradually promote the spread to other international commodities that could be traded in Europe’s common currency. At present, more than 80% of contracts for EU energy imports are priced and paid for in dollars, which currently trades at $1.13 to €1.

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