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Giustizia sottomessa non solo in Turchia

È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere.
Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al Dio.

Platone; Apologia di Socrate

“Passeremo il resto della nostra vita in una cella di tre metri per tre metri. Verremo portati fuori a vedere la luce del sole solo per una ora al giorno. Non avremo la grazia e moriremo in prigione. Sto andando all’inferno. Cammino nel buio come un Dio che ha scritto il suo stesso destino”.

Così scriveva lo scorso febbraio Mehmet Altan, un giornalista turco di 65 anni, da una cella di prigione, dopo che un tribunale di Istanbul lo aveva condannato all’ergastolo aggravato. E con lui anche suo fratello Ahmet Altan, scrittore di 67 anni, di cui ultimamente è stato pubblicato un libro, anche in Italia, scritto in prigione e con un titolo molto significativo: Non rivedrò più il mondo. Una convinzione maturata dallo scrittore in questi anni, mentre sta soffrendo una ingiusta pena. Tutti e due sono in carcere dal settembre 2016. La dichiarazione che avrebbe compromesso lo scrittore, secondo l’accusa, è stata: “Qualsiasi siano stati i motivi che hanno portato in passato ai colpi di Stato militari in Turchia, prendendo le stesse decisioni, Erdogan sta seguendo la stessa strada”. Una dichiarazione quella, rilasciata da lui durante una trasmissione televisiva il 14 luglio 2016, mentre suo fratello giornalista è stato accusato di aver parlato, nella stessa trasmissione, di “…un’altra struttura […] all’interno del governo pronto ad agire”. Parole che sono state considerate, durante il processo, come chiari appelli per aderire al colpo di Stato, il giorno dopo.

Insieme con i due fratelli, il 16 febbraio scorso, sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, anche quattro altri giornalisti. Tutti molto noti e con una lunga esperienza professionale, ma con una solo colpa: quella di non condividere il modo di fare del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Tutti e sei sono stati accusati di “attentato all’ordine istituzionale”, avendo appoggiato, secondo l’accusa, il mancato colpo di Stato del 15 luglio 2016. La pena che prevede, per i sei accusati, un regime di totale isolamento, avendo diritto a soltanto un’ora d’aria al giorno, e non potendo incontrarsi con i propri familiari, tranne che per alcune molto limitate ragioni. Lo scorso 2 ottobre i giudici della corte d’Appello di Istanbul hanno confermato la pena di primo grado per «attentato all’ordine costituzionale». Non è valso a niente nemmeno un appello, fatto all’inizio del marzo scorso, da trentacinque premi Nobel. Riferendosi al caso dei sei sopracitati incarcerati, essi chiedevano al presidente Erdogan “…un rapido ritorno allo Stato di diritto e una totale libertà di parola e di espressione”. Soltanto a luglio scorso però, risulterebbero confermate 84 condanne all’ergastolo, in seguito a processi giudiziari poco convincenti.

Quanto succedeva tra il 15 e il 16 luglio 2016, nonché le gravi e continue ripercussioni ai partecipanti e/o presunti tali, nella ribellione contro Erdogan, sono ormai note all’opinione pubblica. Durante quelle ore morirono almeno 265 persone, tra dimostranti e militari. Decine di migliaia di persone sono state arrestate in Turchia, dopo il fallito golpe. Quello che è successo allora ed in seguito rappresenta un’allarmante realtà. Il presidente Erdgan, subito dopo il fallito colpo di Stato, ha ordinato l’epurazione dell’esercito, arrestando circa 2800 militari, compresi molti alti ufficiali. Ma non si è fermato nella sua corsa di vendetta contro i golpisti e/o presunti tali. Durante la campagna di epurazione non sono stati risparmiati neanche i giudici. Risulterebbero circa 2700 tali rimossi dall’incarico. E non poteva essere diversamente. Perché Erdogan aveva delle idee molto chiare su come e contro chi colpire pesantemente, per poi concentrare più poteri possibili nelle sue mani. Quanto ha fatto e sta facendo ne è una chiara e inequivocabile dimostrazione. Dopo il golpe del 15 luglio 2016 sono stati arrestate alcune decine di migliaia di persone, compresi cittadini stranieri. Risulterebbe che più di 150 mila dipendenti pubblici siano stati licenziati perché considerati “pericolosi”.

Ma per portare al termine il suo progetto, Erdogan doveva controllare anche i media. Non solo giornali chiusi e decine di giornalisti incarcerati, ma anche oscuramento e controllo di Internet. Perché per il regime di Erdogan, anche internet, con le sue opportunità, rappresenta una minaccia da colpire. Da studi e inchieste fatte, risulterebbe che nelle prigioni turche attualmente siano trattenuti circa un terzo dei giornalisti e altre persone legate ai media, imprigionati in tutto il mondo. Risulterebbe anche che per non pochi di loro sono stati violati i diritti fondamentali, compresa anche la ritenzione per lungo tempo in carcere senza un regolare e dovuto processo giudiziario. I media non controllati sono stati presi di mira, per intimidirli e farli tacere. Così facendo, il regime di Erdogan cerca di soffocare qualsiasi azione di dissenso e di opposizione nei suoi confronti. Non mancano, poi, i casi in cui i giornali chiusi sono stati “acquistati” da persone che godono della fiducia e dell’appoggio del presidente.

Purtroppo, quanto sta succedendo da alcuni anni in Albania, rappresenta una similitudine con quanto accade in Turchia. Ovviamente si tratta di due realtà diverse per molti aspetti. Ma la somiglianza non può sfuggire, se si considerano, tra l’altro, il modo in cui funzionano il “riformato” sistema di giustizia in Albania e i media. Sono due dei principali obiettivi preposti dal primo ministro, fin dall’inizio del suo mandato nel 2013. Obiettivi che, dati ed evidenze alla mano, sono stati ormai raggiunti. Attualmente il primo ministro albanese controlla, con modi pubblicamente noti, sia la giustizia che i media. Il che significa che ormai, controllando “per diritto acquisito” anche il sistema legislativo e quello esecutivo, il primo ministro controlla tutto. Ma il modo in cui sta esercitando il suo potere, dimostra palesemente che lui è diventato, purtroppo, un dittatore sui generis. E non poteva essere diversamente. Anche perché, e tra l’altro, il primo ministro albanese non solo non nasconde più le sue simpatie per il presidente turco Erdogan. Ma lui, come ha dichiarato pubblicamente alcuni mesi fa, considera Erdogan “il suo modello”!

La scorsa settimana, uno scandalo reso pubblico, grazie a un’intervista di un ispettore di polizia rilasciata ad un media incontrollato (Patto Sociale n.326), ha messo in visibile difficoltà il primo ministro. Ragion per cui lui ha minacciato con la proposta, di trattare come atto penalmente perseguibile, la “diffamazione mediatica”. Chissà perché questa scelta e proprio adesso?!

Chi scrive queste righe forse capisce perché diversi paesi europei potrebbero avere un determinato atteggiamento con Erdogan, Ma non riesce a capire però che cosa, invece, li lega con il primo ministro albanese, chiudendo così gli occhi di fronte alle sue malefatte!

Circa un anno fa, lo scrittore Ahmet Altan, in una lettera aperta ai suoi giudici scriveva: “Se continuate a giudicarci e a metterci in prigione senza prove, violerete le basi stesse della giustizia e dello Stato. Il vostro sarà un grave crimine”. Quanto scriveva Platone nell’Apologia di Socrate circa 2400 anni fa è sempre attuale.

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