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La rivoluzione energetica e post-liberista degli Stati Uniti

Anni fa scrissi un intervento nel quale affermavo come il mondo sarebbe cambiato non appena gli Stati Uniti avessero raggiunto l’indipendenza energetica. In quegli anni infatti si cominciavano a vedere i primi effetti della ricerca tecnologica nel campo dello shale-oil. In altre parole immaginavo come gli Stati Uniti avrebbero abbandonato gli scenari internazionali a loro non congeniali e soprattutto non strategici liberi dal ricatto energetico: un diverso approccio già verificabile con la presidenza Obama che ora viene confermato con l’amministrazione Trump.

Questa rivoluzione ha portato nel 2017/18 gli Stati Uniti a diventare il primo produttore di petrolio al mondo e grazie anche all’alleanza con l’Arabia Saudita vede la possibilità di accrescere all’interno delle politiche energetiche internazionali la posizione e soprattutto la possibilità di incidere sulle quotazioni del greggio da parte della amministrazione americana. Mentre l’Italia assieme all’Unione Europea, in modo “astuto”, ha scelto di allearsi con l’Iran (forse lo stato più antisemita del Medio Oriente) gli Stati Uniti hanno preferito un accordo con il primo paese per quel che riguarda le riserve energetiche (Arabia Saudita), creando un duopolio potenzialmente  invincibile.

Ma un aspetto ancora più interessante emerge evidente. Mentre tutti i paesi produttori del Medio Oriente mirano ad ottenere il massimo rialzo possibile del prezzo sul mercato internazionale del barile di petrolio, in quanto questo accrescerebbe le proprie entrate, gli Stati Uniti invece assumono un ruolo assolutamente nuovo ed ancora incompreso agli occhi della stessa Unione Europea. Va Infatti ricordato come gli Usa  non solo vendono e  rappresentano il primo paese produttore ma da sempre sono anche il primo consumatore di petrolio al mondo.

In questo senso quindi l’accordo che gli Stati Uniti hanno raggiunto con l’Arabia Saudita per aumentare la produzione saudita fino a 2 milioni di barili al giorno per ovviare ai problemi legati alla mancata esportazione di petrolio del Venezuela presenta l’evidente intenzione di evitare tensioni sui prezzi. In più a questa si aggiunge una politica di facciata di grande asprezza nei confronti della Russia che invece tenderebbe a raggiungere un accordo anche con Putin dimostrando la doppia valenza della rivoluzione energetica voluta e cercata dagli Stati Uniti stessi.

L’amministrazione Trump infatti, pur rappresentando il primo produttore al mondo di petrolio attraverso le proprie scelte, non mira ad ottenere la più alta quotazione possibile del barile ma attraverso la ricerca tecnologica si pone l’obiettivo ambizioso di abbassare progressivamente il costo di estrazione di un barile che se per l’Arabia Saudita risulta di un dollaro al barile negli Stati Uniti per lo shale oil è passato da 74 a 52, mentre si stabilizza ora a 40 dollari per arrivare ad un range che viaggi tra i 24/30 dollari a barile.

In più la doppia rivoluzione si manifesta attraverso la possibilità non solo di togliere il monopolio della produzione di petrolio, e della  politica dei prezzi all’Opec, ma soprattutto attraverso la possibilità di una politica calmieratrice di prezzi che possa assicurare una stabilità e così favorire gli investimenti a medio lungo termine ed evitare qualsiasi shock energetico che dopo quello finanziario crederebbe un’altra tensione turbolenta sui mercati mondiali. In questo senso l’obiettivo di $60 a barile rappresenterebbe il compromesso perfetto per assicurare sviluppo economico  costante all’economia statunitense ed occidentale ed evitare shock energetici.

In altre parole per la prima volta nell’economia occidentale, definita capitalistica e “iperliberista” dai critici del presidente Trump, un soggetto economico come lo stato americano invece di perseguire il massimo guadagno possibile, nello specifico non opponendosi alla crescita della quotazione del greggio per la piena soddisfazione dei propri produttori, preferisce optare per un valore intermedio che assicuri marginalità alle proprie aziende estrattrici di petrolio shale oil ma non risulti  penalizzante per l’economia americana. A questa rivoluzione di economia politica segue quella dei produttori i quali rinunciano nell’immediato a massimizzare i propri profitti e quindi ad ottenere il massimo del Roe (return of investiment) per appoggiare una politica dell’amministrazione statunitense che mira ad uno sviluppo complessivo del sistema economico americano con un’ottica strategica.

In altre parole, alla visione speculativa di derivazione finanziaria gli industriali statunitensi dell’estrazione di petrolio appoggiando la politica dell’amministrazione dimostrano il proprio pieno appoggio alla politica di sviluppo a medio e lungo temine rinunciando ora a marginalità sicuramente allettanti. Due aspetti di questa rivoluzione che coinvolgono l’attuale presidente degli Stati UNiti Trump insieme ad una classe imprenditoriale di grande capacità strategica. Del resto già dopo la diminuzione delle aliquote fiscali sui profitti aziendali gli imprenditori statunitensi avevano dimostrato un certo spessore distribuendo anche ai dipendenti, direttamente attraverso bonus (1.780 dollari a dipendente per Wall Mart ed anche di più per  Fca) o attraverso reshoring produttivo, sempre Fca ha riportato la produzione di Pick Up in Usa. In questo modo parte dei benefici, distribuiti anche ai dipendenti delle aziende, è stata ottenuta appunto con la riduzione fiscale.

Questa rivoluzione energetica (lo shale oil) e strategica (la volontà di calmierare la quotazione del greggio) viene ancora sottostimata e probabilmente non compresa nel resto del mondo. E invece assume il valore e la valenza della caduta del Muro di Berlino in quanto dimostra come una visione complessiva dell’amministrazione statunitense permetta e dimostri il valore strategico che viene attribuito e considerato superiore a quello del massimo guadagno speculativo nell’immediato.

Siamo davanti alla rivoluzione di un’economia avanzata come quella statunitense  nella quale per la prima volta la visione strategica prevale su quella speculativa. I risultati di questa rivoluzione cominciata con le amministrazioni precedenti trovano la loro massima espressione attraverso l’utilizzo dell’indipendenza energetica non a fini speculativi ma per assicurare un valore compatibile con lo sviluppo economico complessivo.

Mentre in Italia e in Europa la discussione galleggia tra i modelli di sviluppo caratterizzati dal  minore o maggiore utilizzo dei principi keynesiani uniti ad una maggiore o minore importanza dei contratti a tempo determinato, il resto del  mondo evolve per fortuna riuscendo anche ad indicare delle soluzioni diverse.

Gli Stati Uniti ancora una volta hanno assunto una nuova centralità per quanto riguarda la politica energetica e attraverso di essa stanno adottando una nuova strategia decisamente rivoluzionaria proponendo un nuovo modello nel ruolo della pubblica amministrazione e nello sviluppo economico a medio e lungo termine.

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