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Tutte le fake news portano a Mosca

Dario Rivolta

La stampa europea si è oramai innamorata del caso delle notizie false (fake news), naturalmente attribuendole soltanto alla perfidia del nemico di turno: la Russia. C’è però anche un’altra categoria di “informazioni” che servono ancora di più all’efficacia della propaganda e sono quelle volutamente taciute. Cioè quelle che potrebbero vanificare, alla luce della loro esposizione, l’effetto propagandistico di quanto scritto (o detto) in precedenza. Esempi di questo genere ce ne sono in grande abbondanza e, ahimè, non fanno onore a certa stampa e a certi giornalisti. Pescando nel mucchio di quanto accade nel mondo ne ho identificate almeno tre (ma ciascun lettore potrebbe trovarne a decine).

Una riguarda il famigerato caso Skripal. Si ricorderà come, ancor prima di alcuna analisi chimica, si urlò al tentativo russo di eliminare una sua ex spia doppiogiochista tramite un particolare gas. Questo fu identificato come un prodotto della “famiglia” Novichok, detenuto “esclusivamente” in Russia e trasportato dentro una valigia dalle mani inconsapevoli della stessa figlia dello Skripal o da altre spie appositamente incaricate. A nulla valsero le smentite dei russi che ricordavano che tutte le armi chimiche accumulate durante il periodo sovietico (e dopo) fossero state distrutte, così come confermato dall’ente internazionale OPCW appositamente creato a seguito della Convenzione Internazionale sulle Armi Chimiche. Ciò che la stampa ha minimizzato è stata la dichiarata e pronta disponibilità di Mosca a collaborare alle indagini per scoprire di quale sostanza realmente si trattasse e chi avrebbe potuto usarla.  Nemmeno fu considerato che, se proprio Novichok fosse l’agente avvelenatore, sarebbe potuto provenire da Svezia, Repubblica Ceca, Slovacchia o dalla stessa Gran Bretagna, tutti Paesi supposti esserne ancora in possesso. Le notizie più o meno taciute riguardano invece il fatto che la figlia di Skripal, guarita, fu dimessa dall’ospedale in aprile e lo stesso Serghei Skripal è uscito in buona salute dall’ospedale lo scorso 18 maggio (che inefficienza questi assassini russi!). Le autorità di Mosca, saputa la notizia, hanno subito reiterato la loro disponibilità a collaborare alle indagini e a incontrare le due vittime per raccoglierne la testimonianza ma la loro offerta è stata, ancora una volta, rifiutata dal governo inglese che ha pure annunciato il trasferimento del signor Skripal in una località segreta.  Qualcuno teme forse che possa parlare e, magari, raccontare una verità diversa da quella britannica ufficiale?

Una seconda notizia “sottovalutata” da tutti i giornali occidentali è stata la dichiarazione di Harlem Desir, rappresentante OSCE per la libertà dei media. Costui il 15 maggio scorso, da Vienna, ha espresso “una forte preoccupazione per quanto sta accadendo” nella “democratica” e “amica dell’occidente” Ucraina. La mattina di quello stesso giorno, infatti, un gruppo di appartenenti ai servizi di sicurezza locali è entrata con la forza a Kiev nell’ufficio dell’agenzia di stampa russa Ria Novosti e negli uffici della televisione, sempre russa, RT. Dopo aver messo a soqquadro le redazioni, ha arrestato tutti i giornalisti delle due testate tra cui il capo ufficio di Ria Novosti Kirill Vyshinsky, cittadino ucraino. L’accusa delle autorità di Kiev contro le due testate è stata quella di svolgere un’attività antipatriottica e cioè di non obbedire al potere. Perché le Federazioni della Stampa europee, giustamente preoccupate per quanto avviene in Turchia e in Egitto, non sono insorte contro la libertà di stampa violata? Forse perché quanto accaduto, congiuntamente alle ronde antisemite e al frequente pestaggio pubblico dei filorussi, non corrisponde all’idea che si vuol far passare in occidente di un’Ucraina “democratica”?

La terza notizia non data non è nemmeno recente. Tutte le pagine dei nostri giornali erano state riempite delle accuse lanciate contro gli atleti e le autorità sportive russe in merito a un presunto sistema regolarmente utilizzato di dopaggio. La conseguenza di quelle accuse, basate soltanto sulle dichiarazioni di un ex atleta inviperito, hanno portato all’esclusione di tutti gli atleti russi dalle Olimpiadi coreane. Peccato che la Commissione incaricata di indagare (e di confermare la veridicità di quanto in precedenza sostenuto) è arrivata invece al risultato che non esisteva alcun “sistema” di dopaggio e che, ove avvenuto, riguardasse soltanto singoli atleti. Il risultato del lavoro della Commissione arrivò pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi ma il CIO, indispettito, disse che occorrevano nuove indagini e l’esclusione dei russi fu mantenuta.

Cos’altro si scriverà (o non si scriverà) sulla nostra stampa da qui all’inizio del Campionato Mondiale di calcio? Visti i precedenti e considerato il rischio di un’immagine positiva per la Russia che organizza l’evento, non ci sarà da stupirsi se si parlerà non di calcio ma di possibili disordini, certamente attribuibili alle occulte azioni dello FSB.

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