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Cantarelli: da simbolo dell’eleganza a quello del declino culturale

La vicenda Cantarelli, storica azienda di abbigliamento uomo di Arezzo, con la dichiarazione di fallimento del 16 maggio 2018, rappresenta l’apogeo della mediocrità di una classe politica governativa incapace e, probabilmente, anche intellettualmente disonesta.

L’ultimo fatturato di Cantarelli prima del commissariamento e relativo al 2015 era di 16 milioni e mezzo. Il commissario ministeriale è un avvocato fiorentino, noto per le proprie “competenze” in ambito tessile abbigliamento, nominato dal Mise che dimostra notevole padronanza delle complesse dinamiche del settore. In due anni e mezzo il fatturato ha subito una prima contrazione del 50%, dopo un solo anno di gestione commissariale da 16 milioni a 8 milioni e l’anno successivo cadendo a 4 milioni, fino arrivare a 2,5  alla data della dichiarazione di fallimento. E’ evidente l’incapacità del commissario anche solo di mantenere le quote di produzione in conto terzi che la Cantarelli ha sempre ottenuto grazie alla propria qualità produttiva.

Sicuramente la crisi finanziaria del gruppo aretino avrebbe meritato una  gestione  diversa, per esempio attraverso un concordato in continuità che avrebbe permesso il mantenimento della realtà produttiva, ma anche con una diversa  gestione commissariale finalizzata al mantenimento e all’acquisizione di produzione contoterzista la quale avrebbe mantenuto la produzione attiva e riavviato anche un minimo di cash flow. In questo modo, invece, si azzerano  la storia ed il valore di un simbolo del made in Italy che meritava una diversa  strategia  sia come forma di rispetto per  le persone che ci hanno lavorato e per quelle che ci lavorano tuttora, sia per il valore del Made in Italy stesso.

Risulta incredibile come tale declino aziendale sia avvenuto  nel più assoluto disinteresse generale di una classe politica governativa  ed imprenditoriale che afferma senza pudore di voler tutelare tutte le produzioni italiane portatrici  di cultura e che si dichiara attenta ai valori che esprime il Made in Italy ma che poi nella realtà si affida a persone assolutamente incompetenti proprio nel momento della gestione delle emergenze che invece richiederebbero professionalità e competenze specifiche.

Questa stessa classe politica ed imprenditoriale che non riesce a trovare la quadra per salvare un’azienda con 250 dipendenti che ha segnato ed insegnato l’eleganza maschile nel mondo. Paradossale poi la scelta, anche temporale, della dichiarazione di fallimento quando ancora all’interno dell’azienda rimangono  ancora da consegnare 6000 capi presso la rete vendita che rappresentano comunque due milioni e mezzo di fatturato. Ulteriore dimostrazione, in questo caso, dell’incapacità complessiva  nella valutazione anche della magistratura nel riuscire ad interpretare le esigenze di un mercato particolare come quello del tessile abbigliamento. Una diversa gestione commissariale avrebbe poi mantenuto  costante il valore del marchio Cantarelli sul mercato, ora svilito per la assoluta inattività e ridotto ad un brand non più supportato dal valore delle competenze della  manifattura italiana.

La vicenda Cantarelli rappresenta  l’ennesimo fallimento di aziende  che non vengono più considerate strategiche dalla classe politica dirigente, come da quella governative la quale, attraverso il Mise, invece di aiutare a superare la crisi spesso finanziaria con la nomina di un commissario assolutamente non competente svilisce e deprezza il valore stesso dell’azienda. E’ talmente lunga la catena di incompetenze intervenute  nella vicenda Cantarelli da considerare anche l’esistenza di un “disegno”  relativo ad una strategia per aggiudicarsi un’azienda ma soprattutto il brand a costo “zero” successivamente alla dichiarazione di fallimento.

La fine della  Cantarelli rappresenta un fallimento  di questo governo in uscita incapace di trovare all’interno delle varie opzioni una soluzione per 250 dipendenti e per le loro famiglie, senza comprendere che il tessile abbigliamento rappresenta un mercato assolutamente particolare e complesso da richiedere professionalità altrettanto articolate che conoscano appieno  le tempistiche, le dinamiche e l’organizzazione di questo mercato sempre più globale.

Paradossalmente, infatti, a pochi chilometri di distanza in linea d’aria l’inglese Burberry acquisisce un sito di produzione di accessori in pelle e borse suscitando inevitabilmente due semplici considerazioni. Innanzitutto le grandi  aziende estere, soprattutto quelle con visioni strategiche articolate e complesse ma adeguate al mercato globale, si stanno strutturando  verso un processo di In-sourcing (più volte descritto da chi scrive per quanto riguarda le PMI svizzere, in particolare quello dell’altra orologeria), un mercato che di fatto ha praticamente eliminato le stagioni di vendita e di produzione al quale le aziende rispondono attraverso l’integrazione delle produzioni sempre più complesse di realtà una volta esterne. Una scelta organizzativa che risulta ottimale se integrata all’interno di un unico processo produttivo rispetto a quello dell’outsourcing che prevede rapporti con centri di produzione esterni, con problematiche di integrazione produttiva e logistica anche se con il supporto della digitalizzazione di Industria 4.0. Il made in Italy rappresenta, e passiamo alla seconda ed amara considerazione, un valore soprattutto per le aziende estere che ne  riconoscono il plus commerciale, assolutamente disconosciuto dalla nostra classe politica e dirigente la quale non ha acquisito alcuna competenza dal campo della economia reale non avendolo mai frequentato.

Il fallimento di Cantarelli rappresenta in fondo l’ennesima riprova di un declino culturale che ha investito e sta investendo il nostro paese a partire dai rappresentanti del governo e dai loro consulenti.

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