Attualità

Vent’anni passati inutilmente

Alla fine degli anni ‘90 si aprì negli Stati Uniti un interessante confronto che opponeva economisti e fiscalisti i quali, al di là delle diverse opinioni politiche ed economiche, partivano dalla valutazione di un dato oggettivo.

Dai dati economici relativi ai consumi e alla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti emergeva evidente  come l’economia americana stesse aumentando sempre di più la differenza tra ceto abbiente e fasce della popolazione sempre più in difficoltà e come l’ascensore sociale ed economico sostanzialmente si fosse fermato a favore invece di rendite di posizione. La discussione divenne particolarmente accesa ed articolata in relazione alle politiche da scegliere per porre rimedio a questa deriva economica e sociale. Le differenti posizioni vedevano contrapposte strategie che puntavano sul minore carico fiscale per fornire nuova linfa alla crescita economica in antitesi con chi invece indicava nella maggiore pressione fiscale sui redditi più alti la ricetta per diminuire tali divari economici tra le diverse fasce di popolazione.

Al di là delle diverse posizioni tutti partirono dal presupposto, considerato come un dato indiscutibile, che la società dei servizi, quindi sostanzialmente l’economia post-industriale, manifestava il suo limite  proprio nella distribuzione del reddito prodotto, soprattutto e sostanzialmente a causa della minore concentrazione di manodopera per milioni di fatturato che l’economia dei servizi richiedeva.

In altre parole, al di là delle diverse ricette proposte, da allora cominciarono una nuova visione ed una nuova strategia economica che ponevano all’interno, come al centro, dello sviluppo economico che potesse  assicurare non solo la redditività del capitale ma anche un maggior benessere diffuso: la crescita economica ed industriale. In quel periodo nacque la rivalutazione delle riallocazioni produttive una volta delocalizzate in Paesi a basso costo di manodopera, il cosiddetto reshoring produttivo.

Ora, a distanza di vent’anni, la nomenclatura economica e politica europea ed  italiana osserva i medesimi effetti legati alla deindustrializzazione europea, in particolare dei paesi del Sud Europa, senza averne ancora  compreso le ragioni e tantomeno trovato le soluzioni. I dati relativi infatti all’aumento della forbice tra redditi alti e medio bassi registrano ancora una volta una diminuzione di consumi redditi bassi pari al -5%. Anzi, si sta addirittura cercando di accrescere tale declino economico e sociale (scelta legata, si spera, all’ignoranza e non ad una consapevole strategia) che investe sostanzialmente il ceto medio attraverso l’introduzione di modelli economici come la Gig e la Sharing Economy. La loro applicazione infatti tenderà a rendere ancora maggiori i divari come le dinamiche tra i titolari e i gestori di servizi ed il personale chiamato a gettone ad eseguire questi interventi professionali. Quella stessa Gig Economy presentata dalla candidata alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton e che fu bocciata clamorosamente dalla ritrovata centralità della politica industriale dell’attuale presidente Donald Trump.

Sembra incredibile come, a fronte di una storia conosciuta e che quindi può ma soprattutto dovrebbe rappresentare un esempio importante quantomeno per avviare una discussione in Italia come in Europa, non esista nel passato remoto come prossimo e tantomeno nel futuro una politica che porti al centro dello sviluppo economico nazionale ed europeo una fiscalità di vantaggio esattamente come quella voluta da Cameron prima del risultato della Brexit che ha dato tanto aiuto all’economia inglese dopo la fuoriuscita dall’Europa. Una strategia economica che utilizza il fattore fiscale come elemento competitivo che non ha nulla in comune con la volontà di penalizzare chi delocalizza le produzioni attualmente. Dimostrando, in quest’ultimo caso, come la politica ancora non abbia capito come non serva a nulla porre dei paletti o dei divieti quando invece dovrebbe favorire l’economia e non viceversa penalizzare determinate scelte che possono essere condivisibili o meno ma che rappresentano comunque l’espressione di una volontà imprenditoriale legittima in quanto manifestazione di strategie con capitale di rischio.

Ancora riesce difficile comprendere come la sola fiscalità di vantaggio rappresenti oggi il fattore fondamentale per attirare la riallocazione di produzioni una volta delocalizzate nei paesi a basso costo di manodopera, come degli investimenti esteri, all’interno del nostro Paese unito ad una stabilità monetaria che ovviamente un ritorno alla Lira non potrebbe assicurare.

Vent’anni risultano passati da quell’interessante confronto politico negli Stati Uniti alla fine degli anni novanta, trascorsi evidentemente inutilmente perché invece di far tesoro delle esperienze di nazioni più evolute della nostra continuiamo a commettere gli errori tipici di chi non abbia memoria e intelligenza per trarre lezioni della storia.

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