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Spudorate menzogne sparse come verità

Un bugiardo è sempre prodigo di giuramenti

Pierre Corneille

Se bisogna usare una sola parola per caratterizzare il modo di governare in Albania dal 2013 in poi, quella parola è la menzogna. Mentire in continuazione è stata una scelta obbligata, nell’incapacità di fare altrimenti. Hanno cominciato con le promesse elettorali più di cinque anni fa, per poi proseguire senza sosta. Sempre consapevoli di quello che facevano. Hanno però trascurato un semplice ma fondamentale fatto, come l’esperienza secolare ci insegna. E cioè che se tutto si fonda sulla bugia, sulle false apparenze, allora si devono inventare sempre delle nuove bugie, per giustificare le precedenti. Così facendo si entra in un circolo vizioso, dal quale non se ne può più uscire. Quello che è successo in Albania durante questi ultimi cinque anni ne è un’eloquente conferma. L’ultima testimonianza, quella di questi giorni, riguarda proprio quanto sta accadendo dopo la decisione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, il 26 giugno scorso a Lussemburgo.

Oltre alle serie preoccupazioni legate allo spinoso problema dei profughi, i ministri dovevano decidere anche sull’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Nel caso dell’Albania era da decidere se aprire o meno i negoziati, come paese candidato, per l’adesione all’Unione. Una decisione che doveva rispettare le posizioni dei singoli paesi, nonché la vissuta realtà albanese. Posizioni che erano divise e rappresentavano due gruppi diversi. L’Olanda, la Danimarca e la Francia erano convintamente contrari all’apertura dei negoziati. Mentre altri paesi ritenevano che aprendo i negoziati, si poteva controllare meglio la situazione, aiutando a risolvere i problemi. La decisione finale sembra sia stata “un compromesso doloroso e sofferto”, tenendo presenti anche altri problemi intrinseci attuali dell’Unione e dei singoli paesi membri. Germania compresa.

Ma nonostante le divergenze, i ministri degli Esteri dell’Unione sembra siano stati concordi sul fatto che l’Albania non abbia esaudito ancora le condizioni preposte dalle istituzioni europee. Alla fine, la decisione per l’Albania non è stata quella tanto ambita e sbandierata dal primo ministro albanese, e cioè non è stata decisa l’apertura immediata e senza condizioni dei negoziati. Non è stata prestabilita neanche una data concreta. E comunque non si deciderà prima del Consiglio europeo del dicembre 2019 e soltanto dopo attente verifiche dell’adempimento di tutte le condizioni poste. Ma adesso le condizioni non sono più cinque come prima, ma bensì tredici! Anche questo fatto è, di per se, molto significativo. Con un primo comunicato ufficiale via Twitter è stato reso noto che l’Albania “ha bisogno di ulteriore progresso con la riforma della giustizia, la lotta contro la corruzione, [e] la criminalità organizzata” (Albania: Further progress on judicial reform, fight against corruption, organized crime needed.#EUenlargement #Enlargement).

Chissà come si sono sentiti anche alcuni alti rappresentanti della Commissione europea. Proprio quelli che, non avendo constatato quanto sopra, gioivano il 17 aprile scorso, insieme con il primo ministro albanese. Perché avevano raccomandato al Consiglio europeo “l’apertura immediata e senza condizioni” dei negoziati con l’Albania!

Nel documento ufficiale reso pubblico dopo la riunione del 26 giugno scorso dei ministri degli Esteri dell’Unione, i paragrafi 45–54 riguardavano l’Albania. Oltre a quanto sopracitato, è stato stabilito anche che “La decisione per l’apertura dei negoziati con l’Albania verrà sottoposta [anche] alle procedure parlamentarie nazionali”. Cioè alla votazione nei parlamenti dei singoli paesi dell’Unione. Una novità questa, mai adottata prima, come espressione della gravità della situazione. Soltanto dopo il parere positivo dei parlamenti nazionali e dopo l’approvazione del Consiglio europeo, secondo il sopracitato documento ufficiale “si proseguirà con una prima conferenza intergovernativa, a seconda dei progressi attuati”. Progressi che riguarderanno, d’ora in poi, l’adempimento di tredici condizioni, invece di cinque. Sono delle condizioni dettagliate, che riguardano la lotta contro la corruzione, la criminalità organizzata, la coltivazione e il traffico illecito delle droghe. Ci sono addirittura sette condizioni sulla riforma della giustizia, nonché condizioni sullo Stato del diritto e sulla riforma elettorale.

In realtà, durante il vertice del Consiglio europeo a Bruxelles (28–29 giungo scorso), non è stato discusso l’allargamento dell’Unione, come lo dimostrava anche l’agenda pubblicata sul sito ufficiale. Perciò, in questo caso, sono state semplicemente adottate le decisioni prese dai ministri degli Esteri dell’Unione a Lussemburgo, il 26 giugno 2018.

Decisioni che hanno messo in grande imbarazzo il primo ministro albanese. Proprio lui che aveva considerato l’apertura immediata e senza nessuna condizione dei negoziati una cosa fatta. E come suo solito, anche in questo caso, ha scelto di mentire, di manipolare la verità. Lui e la sua ben organizzata propaganda, arrampicandosi sugli specchi, hanno cercato, e lo stanno facendo tuttora, di “ammorbidire” l’effetto della decisione presa il 26 giugno scorso a Lussemburgo. Il primo ministro e i suoi stanno tentando adesso di far passare come un successo proprio il contrario di quello che sostenevano fortemente fino ad alcuni giorni fa. Bel coraggio e bella faccia tosta! Aveva ragione Corneille: un bugiardo è sempre prodigo di giuramenti.

Adesso stanno cercando di manipolare la verità, seguendo due line propagandistiche parallele. La prima, leggendo e commentando diversamente quanto è stato scritto nel sopracitato documento ufficiale. La seconda, cercando di dare la colpa agli altri, “nemici interni e stranieri”, per aver condizionato la decisione presa. E cioè la decisione contraria a quella ambita e desiderata fortemente dal primo ministro albanese. Ma sono talmente disorientati e in difficoltà che non si preoccupano, o non riescono a capire la palese contraddizione logica tra le loro dichiarazioni. Perché o la decisione dei ministri degli Esteri dell’Unione “è stata un successo”, come sostiene il primo ministro, oppure quella decisione “è un fallimento per il governo albanese”, causata da “interventi minatori”. O l’una o l’altra. Ma non tutte e due insieme. Nel frattempo non hanno smentito le aspettative neanche le dichiarazioni di certi ambasciatori in Albania, da tempo sostenitori, e spesso anche portavoce, del primo ministro. La saggezza umana ci insegna però, che è molto difficile per un colpevole ammettere la sua colpa.

Chi scrive queste righe è stato sempre convinto che non si potevano e, soprattutto, non si dovevano aprire adesso, in queste condizioni, i negoziati per l’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Il lettore de “Il Patto Sociale” ne è testimone. Egli è altresì convinto che l’attuale governo albanese non potrà mai esaudire le nuove, aumentate e molto severe condizioni poste il 26 giugno scorso a Lussemburgo dai ministri degli Esteri dell’Unione europea. L’adesione, quando sarà, dovrà essere soltanto per meriti e per nient’altro! Non si potrà mai aderire nell’Unione con delle spudorate menzogne sparse come verità.

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