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Unilateralismo ideologico

Al di là delle singole posizioni, tutte ovviamente legittime, sulle ultime iniziative politiche ma soprattutto economiche dell’amministrazione statunitense emerge un allarmante quadro relativo alle politiche di sviluppo che si intendono seguire all’interno dei cosiddetti mercati evoluti come quello occidentale, in particolare europeo ed  italiano, da parte di quegli esponenti politici e del mondo economico che vedono in Trump il male assoluto.

La decisione infatti di introdurre da parte dell’amministrazione americana i dazi sull’alluminio e sull’acciaio cinese (i cui prezzi in ribasso rappresentano la sovracapacità produttiva cinese) ha scatenato l’intera nomenclatura economica europea ed italiana nel suo complesso portando addirittura premi Nobel a scrivere all’interno di quotidiani italiani interventi stilisticamente indegni  di un premio Nobel ma anche nella sostanza intolleranti (in quanto veniva sbeffeggiato anche  l’aspetto fisico e la “stupidità” dell’attuale presidente degli Stati Uniti), come se questa mancanza di stile potesse rafforzare la propria critica alla decisione dell’amministrazione statunitense e nel quale si arrivava persino ad offendere il presidente degli USA. Tutto questo avveniva con la compiacenza della redazione e di un direttore  di un quotidiano italiano espressione di una delle più grandi associazioni di categoria.

Viceversa, non si era sentita nessuna protesta né tanto meno pensiero contrario inneggiante alla preservazione del libero mercato quando invece nell’ottobre 2017 l’Unione Europea aveva introdotto i dazi dal 23,4 al 53,2% sempre contro le importazioni dell’alluminio dell’acciaio cinese, espressione di un’economia che di fronte ad una sovracapacità produttiva non ristruttura le imprese ma inonda il mercato dei propri prodotti. Una scelta, quella europea, perfettamente in linea con la politica dell’Unione dimostrata tra l’altro dal livello medio di dazi europeo al 5,3%, superiore a quello degli Stati Uniti che risulta al 3,5%. Una strategia europea assolutamente simile a quella statunitense anticipata solo di pochi mesi rispetto all’amministrazione Usa.

Scelte strategiche dell’amministrazione Trump logica conseguenza del precedente divieto di esportazione delle carni statunitensi verso i mercati europei: anche in questo caso risulta evidente il silenzio complice della  nomenclatura economica in quanto tale decisione di fatto annullava da parte europea l’esistenza stessa di un mercato globale ed aperto e che dimostra anche chi abbia veramente cominciato la guerra commerciale della quale ora sembrano tutti lamentarsi. Anche in questo ennesimo e specifico caso emerge evidente una disparità di atteggiamento culturale ed economico  da parte della classe politica, come di quella dirigente, europea nei confronti della medesima azione di politica economica ma con differenti soggetti politici.

Contemporaneamente nessuno di questi dotti esponenti dell’economia evoluta e della realtà accademica occidentale aveva trovato nulla di contrario al libero commercio e quindi all’affermazione del mercato globale nell’applicazione imposta dallo Stato Senese del dazio del 25% sull’importazione di auto estere all’interno del mercato proprio. Come nessuno, sempre di questa nomenclatura, ha avuto l’onestà intellettuale di comprendere che l’attuale apertura della Cina ad un possibile futuro abbassamento dei dazi (a partire dalle auto importate come ad acquisizione di pacchetti azionari superiore del 50% di aziende cinesi) risulti semplicemente l’effetto della pressione politica ma sopratutto economica che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre al colosso cinese con la semplice decisione di apporre dei dazi espressione di un modificato atteggiamento nei confronti delle proprie strategie economiche di sviluppo.

In questo senso va ricordato come nel febbraio 2018 l’economia statunitense abbia creato 213.000 nuovi posti di lavoro mentre la crescita trimestrale risulti superiore rispetto alle più rosee previsioni degli analisti (2,3 % rispetto al 2% previsto). Risultati complessi ed articolati che da soli ridicolizzano tutte le teorie relative ai possibili disastri economici dalle elezioni Trump ad oggi.

Probabilmente lo stesso riavvicinamento della Corea del Nord a quella del Sud nasce da un indebolimento della posizione politica ed economica cinese da sempre a sostegno della Corea del Nord. Un modificato atteggiamento della Repubblica cinese, frutto della nuova e sicuramente più pressante politica economica del colosso statunitense.

Tornando Tuttavia alle problematiche economiche europee e soprattutto italiane francamente si rimane esterrefatti di fronte a questo atteggiamento dimostrato in molteplici occasioni da parte delle nomenclature economiche come delle classi dirigenti europea ed italiana nei confronti delle dinamiche economiche internazionali in un mercato sempre più complesso ed articolato che proprio per questo meriterebbe posizioni in continua e rapida evoluzione.

Non trova infatti una ragione, e tantomeno una motivazione razionale, la continua e costante posizione a favore e nei confronti delle economie dei paesi in via di sviluppo come prossimamente avverrà anche attraverso la futura eliminazione dei dazi sul riso che l’Unione europea ha intenzione di azzerare. Un’altra scelta appoggiata dal gotha economico europeo che va contro lo sviluppo della risicoltura europea ed italiana in particolare, quest’ultima già esposta ad un dumping economico a causa delle importazioni di riso vietnamita privo di dazi grazie ad una scellerata scelta del governo Renzi per favorire la realizzazione di uno stabilimento Piaggio in Vietnam.

Non si riesce a comprendere quale possa essere il pensiero economico di questi stessi esponenti che si dichiarano apertamente a favore della Gig Economy e che avevano individuato nel candidato alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton il proprio esponente di riferimento quando invece le economie che registrano i maggiori tassi di crescita (che si ricordano risultano in sintesi espressione di tre fattor: 1.aumento delle esportazioni, 2. Importazioni, 3. rivalutazione della valuta), come quella Svizzera, sono quelle in cui vengono tutelate, anche sotto il profilo economico collocandole all’interno delle dieci professioni più retribuite, figure professionali come la maestra d’asilo e delle elementari e l’ostetrica assieme alla professione del falegname. Riconoscendo in questo modo il valore storico e formativo di figure che invece da trent’anni anni vengono sempre più derise e penalizzate proprio dalla classe politica dirigente ed economica italiana come espressione di una cultura, o meglio di una vetero cultura, da contrapporre alla New Economy, alla Gig Economy e alla Sharing Economy.

Non si riesce a capire come questo unilateralismo politico ed economico posso assicurare un qualche tipo di sviluppo all’interno di un mercato sempre più competitivo quando vengono a mancare i paradigmi normativi che potrebbero, proprio partendo dal mercato stesso, assicurare successo alle filiere industriali europee ed italiane in particolare semplicemente attraverso una loro puntuale tutela normativa. Sembra incredibile come questa nomenclatura economica che ha bollato fino a pochi anni fa l’economia industriale come Old Economy a favore della propria posizione  favorevole alla New Economy, che non ha portato nessun tipo di sviluppo in Italia a livello occupazionale, ora individui nel semplice fattore di ammodernamento tecnologico e digitale  “industria 4.0” (passaggio ineludibile ma non per questo portatore di nuova occupazione) l’unico fattore di sviluppo economico italiano. Un passaggio sicuramente fondamentale ma i cui effetti andrebbero considerati per cercare di anticiparne le ricadute sociali.

Non si riesce a comprendere come si possa ancora giustificare una posizione comune anche ai dirigenti delle più grandi università italiane, tuttora arroccate sulla solita monotona quanto banale posizione che individua nel solo aumento della produttività (che nel 2017 risulta aumentata dello 0,9%) la via per far fronte ai dumping fiscale, economico e sociale dei paesi a basso costo di manodopera. Tra l’altro un incremento di produttività che nel 2017 non ha portato con sé alcun beneficio in termini di occupazione.

E non si riesce a capire come la Gig Economy, che altro non è che una piattaforma nella quale una persona con la propria professionalità viene retribuita a chiamata (vera e propria estremizzazione del contratto a chiamata italiano il quale al confronto della Gig Economy figura come un contratto stabile), possa rappresentare una forma di sviluppo quando invece il riconoscimento delle professionalità e la loro tutela, esattamente come espressione individuale o come appartenente ad una filiera complessa industriale, arrivando ad un prodotto finito espressione del made in Italy, rappresenterebbe l’unica forma di creazione di valore e quindi di ricchezza per un paese.

Sembra incredibile come un’articolata e variegata nomenclatura economica non abbia imparato nulla dalla storia. Quella stessa storia che ha valorizzato, una volta ancora, riportando al centro dello sviluppo italiano i distretti industriali, la loro evoluzione e la loro forte capacità di esportazione quando questi stessi parlavano, solo pochi anni fa, della necessità del superamento dei distretti produttivi a favore della grande industria.

A questo punto è evidente che le questioni che si pongono di fronte alle motivazioni di questo atteggiamento interamente a favore delle economie emergenti, e comunque penalizzante nei confronti delle PMI e delle politiche di sviluppo, possano risultare motivate essenzialmente da due tipologie di ragioni. La prima parte dalla considerazione amara che anche questi esponenti risultino espressione di quel declino culturale che si basa essenzialmente su delle competenze invariate nel tempo ed assolutamente granitiche ma che impediscono quello che la cultura generalmente assicura, cioè l’apertura al nuovo come alla conoscenza delle evoluzioni ed alla capacità di sintonizzarsi con le stesse. La seconda, forse più ideologica, riguarda espressamente la competenza e la qualità dei singoli esponenti della nomenclatura economica, espressione di  persone scelte in base alla propria ideologia politica all’interno della quale hanno sviluppato delle competenze economiche ma dalla quale non riescono a liberarsi.

Tuttavia questo unilateralismo sta costringendo il nostro Paese ancora oggi a non comprendere le ragioni della nostra crisi e tantomeno individuare le vie per lo sviluppo nei prossimi anni. Il mercato in questo senso rappresenta l’unica soluzione e soprattutto l’unica via per uno sviluppo compatibile e sostenibile che assicuri un buon livello occupazionale per il nostro paese come per l’Europa in generale. Un mercato che risulti espressione della moltitudine di  consumatori, ognuno dei quali venga messo nella condizione di apprendere e di conoscere la realtà produttiva quindi la filiera alle spalle di ogni prodotto espressione di un qualsiasi Made In.

In altre parole, paradossalmente lo sviluppo economico parte essenzialmente dalla capacità degli organi politici internazionali, come l’Unione Europea, di fornire un quadro normativo di riferimento al fine di offrire l’opportunità al consumatore di valutare. In altre parole la CONOSCENZA  rappresenta il fattore di sviluppo economico ed in continua evoluzione la quale, viceversa, viene osteggiata e penalizzata dalle attività normativa dell’Unione Europea, forte del supporto della nomenclatura economica nel suo complesso attraverso quadri normativi che non offrono alcuna tutela alle filiere industriali o di qualsiasi altra tipologia di filiera complessa. Partendo dalla ridicola  considerazione che vede nell’abbassamento dei prezzi al consumo un fattore di maggiore ricchezza per i consumatori (mai percezione risulta così errata), quando invece la concorrenza senza vincoli di cui questi prezzi risultano l’espressione desertifica cent’anni di storia industriale del nostro Paese come di quella europea nel suo complesso.

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