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Il tribunale Ue vieta alla Chiesa di licenziare per motivi religiosi

La Corte di giustizia europea ha inflitto un nuovo colpo ai diritti delle chiese di assumere e licenziare persone sulla base delle loro convinzioni. L’11 settembre il tribunale dell’Ue ha infatti dichiarato che la Chiesa cattolica tedesca ha sbagliato a licenziare un uomo che gestiva una delle sue cliniche per aver divorziato ed essersi risposato, in violazione del precetto cattolico secondo cui il matrimonio è «sacro e indissolubile». Il licenziamento «potrebbe costituire una discriminazione illegale fondata sulla religione» ai sensi della direttiva Ue sulla parità di trattamento, ha affermato il tribunale europeo, sottolineando che il punto di vista della Chiesa sul matrimonio «non sembra essere un requisito professionale genuino, legittimo e giustificato» anche se  la Costituzione tedesca permette alla Chiesa deroghe al diritto comunitario.

Il caso è stato sollevato, nel 2009, da “JQ”, un medico cattolico romano, che ha aiutato a gestire l’ospedale St. Vinzenz gestito dalla chiesa nella città tedesca di Dusseldorf, davanti alla giustizia tedesca. Ottenuto il parere del tribunale della Ue, cui aveva rimesso la questione, il Tribunale federale del lavoro tedesco, il Bundesarbeitsgericht, dovrà ora risolvere la questione alla luce della sentenza dei magistrati europei, secondo i quali la «fornitura di consulenza medica e assistenza in un ambiente ospedaliero e la gestione del dipartimento di medicina interna» del JQ non aveva nulla a che fare con lo speciale «ethos» della Chiesa.

Le chiese cattoliche e protestanti tedesche sono tra i maggiori datori di lavoro della nazione, con oltre 1,3 milioni di posti di lavoro attraverso associazioni di beneficenza e fondazioni. E la recente sentenza arriva dopo una analoga ad aprile, secondo la quale la Chiesa protestante ha sbagliato a respingere una domanda di lavoro sulla base del fatto che il ricorrente era ateo (il caso era stato sollevato nel 2012 da Vera Egenberger, ex esperta delle Nazioni Unite, che non era riuscita a ottenere un colloquio con Diakonie, un ente di beneficenza protestante, per un contratto di 18 mesi per redigere uno studio sulla discriminazione razziale).

Secondo la giurisprudenza del tribunale dell’Ue, le chiese possono esigere la fedeltà confessionale solo quando il profilo lavorativo la rende «significativa, legale e giustificata».

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