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La vulnerabilità dei sistemi democratici

Populismo e democrazia: come conciliarli?

Molti si chiedono se con l’avvento al potere in diversi paesi dell’Unione europea di partiti detti populisti, i regimi democratici siano diventati più vulnerabili, con la riduzione di un certo tasso di democrazia. Le risposte, come è ovvio, non sono unanimi, ma è interessante il contributo al dibattito offerto dall’Istituto europeo di Relazioni internazionali di Bruxelles (INRI), che qui riportiamo.

La teoria della società di massa – afferma l’INRI – adotta due spiegazioni opposte per identificare la vulnerabilità dei sistemi democratici, una oligarchica e l’altra democratica. La prima pone l’accento, come causa del populismo, sulla perdita dell’esclusività del potere da parte delle élites, un potere che passa di mano, di cui se ne appropriano delle personalità antisistema, la seconda spiegazione attribuisce l’avvento della partecipazione popolare all’autonomizzazione della società e alla mobilitazione di individui isolati sotto l’influenza di nuove élites, che accede al sistema politico attraverso una larga riforma ed un forte interventismo statale.

La vulnerabilità dei sistemi post-democratici proviene dall’assenza di fondamenti dell’integrazione dei gruppi che compongono le società occidentali moderne. Il problema centrale di queste società è l’alienazione culturale che nello stesso tempo è sociale, razziale e religiosa. Nel contesto di queste società, l’alienazione delle élites è mondialista, quella delle classi medie è burocratica, quella delle classi popolari è statalista e quella degli esclusi e degli emarginati delle periferie è nichilista. E’ una alienazione sprovvista di valori d’appartenenza comuni, dovuta alla mancanza d’influenza delle gerarchie tradizionali, incapaci di unificare e di gestire la frammentazione dei gruppi. Ai fini degli obiettivi sociali, l’azione di massa delle classi intermedie è condannata al riformismo, quella delle élites mondialiste all’integrazione sopranazionale, l’orientamento delle élites antisistema al populismo e l’inerzia degli esclusi ai solidarismi altermondialisti in rivolta, invaghiti di tentazioni sinistro-djihadiste. Ai giorni nostri la vita urbana e delle periferie smembrano i gruppi sociali tradizionali, individualizzano le classi medie impiegatizie, eliminano la partecipazione sociale e annichiliscono le capacità di direzione delle élites mondialiste, sconnesse da ogni legame sociale, rendono vana e illusoria ogni solidarietà universale. L’umanitarismo filosofico incorona questa alienazione generale delle società e dei gruppi, con la decostruzione critica del razionalismo illuminista e con l’abbandono di ogni politica liberale, che rinvia alla filosofia universalista dei diritti umani. Su questo insieme disperso regna il concetto di competizione, di spoliticizzazione e di Stato assistenziale in difficoltà. L’idea di uguaglianza e di democrazia, come convergenza etica, inspirata da una finalità comune o da una volontà generale alle appropriazioni contese, definisce un ideale sorpassato, che appartiene ormai alla letteratura sociale del XIX e del XX secolo. L’autoesclusione delle comunità immigrate dall’insieme del “popolo”, come corpo politico della nazione e la resilienza di queste comunità come influenze straniere di lingua, di spirito, di costumi e di religione, trasforma queste comunità in riserva di ribelli, in una vera “quinta colonna” del nemico, pronta all’esplosione e alla violenza.

Il richiamo agli interessi del popolo e la vulnerabilità sociale

La vulnerabilità sociale ed etica più importante dei sistemi democratici odierni è l’immigrazione, che ha per origine la finzione dell’uguaglianza, per modo d’esistenza l’apartheid e per correlato solidarista l’assistenza. Essa ha anche per fondamento una utopia teocratica, che predica la fusione dell’unità tra potere e religione, sotto l’autorità di quest’ultima. E’ l’auto-istituzione immaginaria delle periferie nel mito del “Califfato”. Se la nozione di “popolo” designa correntemente una delle tre componenti dello Stato (popolo, governo, territorio), ogni comunità che condivide il sentimento di una durevole appartenenza, deve disporre di un passato comune, d’un territorio comune, d’una religione comune e di un comune sentimento d’identità, per potersi definire, ai fini dell’avvenire, come “comunità di destino”. Questo gruppo sociale può considerarsi come “nazione” o come entità sovrana, se rivendica il diritto politico specifico di erigersi in Stato o in Repubblica.  Niente di tutto ciò, per le masse immigrate, non integrate, straniere alla città politica e a ogni forma di governo o di regime politico, salvo a quello, ugualitario per principio, che promette loro vantaggi e risorse e che si identifica , salvo eccezioni, alla sinistra. Queste masse incolte, reagenti e violente, rivendicano una solidarietà senza reciprocità, apatiche al lavoro, invischiate nel loro ambiente di residenza nei traffici illeciti, combattendo per altri Dei, sono a carico della comunità dei cittadini in maggioranza ostili alla loro presenza.

Se la politica privilegiata del “popolo” (“demos”) è la democrazia, il richiamo demagogico ai “veri” interessi del “popolo” si chiama populismo, un’apparente forma di salvezza, contro i mali della società e una specie di salvaguardia contro le élites corrotte.

 

 

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