Interviste

Emanuela Baio: diabete in aumento anche a causa di informazione e prevenzione lacunose

L'Italia trent'anni fa è stato il primo Paese al mondo a varare una legge in difesa delle persone affette dalla grave patologia ma la consapevolezza sui rischi e le conseguenze è ancora troppo poca.

In Italia sono 4 milioni i malati di diabete, l’aumento negli anni è stato esponenziale e il numero potrebbe crescere perché la prevenzione è ancora troppo poca e gli stili di vita attuali sono sempre meno salutari. A ciò si aggiunge una differenza di approccio alle diagnosi tra Regioni. Di tutto questo e non solo ‘Il Patto Sociale’ ha parlato con la Sen. Emanuela Baio, autrice del libro ‘Trent’anni di sfida al diabete. Legge 115/87 e non solo’

A trent’anni dall’approvazione della legge 115 del 1987 risulta, purtroppo, che da allora le Regioni non la hanno ancora applicata completamente e correttamente. Quali sono, secondo lei i motivi di questa colpevole disattenzione e quali le Regioni maggiormente inadempienti? 

In Italia siamo di fronte ad un federalismo disordinato perché purtroppo una legge quadro come è la legge 115 dell’87 che deve essere obbligatoriamente applicata in modo uguale su tutto il territorio nazionale di fatto invece, essendo la materia sanitaria una materia concorrente, viene applicata in modo diverso. Viene applicata in modo uguale per quanto riguarda i farmaci, viene applicata invece in modo diverso per quanto riguarda sia l’aspetto diagnostico che l’aspetto terapeutico inteso come organizzazione dei centri di diabetologia. Esiste una differenza sostanziale tra regioni come la Lombardia, l’Emilia o la Toscana e regioni come la Calabria o la Sicilia a causa del federalismo disordinato. Si può esser d’accordo sul federalismo – perché l’aspetto organizzativo può essere diverso da regione a regione – purché però garantisca al cittadino, in questo caso il cittadino che ha una malattia cronica come il diabete, gli stessi identici diritti, invece, per esempio, per quanto riguarda i dispositivi medici, ovvero le penne per il rilievo dell’insulina e i dispositivi per la rilevazione della glicemia, purtroppo c’è una differenza da regione a regione. Alcune garantiscono la possibilità di avere il microinfusore altre non lo garantiscono. Trattandosi di dispositivi medici tutto deve essere sempre legato ad un piano terapeutico che deve essere stabilito dal medico curante, in questo caso il diabetologo, che dispone la cura. Purtroppo però siamo di fronte a questa differenza abissale che rischia di compromettere la salute delle persone, l’appropriatezza terapeutica, perché non tutti vedono garantiti i propri diritti, e tutto il sistema sanitario nazionale creando una discriminazione tra persone. E’ un non senso perché se una persona affetta da diabete non si cura costantemente rischia complicanze che ricadono sul suo benessere ma anche sulle casse dello Stato.

I frequenti tagli alla sanità non potrebbero aver spinto ad incentivare ricerche e attenzione verso malattie che creano più ‘interesse’ dal punto di vista comunicativo sebbene il diabete porti a conseguenze gravissime come l’insorgere di gravi malattie, amputazione di arti e in tanti casi anche alla morte?  E in Italia parliamo di ben 4 milioni di diabetici…
Certo! Il diabete è una malattia invalidante e mortale se non è curato adeguatamente perché conseguenza del diabete possono essere malattie cardiovascolari, malattie renali, malattie del sistema nervoso, quindi una persona affetta da diabete deve effettuare annualmente esami diagnostici specifici. Esistono dei protocolli, con delle linee guida, che sono stati sottoscritti dalle comunità scientifiche insieme al Ministero e che vanno seguiti. Gli esami sono garantiti ed effettuati gratuitamente a carico del servizio sanitario nazionale ma di fatto però questo non avviene in modo uguale in tutte le regioni. E’ fondamentale, accanto alla cura, uno stile di vita corretto, attività fisica costante e alimentazione salutare. Purtroppo non tutti i centri di diabetologia seguono questi aspetti, cioè esami diagnostici e ricettazione dell’alimentazione: diabetologo, nutrizionista, medico dello sport devono far capire anche alla persona che è importante seguire uno stile di vita corretto. E’ un problema molto importante quello della educazione terapeutica della persona  con diabete.

Cosa manca perché vi sia un’adeguata prevenzione ed informazione che renda tutti più consapevoli?
La prevenzione riguarda la medicina generale e le farmacie che incontrano quotidianamente i potenziali pazienti e dei quali conoscono anche la cartella clinica. Il medico dell’ambulatorio se non la conosce la chiede e, meglio di chiunque altro, oltre al problema del sovrappeso e all’obesità conosce anche la familiarità e quindi la predisposizione al diabete. Questo è il modo migliore per effettuare la prevenzione ma non vengono investite risorse… Il tema della prevenzione è quello meno praticato in Italia, così mentre per quanto riguarda la diagnosi e la cura ci sì sono differenze regionali  ma c’è un buon sistema, per quanto riguarda invece la prevenzione siamo molto, troppo lacunosi.

Anche la politica sembra prestare poca attenzione al problema. Si può parlare di indifferenza per il problema o di poca lungimiranza rispetto al passato?
Dal 1987 è stato fatto molto ma non dobbiamo fermarci, bisogna fare passi in avanti. Il numero dei diabetici è andato aumentando, siamo davanti ad un milione di diabetici che non sa di esserlo e lo scopre solo successivamente perché manca la prevenzione.

Un sguardo all’attualità più stretta: a parte il discutibile modo di scegliere, perché Paesi come la Spagna, la Germania e la Francia non hanno sostenuto la candidatura italiana dell’EMA? Quali le ragioni politiche o reali?
Hanno tirato a sorte il destino dell’umanità, perché è di questo che si occupa EMA. Sembra di leggere il versetto 19,23-24 di Giovanni: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca … Si sono spartiti tra loro i miei vestiti e sulla mia tunica hanno tirato a sorte”. Questa metafora ben descrive ciò che è avvenuto oggi in questa Europa malata, che non ci appartiene. Hanno scelto di non scegliere, o meglio hanno mutuato una regola del calcio, la regola della monetina. Non ci vogliono! La tunica altro non è che la rappresentazione dei nostri valori, di quei valori etici e morali di cui la cultura cristiana ne ha fatto baluardo e difesa dei principi fondanti dell’umanità. Tutto è finito invece in un Paese che ha fatto del relativismo la sua regola. Il destino scellerato in cui ci ha portato “la monetina” potrebbe condurci in un baratro culturale proprio di fronte al futuro della farmaceutica.  Etica e scienza sono ad un bivio. Come italiani ricchi di valori non dobbiamo e non possiamo arrenderci.

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Raffaella Bisceglia

Pugliese trapiantata a Milano da 13 anni, è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Giornalista professionista dal 2001 attualmente svolge l’attività di addetta stampa e collabora con Famiglia Cristiana e Cronaca Qui. In passato ha lavorato, tra gli altri, per le emittenti televisive Telenova e Telepiù, per il quotidiano Il Meridiano e scritto di calcio e televisione per i siti Calciomercato.com e Datasport e il settimanale Controcampo.

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