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L’atteggiamento non amichevole di Trump al G7 in Canada

Rottura politicamente voluta o solo gesto di maleducazione?

L’atteggiamento inusuale di Trump, che alla riunione del G7 di Malbaie in Canada rifiuta di firmare il documento conclusivo sul commercio internazionale, dopo averlo discusso con gli altri sei partner e abbandona la riunione prima del tempo previsto per recarsi all’incontro a Singapore con il presidente della Corea del Nord, lascia esterrefatti i leader partecipanti e solleva qualche interrogativo. Perché un simile atteggiamento che prefigura una rottura? Quali insegnamenti trarre dall’unilateralismo di Trump? Va condannato senza appello come una violazione della fiducia tra alleati? Che cosa rappresenta veramente questo inalberarsi di un attore imprevedibile e senza disciplina?

“Si può ipotizzare che l’unilateralismo del presidente americano rappresenti simultaneamente un rifiuto del multilateralismo come metodo di negoziato paritario e un riaffiorare del concetto di sovranità, come esercizio del potere egemonico e incarnazione post moderna di un soggetto che “decide in situazioni eccezionali”. Situazioni nelle quali traggono origine dei conflitti che non possono essere decisi né attraverso negoziati, né attraverso il ricorso a norme (quelle dell’OMC ad es.), e tanto meno attraverso l’intervento di un terzo non impegnato (Putin, in questo caso)”. (Irnerio Seminatore, direttore dell’Istituto europeo di relazioni internazionali di Bruxelles). Il quale continua: “Il potere di ritiro esercitato da Trump appare d’un colpo come illuminante, poiché procede politicamente da una indifferenza sovrana alla logica degli Stati rappresentativi e non si riconosce per niente in un obbligo multilaterale. Così la legalità e l’ordinamento giuridico delle istituzioni sopra-nazionali non costituisce il fondamento e nemmeno l’origine della legittimità di una decisione. L’unilateralismo di Trump restaura non solamente la soggettività politica della sovranità, ma la corrente della diplomazia neo realista, che si oppone ai paradigmi della tradizione democratica, espressi dalla “volontà generale” di Rousseau, l’unità politica del popolo e la finzione dello Stato di diritto.” Questo unilateralismo traduce in realtà la volontà di potenza di uno Stato dominante e la scelta razionale e intuitiva di un decisionista bonapartista, che impone nuove regole del gioco. Rappresenta anche una rottura della tradizione liberale che si situa al di fuori di ogni sistema convenzionale e normativo. Si tratta, in fondo, dell’attualizzazione dello “stato d’eccezione”, come rottura dettata dall’interesse nazionale degli Stati Uniti, di fronte alla minaccia nucleare di Kim Jong-Un e allo sconvolgimento geopolitico del centro di gravità strategico della scena planetaria”. Tutto ben detto. E’ un’analisi colta questa di Seminatore! E’ il tentativo di interpretare il gesto di Trump secondo i parametri della politologia ed i principi della diplomazia. Il tentativo è lodevole, ma forse inutile. Più che di politologia e di diplomazia si tratterebbe di psicologia e di psicoanalisi. Le risposte sarebbero molto più chiare e gli insegnamenti da trarre avrebbero a che fare con il carattere e l’educazione del personaggio in questione che, è facile riconoscerlo, non sono proprio tra i migliori. Ciò non vuol dire che le conseguenze non siano da vituperare, anzi! L’Europa non può farsi bistrattare in questo modo ed i cattivi caratteri che non la rispettano devono essere trattati per quel che meritano, nelle forme e nel rispetto dei sacrosanti principi della diplomazia.

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