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Fair food Swiss Made

Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

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