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In attesa di Giustizia: giustizialismo senza fine

Del processo c.d. “Aemilia” in corso di celebrazione  ci siamo già occupati in passato: nel corso della udienza preliminare erano accaduti fatti inaccettabili come la discriminazione ai controlli di ingresso (tra l’altro davanti a un capannone fieristico trasformato in aula, sotto la pioggia battente) degli avvocati a seconda che fossero per le parti civili o difensori di imputati che venivano perquisiti a riprova dell’implicito ed offensivo avvicinamento ideale ai loro assistiti, peraltro, pur trattandosi di un procedimento per fatti di criminalità organizzata ancora presunti innocenti.

Ora, mentre è in corso il dibattimento di primo grado e si profila la dichiarazione di nullità di una corposa serie di atti processuali, l’Assessore alle politiche per la legalità dell’Emilia Romagna Massimo Mezzetti fa sentire la sua voce stonata per commentare il fatto. Il politico, infatti, ha dichiarato di non comprendere dove sia il confine, dove finisce il diritto alla difesa e il diritto di sciopero e dove inizia l’uso strumentale di questi per stravolgere l’esito di un processo importante e quindi, dove finisce il diritto alla difesa e dove inizia la complicità. Affermazioni gravissime perché tolgono la foglia di fico a quell’assimilazione tra difensori e criminali (o meglio, presunti tali) assistiti senza che vi sia il minimo fondamento per un’ingiuria così profonda a chi veste la toga. Mezzetti ha persino auspicato che non venga vanificato un anno di lavoro nel processo più importante alla mafia in corso di celebrazione al nord.

Non è utile per il lettore scendere nel dettaglio tecnico, che sarebbe noioso, di cosa sia successo e quali siano le regole non rispettate che rischiano di compromettere la stabilità dell’impianto accusatorio: il processo è fatto di regole, la procedura penale segna le garanzie del cittadino di fronte alla pretesa punitiva dello Stato e i giudici ne sono i custodi non meno degli avvocati. Invocare che tale rispetto venga meno è di per sé una istigazione ad un reato prima ancora che un segnale di inciviltà giuridica da parte di un rappresentante delle Istituzioni; ma, forse, questo Mezzetti non lo sa, atteso che – nonostante il ruolo – sembra che di diritto ne mastichi molto poco.

Abbiamo affrontato nello scorso numero la gaffe del Premier sul principio di non colpevolezza – così definendola perché anche a lui compete il beneficio del dubbio – ascoltato con preoccupazione le linee programmatiche di intervento del Ministro della Giustizia e le parole del Ministro dell’Interno che sostiene l’esistenza di una lobby dei difensori di ufficio che si arricchisce sui migranti e sarebbe in qualche modo corresponsabile dei problemi che ne derivano; soprattutto sull’arricchimento e la dinamica dell’assistenza avrebbe potuto farsi documentare meglio: al suo Dicastero sanno come vanno le cose.

Il dubbio che la deriva giustizialista stia prendendo corpo trascinando il sistema  verso il baratro dei diritti e delle garanzie non è una preoccupazione astratta. E bene sarebbe che nel rispetto del principio della separazione dei poteri, vero Mezzetti? la politica rimanga nel proprio ambito evitando di intimorire e offendere gli avvocati che per loro natura e fortuna non hanno elettori ma soprattutto non hanno padroni né padrini cui rendere conto.

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