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Come sarà la Turchia di Erdogan dopo le elezioni di giugno

Dopo le elezioni in Turchia dello scorso 24 giugno Recep Tayyip Erdoğan è ora onnipotente presidente con un mandato quinquennale durante il quale non troverà nessun controbilanciamento ai suoi voleri. Già la campagna elettorale della Turchia è stata condotta in base a una nuova legge elettorale, che ha conferito poteri estesi a livello provinciale e locale per influenzare sia il voto che il conteggio delle schede, ed Erdoğan è comparso in televisione per un totale di 181 ore rispetto a circa 22 ore di tutti i suoi avversari messi insieme (i raduni delle forze di opposizione non sono quasi mai stati trasmessi dai canali tradizionali, tutti nelle mani amiche dell’AKP).

Una volta rapidamente proclamata la vittoria, il presidente ha emesso un duplice messaggio: dimentichiamoci della campagna e andiamo avanti con la “nuova” Turchia. Come a dire: nessuno pensi di mettere in dubbio la legittimità del voto. La Turchia ora è quindi un’autocrazia istituzionalizzata: il presidente non avrà un primo ministro e nominerà uno o più vicepresidenti e ministri senza il coinvolgimento del parlamento. Avrà anche importanti poteri nella nomina dei giudici. Non sembra esserci modo di riconciliare il nuovo stile di governance del Paese con gli standard dell’Ue, Ankara non ha intenzione di tornare a un sistema che sia vicino a questi standard.

La politica estera sarà più incentrata sulla Turchia e nazionalista, tanto più che il partito nazionalista MHP si è assicurato un numero importante di seggi in parlamento ed è ancora più indispensabile per l’AKP. E’ prevedibile quindi che gli Stati Uniti saranno fatti oggetto di dichiarazioni più acrimoniose sulle molte questioni per le quali già esistevano serie divergenze e che l’Ue continuerà a essere criticata per l’islamofobia e per quanto attiene i rifugiati, i visti e l’unione doganale. La prima reazione dell’Ue alle elezioni turche, intanto, è stata un riconoscimento prudente dei risultati e un’espressione della necessità di affrontare urgentemente le principali carenze relative allo stato di diritto e ai diritti fondamentali.

A livello economico la situazione tura è disastrosa: inflazione a due cifre, indebitamento massiccio e crisi valutaria.

Uno dei primi grandi viaggi all’estero di Erdoğan con il suo nuovo mandato sarà al summit della Nato l’11-12 luglio a Bruxelles. Lì emergeranno argomenti importanti, in particolare l’acquisizione di missili S400 dalla Russia e l’eventuale contromisura da parte del Congresso degli Stati Uniti, che potrebbe bloccare la fornitura di velivoli F35 alle forze aeree turche. Sebbene non sia un’operazione della Nato, la lotta contro l’Isis nel nord della Siria potrebbe anche rimanere un argomento di contesa tra Washington e Ankara.

Per quanto attiene invece i rapporti con la Ue, data la totale impossibilità di tornare ai negoziati di adesione – un no-go per Berlino, Parigi, L’Aia e Vienna – le opzioni sono le stesse poche prima delle elezioni: liberalizzazione dei visti, modernizzazione dell’Unione doganale, rifugiati e antiterrorismo. Sono tutti soggetti difficili.

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