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“Pensioni: chi paga cosa”, la commedia goldoniana

I numeri impietosi relativi agli investimenti culturali, quindi alle quote di Pil destinate all’istruzione ed alla formazione, vedono l’Italia ben al di sotto della media europea con uno scarso 4% di PIL destinato al settore culturale. Si pensi che la Germania destina  il doppio mentre  l’Unione Europea mediamente il 4,9%, preceduti anche dalla Danimarca al 7% e dal Belgio, con il 6,4% del proprio Pil.

Ovviamente questi numeri italiani miserabili non possono essere attribuibili all’attuale governo ma alla classe politica nella sua interezza che ha gestito l’istruzione negli ultimi trent’anni. Paradossale poi come gli effetti di questa mancanza di investimenti culturali per il nostro Paese non risultino nemmeno così evidenti in quanto l’abbassamento del livello culturale coinvolge inevitabilmente anche gli osservatori “culturali”.

Rimane Tuttavia lo sconcerto per tali numeri e per un Paese non più espressione dell’eccellenza della cultura occidentale ma semplicemente luogo di custodia dei reperti storici che tutto il mondo ci invidia e che rappresentano un fattore distonico con l’attuale livello culturale generale italiano.  Un Paese, il nostro, neppure in grado di indignarsi di fronte ad un ministro che per tutta la propria carriera politica ha affermato di possedere una laurea ed una volta sbugiardata ha mantenuto il privilegio di gestire il ministero, ovviamente dell’Istruzione.

Questo decadimento culturale, di cui il declino economico ne risulta soltanto una delle più manifeste e tangibili forme, coinvolge anche il mondo dell’università in modo imbarazzante.  L’esempio più classico si manifesta attraverso  un teatrino goldoniano relativo alla polemica sulle pensioni il cui titolo dell’opera potrebbe recitare “Pensioni: chi paga cosa”, in relazione cioè al peso  della popolazione extracomunitaria nel pagamento delle pensioni italiane.

Il presidente dell’INPS, esimio economista della Bocconi afferma che “gli immigrati pagano le pensioni agli italiani”. Considerati i trend di crescita della popolazione extracomunitaria in un Paese culturalmente evoluto, da un docente della Bocconi si pretenderebbe quanto meno l’utilizzo del verbo declinato al futuro, cioè “pagheranno” le pensioni probabilmente nel 2035/2040.

Attualmente infatti circa l’8,8% del PIL risultata attribuibile alla popolazione extracomunitaria per un valore di circa 127 miliardi. Se poi si avesse l’ardire di incrociare questi dati con il numero di occupati extracomunitari emergerebbe che rappresentano l’11% della forza lavoro. Una classica relazione causa effetto imporrebbe la semplice considerazione relativa al livello retributivo risultante di livello decisamente medio basso anche dei contributi. Nonostante ciò, vengono versati sempre da quell’11% degli occupati contributi previdenziali per 11 miliardi su un totale di 219 relativi alla spesa previdenziale, mentre la spesa complessiva dell’INPS risulta di 411 miliardi.

Quindi, a fronte di 18 milioni di pensioni erogate dall’Inps in relazione alla quota PIL attribuibile al pagamento delle stesse, attraverso i contributi delle popolazioni extracomunitarie risultano “pagate” di queste circa 650.000: poco più del 3.6% del totale.

Un numero certamente notevole in quanto cresciuto in un modo molto veloce (altro fattore quello della velocità della crescita che non viene mai preso in considerazione in relazione all’aumento della popolazione extracomunitaria) ma che rappresenta comunque una quota minima relativa alla spesa generale come al numero di pensioni erogate. Risulta evidente quindi che la posizione dell’attuale presidente dell’Inps sia rigorosamente ideologica. Senza nulla togliere all’importanza del contributo della cittadinanza extracomunitaria, tuttavia in considerazione dei numeri presentati al momento attuale, sembra incredibile il mancato utilizzo del verbo “pagheranno” in relazione alla crescita futura e quindi ragionando in prospettiva assolutamente preferibile al termine “pagano” usato dal presidente dell’INPS come gli stessi numeri smentiscono chiaramente.

Utilizzando il verbo “pagare” all’indicativo presente emerge evidente la posizione ideologica del presidente Boeri (per altro assolutamente legittima) ma conseguentemente priva di ogni supporto tecnico e numerico, e quindi economico.

Anche una delle massime espressioni della cultura universitaria dimostra in modo inequivocabile come alla competenza sia subentrata l’ideologia, altra espressione del declino culturale. Da un presidente dell’INPS, come da un docente di economia della Bocconi, ci si sarebbe aspettati o meglio si dovrebbe pretendere  un’analisi molto più approfondita, che coinvolga anche quel fenomeno di emigrazione di diplomati e laureati italiani all’estero che arreca danni allo Stato per 23 miliardi di risorse investite (92.000 per un diploma e 30.000 per ogni anno universitario di risorse pubbliche) e 11 miliardi di perdita di Pil.

Invece di confrontarsi sui numeri ma soprattutto sulle prospettive ed sugli andamenti demografici ed economici, tenendo sempre nella massima considerazione la velocità di sviluppo di tali fattori, soprattutto della popolazione e della sua importanza anche a livello contributivo, ci si confronta su posizioni ideologiche che tolgono qualsiasi tipo di spessore culturale a chi le manifesta.

A fronte di investimenti culturali sotto la media europea sono inevitabili questi risultati ampiamente al di sotto della decenza culturale.

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