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Perché il “decreto dignità” è funzionale al governo della continuità e non del cambiamento

Nicola Bono già parlamentare e sottosegretario ai beni e alle attività culturali

Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono

Cos’è che accomuna due formazioni politiche così diverse come la lega e il M5S e consente loro di dare vita a un esecutivo pomposamente denominato “governo del cambiamento”? Sembrerebbe il “populismo” che però essendo più una pulsione della “pancia” che una visione razionale della mente, riesce a individuare soluzioni ai problemi istintive, incoerenti e prive di una visione d’insieme, utili solo ad emozionare propagandisticamente le varie componenti sociali di riferimento. Per questo il primo e finora unico provvedimento del governo populista, il “decreto dignità”, è riuscito a scontentare tutte le categorie di riferimento sia dell’elettorato grillino, che giustamente ne ha valutato la modestia e sostanziale inefficacia, che soprattutto dell’elettorato leghista, che ne ha percepito gli aspetti di pericolosità per le imprese per l’occupazione. Ma soprattutto questo decreto dà corpo agli scenari da incubo che si paventava potessero presentarsi e cioè a dire che il “governo del cambiamento” non ha alcun disegno circa gli obiettivi e gli strumenti da adottare per contrastare il declino verso cui sembra destinato il Bel Paese, non ha i danari, né li avrà mai, per attuare il “contratto di governo”, non si pone la necessità di valutare le effettive conseguenze sul sistema economico delle sue scelte e, soprattutto, appare tristemente uguale ai governi che lo hanno preceduto, specie quelli della “prima Repubblica”, noti per le tendenze ad adottare politiche dirigiste a sfavore di investimenti e occupazione, e sempre disponibili all’uso politico-clientelare della spesa, da finanziare con l’irresponsabile lievitazione del debito pubblico, che per questo è diventato il peggiore tallone d’Achille del Paese. Ma ciò che ha confermato la stravagante e passatista natura di questa inedita coalizione governativa sono senz’altro le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giovanni Tria, custode dei conti pubblici dello Stato che, dopo avere rassicurato sull’inesistenza di qualsiasi volontà di peggioramento dei saldi di finanza pubblica, si è contraddetto con la conferma che l’obiettivo governativo è di chiedere alla UE “un po’ di flessibilità, rinviando di un anno o due il pareggio di bilancio”, e cioè di aumentare la spesa in deficit di altri otto-dieci miliardi l’anno per il 2019 e il 2020, replicando la medesima strategia perdente di Renzi e dei governi della “Prima Repubblica”. Altre mance in vista o semplicemente la vittoria del “pensiero unico della spesa”? Il fatto è che in Italia non è rimasto un solo partito con un progetto di rinascita economica e produttiva, ma solo comitati elettorali oligarchici, in perenne mobilitazione elettorale, capaci unicamente di promettere inesistenti soluzioni con spese pubbliche improduttive, da finanziare con il ricorso all’indebitamento, perpetuando così le vecchie politiche di rapina alle generazioni future, in cambio dei consensi nel presente. Un eterno Déjà Vu che è la dannazione della politica nazionale e la ragione vera del nostro declino. Altro che lotta al precariato e alle delocalizzazioni, ma solo squallida continuità con gli errori del passato che ci hanno già rovinato. L’impossibilità di creare lavoro con i decreti legge è stata già dimostrata, altrimenti l’URSS non sarebbe mai crollata, e il lavoro a termine è molto più dignitoso della disoccupazione o peggio del lavoro nero; così come non si possono vincere le elezioni con promesse irrealizzabili e pensare di sostituirle ogni giorno con spot propagandistici, sperando che i cittadini dimentichino di chiedere conto dei risultati dell’azione di governo, perché questo per fortuna non accadrà mai.

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