Usa

  • E se tutto fosse vero?

    La verità fa male una volta sola. La bugia fa male sempre

    Potrebbero non essere semplicemente dei “rumors”, come dicono gli inglesi e gli statunitensi. E cioè potrebbero non essere semplicemente dei pettegolezzi alcune accuse degli ultimi giorni. In attesa che la verità venga fuori definitivamente, dopo la verifica, il giudizio e le decisioni prese nelle apposite sedi ufficiali, l’autore di queste righe sostiene sia doveroso che alcune riflessioni si potrebbero comunque fare. Ciascuno tragga poi le proprie conclusioni.

    A dire il vero, in Albania da alcuni anni se ne è scritto e parlato non poco di quello che ultimamente è stato reso pubblico negli Stati Uniti d’America. Per poi essere ripreso, in seguito, dai media albanesi, soprattutto quelli in rete. Si tratterebbe, in sostanza, di una strategia per sostenere alcuni “movimenti”, nella maggior parte di sinistra, o che dalle ideologie della sinistra ne traggono vantaggio, per poi facilitare il controllo del potere politico in diversi paesi del mondo. Tale strategia prevede anche la selezione e il supporto di determinate persone, per farle, in seguito, avere ruoli di primo piano nella vita politica attiva dei rispettivi paesi. Questa strategia da anni viene finanziata da un ben noto speculatore di borsa e multimiliardario statunitense. Strategia che punterebbe anche su alcuni Paesi ex-comunisti dell’Europa dell’est. Strategia che risulterebbe sia stata estesa e adottata con successo anche in Albania, dove il multimiliardario statunitense (o chi per lui) è venuto, non certo per turismo e a più riprese, dagli anni ’90 in poi.

    L’Albania è un Paese tra i più poveri dell’Europa, con una democrazia molto fragile che ufficialmente viene classificata come “ibrida”. Il che rende l’Albania molto vulnerabile di fronte a detereminati interventi e influenze. Quanto è accaduto dal 1991 in poi, ne è un’eloquente testimonianza. Compresa anche la nascita e lo sviluppo di quelle che vengono considerate come organizzazioni non governative della società civile. Ebbene, la prima simile organizzazione, costituita subito dopo il crollo della dittatura in Albania come parte integrante di una vasta rete di simili organizzazioni nel mondo, è stata finanziata proprio dallo stesso multimiliardario staunitense. Attualmente molte organizzazioni non governative albanesi, nate in seguito, risulterebbe abbiano diversi “rapporti di parentela” con la “primogenita”. Risulterebbe che generalmente usufruiscono di finanziamenti “diversificati”, provenienti da determinate strutture statunitense e/o dal governo locale. Da sottolineare anche che l’attuale primo ministro albanese risulterebbe essere una delle persone che hanno attivamente contribuito alla costituzione della sopracitata prima organizzazione. Non solo, ma da anni il suo rapporto con il multimiliardario statunitense semrerebbe essere un rapporto di amicizia personale, testimoniato anche dalle presenze reciproche in determinate occasioni importanti, ufficiali e/o private.

    Tornando a tutto ciò che potrebbero non essere semplicemente dei “rumors”, come dicono gli inglesi e gli statunitensi, si farà riferimento in seguito a quello che è stato reso pubblico negli Stati Uniti d’America all’inizio di questo mese. Si tratterebbe di un fascicolo di 32 pagine, consegnato alle autorità statunitense dall’organizzazione “Judicial Watch”. Il fascicolo, parte integrante di una denuncia del 26 maggio 2017 contro il Dipartimento di Stato e l’USAID (United States Agency for International Development), è stato redatto riferendosi ai dati avuti in base e nel rispetto dell’Atto sulla Libertà d’Informazione (Freedom of Information Act – FOIA), che prevede il diritto del pubblico di avere accesso ai dati di ogni agenzia federale. Le richieste per avere determinate informazioni, fatte più di un anno fa al Dipartimento di Stato e all’USAID, sono rimaste senza risposta fino al 31 marzo 2017, in violazione dell’obbligo previsto dall’Atto sulla Libertà d’Informazione. Ragion per cui è stata fatta anche la sopracitata denuncia.

    Dai dati acquisiti risulterebbe che alcuni fondi dell’USAID, in totale 9 milioni di dollari, sono stati orientati per finanziare la campagna “Giustizia per Tutti”, organizzata in Albania dalla fondazione “East West Management Institute”, che farebbe capo a George Soros. Nel marzo 2017 un gruppo di sei senatori staunitensi ha mandato una lettera all’allora Segretario di Stato Tillerson chiedendoli di indagare sulle accuse secondo le quali il governo americano stava usando soldi dei contribuenti per sostenere gli interventi di Soros in Albania. Nella lettera, tra l’altro, si specificava che “la Fondazione Società Aperta per l’Albania (che fa capo a George Soros; n.d.a.) e i suoi esperti, con finanziamenti dell’USAID, hanno redatto il discutibile Documento Strategico per la Riforma della Giustizia Albanese”. Sottolineando anche l’opinione diffusa in Albania che la Riforma della Giustizia avrebbe come obiettivo “…di dare al primo ministro e al governo di centro sinistra un pieno controllo sul sistema della giustizia”. Nella sopracitata lettera si suggerisce al Dipartimento di Stato di indagare sui stretti rapporti tra l’attuale ambasciatore statunitense in Albania e il primo ministro albanese. Nella lettera si evidenzia anche il fatto che “l’ambasciatore statunitense in Albania […] nominato dall’amministrazione Obama è stato strettamente legato con Soros e il governo socialista albanese”. Nella lettera si evidenzia, altresì, un altro fatto importante. E cioè che “l’amministrazione Obama ha passato in silenzio almeno 9 milioni di dollari statunitensi […] sostenendo direttamente il supporto di Soros per un governo di sinistra in Albania”. Finanziamento che sarebbe stato fatto tramite l’ambasciata degli Stati Uniti a Tirana e l’USAID. Rimanendo sullo stesso tema, all’inizio di questo mese un noto giornalista della statunitense Fox News, commentando lo scandalo del finanziamento dei 9 milioni di dollari e di “finanziamenti occulti della politica”, ha detto “Qual’è la differenza tra la filantropia e l’attività politica? Non c’è nessuna differenza se il tuo nome è George Soros”.

    A tempo debito e a più riprese, il lettore de “Il Patto Sociale” è stato informato del progetto strategico del primo ministro albanese e dei suoi sostenitori oltreoceano per controllare il sistema della giustizia. Chi scrive queste righe afferma che sono tanti i fatti accaduti che proverebbero questo controllo, diventato ormai, purtroppo, un’allarmante realtà. Afferma anche che sono tante le prove dello “specifico supporto”, da parte della Fondazione Società Aperta per l’Albania, nella riuscita di questo progetto. Una tra tutte, la dichiarazione del direttore esecutivo della Fondazione alla fine del 2016. Lui era “orgoglioso che gli esperti della Fondazione” avessero “contribuito alla realizzazione della Riforma della Giustizia in Albania”. Sono veramente tanti i fatti e le prove che ci vorrebbero molte pagine per elencare e descrivere tutto. Nel frattempo l’autore di queste righe domanda semplicemente: E se tutto fosse vero? Non gli rimane altro, per il momento, che ricordare una nota frase, secondo la quale a pensare male si fa peccato, ma spesso si azzecca!

  • L’Ue si dota di un fondo per sostenere le start-up

    Per evitare casi come quello di Spotify, innovativa start up europea che per quotarsi in Borsa e crescere oltre si è spostata negli Usa, la Commissione Ue ha deciso di andare in aiuto del mercato europeo dei capitali di rischio (venture capital), molto poco sviluppato rispetto a quello degli Usa. Bruxelles e Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno quindi lanciato un programma paneuropeo che darà ai sei fondi partecipanti il sostegno dell’Ue per investire nei capitali di rischio. L’Ue investirà 410 milioni di euro e i fondi raccoglieranno fino a 2,1 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati che a loro volta dovrebbero portare a circa 6,5 miliardi di euro di nuovi investimenti in 1500 start-up e nelle scale-up innovative, raddoppiando così il totale dei capitali di rischio attualmente disponibili nel continente.

    Il capitale di rischio, spiega Bruxelles, «è fondamentale per il buon funzionamento dell’Unione dei mercati dei capitali, ma nonostante ciò rimane poco sviluppato in Europa». Nel 2016 il capitale di rischio investito nell’Ue è stato di circa 6,5 miliardi di euro, contro i 39,4 miliardi di euro investiti negli Stati Uniti. I fondi di capitale di rischio in Europa hanno inoltre dimensioni troppo ridotte: 56 milioni di euro in media, rispetto ai 156 milioni di euro negli Stati Uniti.

  • US’ EPA says Obama-era emissions standards for cars too high

    Under Pruitt’s leadership, the EPA is still examining the California waiver

    Heightening the tension between the administration of US President Donald Trump and the State of California, Environmental Protection Agency (EPA) chief Scott Pruitt is expected to announce the completion of a Midterm Evaluation (MTE) process for greenhouse gas (GHG) emissions standards for cars and light trucks for 2022-2025 models.

    Pruitt is expected to reveal that in light of recent data, the current standards are not appropriate and should be revised, the EPA said in a press release on April 2. “The Obama Administration’s determination was wrong,” Pruitt said in the press release. “Obama’s EPA cut the Midterm Evaluation process short with politically charged expediency, made assumptions about the standards that didn’t comport with reality, and set the standards too high,” Pruitt argued.

    The move is also expected to cause a reaction from the European Union, which has spearheaded efforts to curb CO2 emissions and has criticised Trump’s plans to pull out of the Paris Climate Accord. The EU has also said it plans to boost its cooperation with the US states and industries that share Brussels’ climate change objectives and plans to cut C02 emissions.

    Under the Clean Air Act (CAA), the EPA sets national standards for vehicle tailpipe emissions of certain pollutants. Through a CAA waiver granted by the EPA, California can impose stricter standards for vehicle emissions of certain pollutants than federal requirements, the EPA said, noting that under Pruitt’s leadership, the Agency is still examining the California waiver. “Cooperative federalism doesn’t mean that one state can dictate standards for the rest of the country,” Pruitt said, adding that the EPA will set a national standard for greenhouse gas emissions that allows auto manufacturers to make cars that people both want and can afford — while still expanding environmental and safety benefits of newer cars. “It is in America’s best interest to have a national standard, and we look forward to partnering with all states, including California, as we work to finalise that standard,” Pruitt said.

  • La conoscenza: il valore economico e democratico

    La conoscenza rappresenta un valore base per consentire una vita consapevole dei propri diritti e dei propri doveri all’interno della propria vita professionale e sociale. In un mondo digitale in cui il flusso di informazioni bombarda quotidianamente ogni singolo cittadino è evidente come la conoscenza si presenti  in continua e costante evoluzione mantenendo inalterato il proprio valore ma ampliando giornalmente il proprio perimetro. Logica conseguenza di questa considerazione indica nella conoscenza una ricchezza sia per il singolo cittadino che per un’impresa economica. Entrambi la possono utilizzare al fine di comprendere quanto più sia possibile nel proprio contesto sociale o per una iniziativa imprenditoriale sintonizzare la propria gamma di prodotti ai reali bisogni dei potenziali clienti. Questo valore sociale ed economico  trova un terzo spessore anche nello stesso diritto il quale afferma che la mancanza di conoscenza non rappresenta una scusante al fine di giustificare un comportamento al di fuori delle normative vigenti.

    Entrando nella specifica attualità e tralasciando quindi  l’aspetto se non truffaldino perlomeno poco chiaro legato alla App di Facebook che permetteva alla società americana di entrare in possesso di tutti quanti i contatti di amici e parenti di chiunque avesse accettato questa app, tale vicenda offre un’immagine del nostro declino culturale e del doppiopesismo relativo alla semplice conoscenza.

    In economia il “marketing di domanda”, ancora adesso troppo poco compreso al di là di sterili dichiarazioni di interesse degli operatori del settore economico come da troppe aziende, rappresenta l’analisi precedente e preventiva relativa al mercato potenziale. L’applicazione approfondita di quest’analisi permette, sempre in rapporto al know how aziendale storico ed attuale, di identificare le reali aspettative del consumatore per il quale si intende creare un prodotto o una gamma di prodotti, quindi un’offerta merceologica che presenti il tratto identificativo del proprio brand ma che risulti anche in sintonia con le aspettative del mercato stesso composto da un’infinità di singoli consumatori. Il valore della conoscenza diventa così funzionale anche all’ottenimento di un successo commerciale ed economico il quale assicura benessere a chiunque lavori in quella azienda attraverso livelli di occupazione e retribuzioni adeguate.

    Questo valore legato alla conoscenza qualora venisse applicato al mondo dell’offerta politica diventa automaticamente quasi un disvalore, dimostrando l’assoluta supponenza ed arroganza nel campo dell’offerta politica nelle proprie articolate manifestazioni. Conoscere preventivamente le aspettative degli elettori, i quali magari possono presentare delle priorità diverse  rispetto a quelle pensate dal mondo della politica stessa, permetterebbe di  adottare all’interno del proprio programma una serie di iniziative programmatiche per rispondere a tali priorità. Una scelta che dimostrerebbe come in economia sia valido il principio secondo il quale è la domanda a determinare  l’offerta merceologica e di servizi e non più il fenomeno inverso. Sempre in ambito economico, questo viene determinato dalla profonda saturazione dei mercati delle economie occidentali, altrettanto valida in politica in quanto lo scollamento di questo mondo rispetto alle reali esigenze dei cittadini risulta ormai avvertibile, come anticipò nel 1981 il senatore Spadolini.

    Viceversa nella politica, e per la sua nomenclatura, ferma ancora agli anni cinquanta, completamente tronfia della propria posizione di privilegio non si chiede e tantomeno si pensa di adeguare il proprio programma alle reali esigenze degli elettori ma, attraverso il voto, si chiede una cieca e succube accettazione della propria superiorità espressa attraverso il programma che in questo caso diventa uno strumento di conferma della ‘elitarietà’ di chi lo ha realizzato.

    In altre parole si rimane fermi ad un banale ed obsoleto concetto di “marketing di prodotto”  nel quale in campo economico viene esaltata la singola creatività e capacità dell’azienda espressa  attraverso il prodotto proposto. Viceversa nel campo della politica l’assoluta superiorità intellettuale trova la propria affermazione attraverso la proposta di  questi programmi. In questo caso gli elettori diventano semplicemente uno strumento per l’approvazione delle proprie visioni strategiche ed ideologie. Quindi certamente la politica non si pone al servizio dei propri elettori che invece vengono utilizzati come beni strumentali per approvare il proprio programma ideologico.

     

    Francamente trovo assolutamente fuori luogo questo insorgere di proteste indignate verso la mancata tutela della privacy e soprattutto verso l’utilizzo di questi dati per creare dei programmi elettorali che risultato così più vicini e più consoni alle aspettative dei cittadini.

    Se questo fosse stato l’obiettivo finale ben vengano le profilazioni le quali mettono nelle condizioni la classe politica di elaborare programmi elettorali ed economici che possono risultare il più possibile vicini alle aspettative degli elettori. La parzialità di tale posizione di protesta viene confermata infatti dal fatto che non si è sentito nessun coro di illuminati protettori della privacy da quando l’Agenzia delle Entrate ha ammesso di utilizzare persino i dati del Telepass per profilare possibili evasori fiscali. Come se la privacy e la conoscenza non fossero dei valori in rapporto al loro utilizzo ma in rapporto al loro utilizzatore. Come non si è levato alcun coro al cielo di protesta quando da sempre i profili di consumatori vengono venduti alle grandi aziende le quali sulla base di queste conoscenze sintonizzano i propri prodotti e le campagne di comunicazione.

    Tornando al contesto politico e quindi alla possibilità di avere modificato l’esito delle elezioni statunitensi (il quale fino a ieri sembrava frutto all’interessamento di servizio russi) ora si giura sull’importanza della profilazione di cinquanta milioni di utenti Facebook. Partendo dagli effetti sull’economia statunitense che solo nel mese di febbraio ha creato 313.000 nuovi posti di lavoro ben vengano le profilazioni Facebook le quali consentono di individuare le reali esigenze dei consumatori come degli elettori che in entrambe le figure risultano sostanzialmente dei lavoratori.

    Un cambiamento forse focale che delimita e descrive i nuovi connotati non solo del mercato ma anche del mondo che sempre più vede al centro il singolo consumatore.

    Tutto questo determina nel mondo dell’economia un’attenzione maniacale alle esigenze e alle aspettative dei consumatori che rende in questo contesto ridicolo il solo pensiero di una supremazia della politica e dei propri rappresentanti. L’innovazione tecnologica e la digitalizzazione stanno togliendo ogni spazio all’intermediazione sia nel settore commerciale che in quello culturale, basti pensare alle crisi delle grandi catene di abbigliamento e calzature (il fallimento dell’italiana Trony unito alla scelta dell’azienda americana Foot Locker di chiudere  in due anni 257 punti vendita).

    Anche solo immaginare o, peggio, sperare come questa veloce evoluzione delle modalità di consumo che riguardano nuovi canali, come nuovi strumenti di comunicazioni e nuovi prodotti legati all’evoluzione dei consumi non possano non  influenzare il mondo della politica (da sempre sordo ad ogni sollecitazione che venga dal “basso”) rappresenta l’ennesima conferma del declino culturale di una classe politica tronfia e decisamente fuori tempo massimo come impostazione culturale la quale per giustificare le proprie sconfitte come  la distanza dal corpo elettorale non trova di meglio che accusare i social media e le loro applicazioni.

  • Gli Usa vogliono bloccare il gasdotto dalla Russia Nord Stream 2, ma c’è il nodo delle imprese europee

    Gli Stati Uniti vorrebbero ancora bloccare un gasdotto progettato tra Russia e Germania, ma non stanno spingendo per sanzioni contro le aziende coinvolte nel progetto. «Ci opponiamo al Nord Stream 2, preferiremmo che il gasdotto non fosse costruito affatto», ha detto il vice segretario degli Stati Uniti per la diplomazia energetica Sandra Oudkirk in visita a Bruxelles, poi a Parigi e Copenaghen (la Danimarca ha approvato l’anno scorso una legge per cercare di bloccare il gasdotto che attraversa le sue acque territoriali).

    Il Congresso degli Stati Uniti la scorsa estate ha approvato l’Adversaries Through Sanctions Act (Caatsa) che tra l’altro prevede sanzioni per le società che investono in progetti di esportazione di energia in Russia. Ma segnalando che «ogni azienda che opera nel settore dei gasdotti russi per l’esportazione di energia deve affrontare un rischio elevato di sanzioni» Oudkirk ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «non hanno parlato di annunci di sanzioni pendenti, pubblicamente o privatamente».

    La Commissione europea si è pure opposta al gasdotto, affermando che potrebbe essere contro le regole dell’Ue e definendo «rischioso» il progetto. Ma si è anche opposta alle potenziali sanzioni statunitensi ventilando la possibilità di rappresaglie se venissero ignorate le preoccupazioni relative agli interessi delle imprese dell’Ue.

    Intanto, il forum energetico Ue-Usa, che non si tiene da maggio 2016, resta bloccato.

  • La guerra dei dazi: il doppiopesismo europeo

    Nel 2017 gli Stati Uniti hanno presentato un saldo commerciale negativo per oltre 566 miliardi di dollari, di questi 375 miliardi solo con l’economia cinese. Al di là delle ragioni storiche legate soprattutto alla politica di delocalizzazione produttiva seguita in modo cieco e miope fin dagli anni settanta da tutte le amministrazioni precedenti a quella di Trump, risulta evidente che tale asset  economico statunitense non sia più sopportabile per l’amministrazione americana. Una delle strategie  adottate già all’inizio del 2017 venne individuata anche nelle politiche attive a sostegno di un incremento delle esportazioni. In questo contesto l’Unione Europea decise, sempre nel 2017, di bloccare le importazioni di carne statunitense. Tale blocco (al di là delle polemiche relative all’utilizzo di estrogeni o steroidi negli allevamenti americani) di fatto contraddice in modo evidente la politica tanto dichiarata di apertura dei mercati come dei flussi commerciali e finanziari da parte dell’intera classe dirigente ed economica europea.

    In quell’occasione Trump promise, o meglio minacciò, di introdurre dei dazi a seguito dell’impossibilità di esportare la propria carne all’interno dei mercati europei attraverso l’adozione di dazi ed in particolare per l’acqua minerale francese Perrier e l’italiana Vespa. In quel contesto Colaninno, patron della Piaggio, fece spallucce indicando  nella possibilità di esportare negli Stati Uniti la Vespa direttamente dal proprio stabilimento del Vietnam aggirando in questo modo i dazi imposti ai prodotti europei. A tal proposito è opportuno ricordare come lo stabilimento della Piaggio in Vietnam sia costato l’eliminazione dei dazi sul riso basmati vietnamita decisa dal governo Renzi nel 2015 per rendere possibile l’investimento in Vietnam. Un modo politico del governo in carica che ha fatto pagare all’eccellenza della risicoltura italiana un investimento di un privato imprenditore in terre straniere.

    Successivamente Trump, sempre per seguendo la politica di un riequilibrio dei flussi commerciali, all’inizio 2018 ha annunciato la possibilità di introdurre dei dati per l’alluminio cinese. In questo caso abbiamo assistito ad  un levare di scudi da parte del mondo accademico europeo come delle stesse massime autorità politiche dell’Unione e dei grandissimi economisti italiani i quali hanno visto in questa decisione un ulteriore attacco al mercato libero ed una esplicita applicazione della filosofia della nuova amministrazione americana definita con “American First”.

    Immediatamente è stata avanzata l’ipotesi, con l’appoggio di tutto il sistema dei media e di tutti i giornali italiani e internazionali, di  adottare dei dazi i Levi’s o le moto Harley-Davidson come contromossa politica ed economica. Una reazione scomposta anche perché successiva

    all’introduzione di un dazio relativo ad un prodotto cinese che non ha nulla a che fare con l’economia europea. Tale reazione assolutamente fuori luogo dimostra essenzialmente l’incapacità di leggere l’economia globale come indicatrice di un delirio e di un declino culturale che investe la classe dirigente europea ed italiana in particolare.

    Il sistema industriale cinese, in particolare quello dell’alluminio come dell’acciaio, sta vivendo un prolungato periodo contrassegnato da una sovracapacità produttiva legata a un rallentamento del mercato interno cinese e alla lunga crisi internazionale. Questa sovracapacità produttiva all’interno di un’economia avanzata come quella europea o statunitense porterebbe ad una politica di riconversione industriale e chiusura dei centri produttivi obsoleti e non più strategici come viene spesso indicato per quel che riguarda la sovracapacità produttiva nel mondo automobilistico.

    Viceversa, l’economia cinese ha deciso di inondare il mercato occidentale con dei prodotti assolutamente sottocosto, quindi espressione di un dumping, con l’obiettivo esclusivo di assicurarsi i volumi che permettono il raggiungimento del break even point degli impianti cinesi.

    In altre parole, la propria sovracapacità produttiva cinese invece di essere oggetto di una riconversione industriale all’interno del mercato cinese viene scaricata e così fatta  pagare ai lavoratori delle imprese dell’alluminio e dell’acciaio i quali si vedono spiazzati da  questa concorrenza sleale da parte di una economia che scarica le proprie inefficienze sui mercati mondiali.

     

    La scelta dell’amministrazione statunitense risulta quindi assolutamente giustificata in quanto non possono risultare le aziende ed i lavoratori statunitensi a pagare la sovracapacità produttiva cinese.

    Tornando invece alla scomposta reazione europea le considerazioni conseguenti non possono che essere tristi ed amare e riguardano due aspetti sempre di questa reazione ridicola.

    La prima riguarda essenzialmente la miopia della stessa Unione la quale ad un’azione finalizzata alla tutela del lavoro statunitense nei confronti di una economia terza (cinese) si inserisce senza neppure risultare coinvolta, minacciando per di più l’introduzione di dazi sui prodotti finiti. Un’azione che penalizzerebbe l’intera filiera produttiva in quanto adottata a valle della stessa e che coinvolgerebbe tutto un sistema industriale che partecipa alla realizzazione di un prodotto complesso, come ormai risultano essere tutte le diverse tipologie di beni di consumo, arrecando perciò un danno economico diffuso ad un sistema industriale e non più ad un singolo settore.

    Infine, sempre in relazione all’attività dell’Unione europea, l’ultima considerazione risulta  sicuramente quella più grave e che ridicolizza la stessa posizione europea, dimostrandone l’assoluto doppiopesismo.

    Risulta sufficiente ricordare infatti come solo cinque (5) mesi fa l’Unione Europea abbia introdotto dei dazi dal 29,2 al 54,9% sull’acciaio cinese per gli stessi motivi che hanno spinto, o meglio stanno spingendo, l’amministrazione americana all’introduzione di dazi sull’alluminio cinese. Quella decisione nell’ottobre 2017 non suscitò alcuna reazione da parte di quei dotti economisti, come dei giornalisti economici o del mondo accademico a tutela dei principi del libero mercato, come invece si registra attualmente in occasione della scelta di Trump. Un comportamento assolutamente ambiguo che coinvolge l’intera classe dirigente politica ed economica europea ed evidenzia ancora una volta come la disonestà intellettuale alberghi tanto all’interno della Unione Europea quanto nella mente di accademici che non ricordano quanto successo solo cinque mesi addietro.

    Dazi e principi economici non possono venire  utilizzati a proprio uso e consumo e soprattutto per assecondare comportamenti e convenienze politiche. Tutto questo dimostra una disonestà intellettuale, libera espressione di un declino culturale ormai inarrestabile.

  • Urso: uno Stato meno gravoso per ridare slancio all’Italia sui mercati globali

    Adolfo Urso si candida per FdI alle elezioni del 4 marzo e di seguito spiega quali sono i propositi che motivano la sua scelta di tornare in Parlamento.

    On. Urso, dalla sua scelta di tornare in pista per il Senato con Fratelli d’Italia, in Veneto ed in Sicilia, dobbiamo dedurre che voglia tornare a occuparsi di commercio internazionale, di cui è già stato viceministro?

    «Sì, anche se – a dire il vero – non ho mai smesso di occuparmi di questo settore determinante per l’economia e la produzione italiane. In questi cinque anni fuori dal Parlamento l’ho fatto in prima persona, da imprenditore che ha compreso ancora di più l’esigenza di uno Stato alleato con chi sceglie di portare l’Italia nel mondo. Con questa esperienza maturata anche su questo fronte spero di portare nella prossima legislatura le istanze e le soluzioni dei patrioti che in tutto il mondo lavorano per l’Italia».

    Negli anni in cui non è stato parlamentare, lei si è occupato di impresa e di migliorare i rapporti commerciali tra l’Italia e altri Paesi, anche extra-Ue come l’Iran. Ritiene che il sistema Italia dia sufficienti supporti alle nostre imprese che vogliano lavorare all’estero e sufficienti garanzie alle imprese che vogliano lavorare in Italia?

    «La sua è una domanda centrale nel mio discorso. Proprio nei giorni scorsi con la fondazione che dirigo, Farefuturo, ci siamo occupati anche di questo argomento. Il punto è proprio questo: senza una politica estera nel nome di un rinnovato protagonismo dell’Italia nello scacchiere internazionale chi fa impresa sarà lasciato da solo dinanzi a una competizione globale sostenuta dagli altri Stati. In Iran, per venire al suo esempio, come in Russia non è possibile – nel nome dell’interesse nazionale – accodarsi a campagne e a richieste, ad esempio le sanzioni, che lungi dal risolvere delicate questioni che andrebbero condotte per vie diplomatiche come risultato portano danni per chi ha scelto di investire in quei Paesi a tutto vantaggio dei competitor stranieri, molto più “realisti” dei nostri ultimi governi».

    Quali eventuali proposte o accorgimenti pensa di fare nella prossima legislatura per sostenere le imprese italiane all’estero o quelle estere in Italia?

    “Come dicevo prima, le nostre imprese nel mondo hanno bisogno di un rinnovato protagonismo dell’Italia nello scacchiere geopolitico: una presenza da riattivare come potenza regionale non sottomessa ad alcun registro che non siano l’interesse nazionale e il modello italiano che significa anche umanesimo del lavoro anche fuori dai confini. Per le imprese straniere in Italia, e che non intendono delocalizzare poi altrove, dovrà valere lo stesso “diritto” delle nostre: dobbiamo passare da uno Stato vessatorio ad uno Stato che supporta il reddito, il lavoro e le famiglie. La Corte dei Conti dice che per esplicare le questioni burocratiche un contribuente italiano spreca 269 ore ogni anno: il 55% in più dei contributori europei. Allo Stato finisce il 49% dello stipendio lavoratori: il 25% in più di quanto succede nel resto d’Europa. Davanti a questo uno dei 15 punti del programma di Fratelli d’Italia è dedicato proprio al sostegno e alla semplificazione per le imprese: la Flat Tax. Questa può essere applicata dal primo giorno di Governo sul reddito incrementale e dopo il primo anno lo faremo sul resto del reddito».

    Una volta eletto pensa di abbandonare la sua attività professionale o di proseguirla?

    «Proseguirò ovviamente anche nella attività lavorativa. Scelta, lo dico chiaramente, che dovrebbero fare tutti i miei colleghi per non perdere mai di vista le ragioni del mondo del lavoro. Questo, è altrettanto scontato, nell’interesse di tutti e dello sviluppo della Nazione. Elementi, entrambi, dei quali un rappresentante istituzionale non dovrebbe mai separarsi».

    In questa legislatura al Parlamento europeo sono stati fatti alcuni piccoli passi avanti su etichettatura, difesa del consumatore e tutela dei produttori, ma il vecchio progetto della denominazione di origine per i prodotti extra-Ue, pur proposto alla Commissione e approvato a grandissima maggioranza dal PE, è stato poi affossato al Consiglio europeo per volontà della Germania e dei Paesi del Nord Europea. Ritiene che sarebbe giusto che anche l’Europa avesse le stesse norme dei suoi maggiori partner e competitor economici, quali India e Usa? Ritiene che un’eventuale governo di centrodestra, che all’epoca non fu particolarmente deciso nel difendere manifatturiero e consumatori da marchi illegali e prodotti contraffatti (salvo ovviamente il suo operato), tornerà a proporre in Europa la necessità di una disciplina del Made In?

    «Di certo lo proporrà, perché lo ha proposto e denunciato in tutti i modi, Fratelli d’Italia. E io sono più che d’accordo. Il tema della difesa del “Made in” è fondamentale in quella revisione del nostro rapporto con l’Europa dalla quale non si può prescindere ma che deve tornare a rappresentare una casa dello sviluppo comune, non una gabbia. Sviluppo significa anche tutela della qualità, della produzione “etica”, che mette al centro la salute e i diritti sociali di chi lavora e di chi, da imprenditore, rispetta e investe su tutto ciò e per questo va sostenuto contro la concorrenza sleale».

    Come si concilia, se si può conciliare, la libertà degli scambi, cioè la globalizzazione, con l’attrazione per Donald Trump e la linea protezionista da lui perseguita che pure serpeggia all’interno della coalizione di centrodestra?

    «Donald Trump ha vinto e oggi governa perché non ha smarrito l’idea della “prossimità” che è un valore anche economico. La globalizzazione è una sfida che non si può ignorare ma dalla quale si deve uscire rafforzati non schiacciati. Per fare questo – e incentivare la sana competizione – è necessario sviluppare regole condivise e innalzare la qualità del welfare nei Paesi che intendono investire nel mercato comune. Quando salta questo principio l’operaio, il lavoratore autoctono si sentono depredati del patto stretto con il proprio Stato: a questi si è rivolto Trump e a questi ha promesso “America first”. La sua è una misura di emergenza, non è una soluzione strutturale: ma è politica con la P maiuscola. Attendiamo la fase due. I governi di centrosinistra italiani si sono fermati alla diagnosi, invece…».

    In un’epoca in cui la politica viene interpretata come un gioco infantile, coi like grillini e i tweet trumpiani, lei come pensa di interagire con i cittadini in campagna elettorale ed una volta eventualmente eletto, tanto più su un argomento spesso molto tecnico come quello del commercio internazionale?

    «Come ho sempre fatto: parlando a tutti e a tutti i livelli. Non sono un nativo digitale ma credo che la tecnologia abbia avvicinato le persone ai rappresentanti e viceversa: non sempre in maniera virtuosa e utile ma almeno la distanza è stata colmata. Allo stesso tempo non ho mai smesso di produrre contenuti e pensiero “lungo” assieme alla fondazione Farefuturo. Poi, le ha ragione, esiste il momento della decisione “tecnica”, a volte poco intellegibile al grande pubblico: ma, ne sono certo, se uno ha agito e spiegato sempre con chiarezza i propri passaggi, anche su un argomento di settore e strategico è possibile coinvolgere i cittadini. La salvezza dell’Italia deve tornare a essere un grande romanzo comunitario».

  • Washington doubles down on arms support to Kurdish allies in Syria

    The Donald Trump administration is doubling support for the Syrian Democratic Forces (SDF), including their Kurdish allies.

    Washington and Ankara have long been at loggerheads over their Syrian policy, with Washington prioritising the fight against IS. The aim of Washington’s increased support is to ensure SDF can hold on to territory in the Euphrates valley, gained from IS.

    Ankara treats local YPG Kurdish fighters as a Syrian branch of PKK. Last week Turkey reiterated its demand for Washington to renounce the Kurdish YPG force; Ankara is proposing to fill the power vacuum with Turkish and US troops.

    However, the Pentagon’s military aid focuses on assault rifles rather than heavier armament and vehicles. According to Al-Monitor, Syrian opposition forces – including the Kurdish fighters – expect to receive 25,000 AK-47s, that is, the Russian-made weapon of choice for irregular troops worldwide.

    The weapons cache will be sourced from the Czech Republic, Bulgaria, and Bosnia but will not include anti-tank missiles. In fact, Washington is planning to withdraw heavy vehicles and artillery and is cutting down on the supply of grenade launchers.

    During the recent meeting between the Turkish Foreign Minister Mevlut Cavusoglu in Ankara, Secretary of State Rex Tillerson pledged to coordinate more closely with the Turks in Syria.

    The US Defense Department is planning a 65,000-strong force, made predominantly of Arab opposition fighters. However, there are also unconfirmed reports of a Kurdish YPG force of 30,000 veterans.

  • US Independence

    Da anni ormai, come per il fenomeno fisico della deriva dei continenti, le sponde dell’ Oceano Atlantico  i due sistemi politico /economici europeo e statunitense sembrano allontanarsi, sempre meno sintonizzati ed in linea con obbiettivi e strategie per raggiungerli.

    Trovo incredibile lo stupore unito spesso al disappunto con il quale vengono giornalmente commentate e criticate le scelte strategiche non solo in ambito economico  di Trump, come nell’ultimo episodio dell’annuncio del trasferimento dell’Ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme in quanto  riconosciuta capitale dello Stato di Israele. Un riconoscimento che venne  approvato  dal congresso americano nel 1995 durante l’amministrazione Clinton per altro. La tempistica scelta dall’attuale presidente sicuramente può anche risultare opinabile ma contemporaneamente rende evidente come gli Stati Uniti, e non il solo presidente Trump, si muovano in un modo assolutamente indipendente da accordi internazionali e soprattutto senza preoccuparsi degli effetti che possano verificarsi negli scenari complessi e articolati che caratterizzano la politica estera nei diversi continenti.

    La incapacità di comprendere le nuove dinamiche economiche e politiche degli Stati Uniti emerse evidente già durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi ed in particolare successivamente all’elezione dell’attuale Presidente Trump. Ad elezione avvenuta infatti venne chiesto al premio Nobel per l’economia Paul Krugman quando e come si sarebbero ripresi i mercati a seguito della possibile elezione di Donald Trump.

    Il premio Nobel rispose “La mia risposta è mai“.

    Successivamente a questa arguta risposta, espressione di approfondite analisi delle dinamiche dell’economia americana del premio “Nobel per l’economia”, si ricorda a puro titolo di cronaca come dall’elezione di Donald Trump Wall Street abbia inanellato una serie senza fine di record fino a sfondare quota 26.000 punti e solo ora per un possibile rialzo dei tassi sembra fermarsi l’ascesa. Una ripresa del mercato finanziario successivo e contemporaneo a quello dell’economia industriale e reale la quale è ulteriormente supportata anche dalla promozione della riforma fiscale statunitense di quest’ultimo periodo che comporta, come elemento caratterizzante, la riduzione della Corporate Tax dall’attuale aliquota del 35% fino al 21%.

    Una riduzione che ha spinto i colossi dell’economia statunitense a varare piani sviluppo dell’occupazione all’interno dei confini Usa, come JP Morgan con un  piano di investimenti da 20 miliardi o Apple con l’assunzione di ventimila nuovi addetti o Wal Mart ed FcA che investono e distribuiscono bonus (e non rimborsi fiscali come il Governo Renzi).

    Questa decisione infatti assolutamente innovativa (per certi versi addirittura rivoluzionaria in relazione alle politiche economiche europee ed italiane degli ultimi vent’anni che si sono basate solo esclusivamente sulla leva monetaria e finanziaria) di ridurre la Corporate Tax nasce dalla ricerca del doppio obiettivo di ridare fiato alla redditività delle imprese e di conseguenza degli investimenti. In più la riduzione della Corporate tax aumenta la redditività delle azioni e di conseguenza il Roe e permette di combattere la delocalizzazione fiscale delle multinazionali americane.

    Questa decisione strategica ed operativa di fatto ha ancora una volta spiazzato anche il mondo politico ed economico europeo. Un mondo, quello europeo, che sta dimostrando una forte contrarietà rispetto a questa politica fiscale statunitense risulta francamente imbarazzante e banale nelle proprie giustificazioni.

    Uno stupore che si unisce poi all’incredulità quando il ceto politico europeo ha manifestato l’ardire di definire tale riduzione delle tasse come un attacco all’economia europea. Un’affermazione talmente improvvida e fuori luogo considerando che buona parte delle sedi fiscali delle multinazionali americane risulta essere  in Irlanda dove le aliquote Corporate si dimostrano molto più basse. In aggiunta si consideri anche la semplice scelta dalla FCA di trasferire la sede fiscale a Londra e quella legale in Olanda.

    Tornando quindi alle ridicole affermazioni dei ministri economici europei logica conseguenza di tale posizione dovrebbe essere quella di investire in una necessaria riforma fiscale per l’intero sistema economico e politico europeo con l’obiettivo specifico e dichiarato di uniformare le aliquote dei singoli paesi. Si é scelta invece la strada della critica  e di accusare gli Stati Uniti i quali operano come un sistema economico legato solo da vincoli commerciali e non politici con l’Europa. Senza dimenticare che se il principio della libera concorrenza viene considerato valido con l’obiettivo di migliorare la produttività dei sistemi industriali nazionali nel contesto di un mondo globale allora questo principio in quanto tale risulta assolutamente applicabile anche alle pubbliche amministrazioni attivandone e promuovendo il miglioramento della produttività in funzione di vari sistemi economici nazionali . Un principio infatti risulta valido indipendentemente dal contesto nel quale venga applicato.

    Molti intendono ed interpretano questo nuovo isolazionismo (quando invece molto spesso si tratta di un iperattivismo politico ed economico decontestualizzato dal momento storico) come risultante solo ed esclusivamente della personalità fuori dagli schemi  anche sotto il profilo mediatico del nuovo presidente Trump.

    Si pensi a quante volte le uscite sicuramente non troppo ponderante del presidente degli Stati Uniti suscitino la ilarità e forti critiche per un banale Tweet.

    Già nel 2013 personalmente scrissi su www.capiredavverolacrisi.com come il futuro prossimo della politica degli Stati Uniti sarebbe stato assolutamente caratterizzato da una ritrovata  libertà da ogni vincolo energetico che ne aveva condizionato le principali dinamiche dal momenti della  perdita dell’indipendenza energetica negli anni 70.

    Già infatti all’inizio di questo decennio risultava evidente la capacità degli Stati Uniti di raggiungere l’indipendenza energetica assoluta entro 2018/20 riuscendo a portare la tecnologia shale oil alla propria  potenzialità ideale.

    A questo si aggiunga che queste nuove capacità estrattive legate ed al tempo stesso espressione della costante e continua innovazione tecnologica nelle tecniche di estrazione dello Shale Oil hanno permesso infatti di abbassare il punto di break even point del petrolio Usa in pochi anni da $78 ai 50 attuali ma con l’obiettivo di raggiungere in un paio d’anni i 34 dollari.  A tal proposito per offrire un termine di paragone si ricorda come il tasso di estrazione del petrolio saudita risulta pari a 1 dollaro.

    Questa nuova tecnologia estrattiva pone gli Stati Uniti come uno dei principali produttori di petrolio al mondo (ovviamente non si tiene in considerazione l’Opec come sintesi di tutti i paesi produttori e Medio Oriente) ed unita ad una scelta di politica economica estera e strategica che li vede alleati con la stessa  Arabia Saudita, che rappresenta la nazione al mondo con le più alte e maggiori riserve petrolifere (18%), rende ancora più indipendente la politica, in particolare estera, americana in quanto libera da ogni vincolo energetico. Agli occhi più attenti infatti già con l’amministrazione Obama si poteva intravedere un inizio di dismissione del ruolo di polizia internazionale che gli Stati Uniti avevano svolto fino ad allora.

    La conferma di questa solida Alleanza con l’Arabia Saudita poi trova una evidente conferma dall’investimento di 9,3 miliardi di dollari da parte della dirigenza Saudita nell’allestimento del più grande impianto di shale Oil del Texas. Se poi si aggiunge la possibilità di utilizzare le nuove petroliere da 2 milioni di barili  il tutto non farà che rafforzare l’alleanza come la posizione di preminenza degli Stati Uniti e la loro forte Indipendenza nelle politiche fiscali commerciali ed estere nei confronti degli alleati stessi.

    La sintesi di questa evoluzione tecnologica e gli accordi internazionali dimostrano essenzialmente come, al di là della personalità del presidente gli Stati Uniti, le politiche e le strategie statunitensi risultino svincolate da ogni possibile ricatto energetico e quindi siano politicamente indipendenti da ogni condizionamento dei paesi arabi produttori petrolio che hanno condizionato tutta le politiche estere Usa e come invece attualmente continuano a condizionare le sole politiche estere europee.

    Queste superficiali  analisi del mondo europeo  che trasudano di  una ingiustificata arroganza legata ad una ipotetica “supremazia intellettuale” nel definire la politica degli Stati Uniti come una perversione del nuovo presidente e che individuano nella personalità di Trump la ragione di queste scelte decisamente atipiche ed al di fuori degli schemi dimostrano in modo  inequivocabile la insufficiente capacità di analisi economica e politica che investe la classe dirigente nella sua completezza Europea .

    Emerge evidente ora come l’indipendenza energetica abbia reso gli Stati Uniti sicuramente la più importante forza economica e politica anche rispetto alla stessa Cina la quale invece dipende ancora oggi dalla produzione di petrolio dei paesi arabi. Ed in questo senso infatti le autorità politiche cinesi stanno cercando di acquisirla attraverso investimenti in Africa al fine di raggiungere una possibile o quantomeno probabile indipendenza energetica contemporaneamente a quelle per l’approvvigionamento delle preziose materie prime utilizzabili per i prodotti High Tech. Questa indipendenza risulta talmente importante e successivamente rafforzata dall’alleanza con la prima  potenza energetica come l’Arabia Saudita la quale rappresenta ancora oggi la prima nazione per quanto riguarda le riserve di petrolio.

    Ridicolizzare ad ogni analisi la politica statunitense appiattendosi sulla personalità del nuovo presidente degli Stati Uniti dimostra essenzialmente di non avere ancora oggi compreso le dinamiche economiche e nel caso specifico soprattutto quelle energetiche che hanno condizionato nel passato la politica estera di tutti i paesi e che vedono ora gli Stati Uniti finalmente indipendenti .

    PS: Dati produzione 2016:

    Usa                         14.827.000 barili /giorno
    Arabia Saudita       12.240.000
    Russia                     11.240.000
    Cina                          4.874.000
    Canada                     4.568.000
    Iraq                           4.448.000
    Iran                           4.138.000
    Emirati Arabi Uniti  3.765.000
    Kuwait                      2.018.000

  • La Via della Seta cinese attraverso il Polo innesca la corsa agli investimenti

    Sono previsti numerosi progetti infrastrutturali nell’Artico, ora che la Cina ha definito la strategia della “Via della Seta sul Ghiaccio”.

    Il 24 gennaio il governatore dell’Alaska Bill Walker ha riunito molti sindaci locali per discutere progetti di cooperazione con la Cina, in particolare la costruzione di un gasdotto di 1.280 km dalla contea del North Slope fino alla penisola di Kenai, per la spedizione verso l’Asia. Una volta liquefatto, quasi il 75% del gas andrà alla Cina. Walker si consulta regolarmente con la Casa Bianca, e ha accompagnato il Presidente Trump durante la sua visita a Pechino lo scorso novembre. Ha anche ricevuto il Presidente cinese Xi Jinping al ritorno dalla visita di quest’ultimo in Florida, lo scorso maggio.

    L’Alaska coopera con la Cina anche per il terminale appena aperto a Yamal, in Russia, che gestirà le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) non solo verso la Cina e l’Asia ma anche verso l’Occidente.

    Esperti finlandesi hanno presentato il 19 gennaio una proposta per una “ferrovia artica” ai governi della Finlandia e della Norvegia e una decisione a proposito potrebbe arrivare già in marzo. La ferrovia, lunga 500 km e dal costo di 3,4 miliardi di dollari, collegherebbe i porti di Kirkenes (Norvegia) e Rovaniemi (Finlandia) e aprirebbe la rotta artica del Mare del Nord che si snoda lungo la costa siberiana della Russia a tutta la Scandinavia, ai Paesi baltici e alla Polonia, tramite la rete ferroviaria finlandese. La rotta, che naturalmente funzionerebbe in entrambe le direzioni, ridurrebbe del 40% la distanza dal Canale di Suez.

    Esperti di Finlandia e Cina hanno cominciato a lavorare al progetto di cavi sottomarini trans-artici che ridurrebbero del 40% anche la distanza tra Europa ed Asia. Il progetto rivitalizzerebbe un vecchio piano russo, il ROTACS (Russian Optical Trans-Arctic Cable System) stabilendo un collegamento via cavo diretto tra Londra e Tokyo, passando per la Cina e la Russia. Il Presidente finlandese Sauli Niniisto è un forte fautore di buoni rapporti con Cina e Russia. Niniisto ha sempre respinto le offerte di aderire al riarmo militare della NATO contro la Russia, e la sua strategia di buoni rapporti economici con Mosca gode del sostegno di due terzi dell’elettorato. Anche Niniisto ha ricevuto il Presidente cinese Xi prima che si recasse negli Usa lo scorso maggio, per discutere come espandere la cooperazione economica.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.