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In attesa di Giustizia: quando la giustizia diventa vendetta sociale

Non è una novità che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo rilevi delle criticità nel nostro ordinamento: recentemente, dopo che l’istituto era stato scrutinato negativamente anche dalla Corte Costituzionale (e ne abbiamo trattato su un numero di qualche settimana addietro), l’attenzione si è posata ancora sull’articolo 41bis dell’Ordinamento Penitenziario, quello che prevede un regime detentivo particolarmente duro per i carcerati ritenuti a più elevata pericolosità: generalmente e per espressa previsione normativa, gli appartenenti ad associazione mafiosa.

Ovviamente, anche Bernardo Provenzano vi era sottoposto e tale era rimasto anche quando le sue condizioni di salute erano diventate tali da renderlo obiettivamente inoffensivo e proprio al suo caso si  è interessata la CEDU registrando una violazione dei diritti fondamentali: ma, tant’è, nonostante che le Procure interessate alla esecuzione della pena del boss (Palermo, Firenze e Caltanissetta) avessero formulato parere favorevole alla revoca del 41bis, il Ministero e la Procura Nazionale Antimafia si sono opposti sostenendo che il detenuto poteva ancora impartire ordini e comunicare con l’esterno.

Bernardo Provenzano è morto il 13 luglio 2016 sottoposto a carcere duro sebbene le sue condizioni fossero tali da renderlo sostanzialmente una larva: allettato da circa due anni, quarantacinque chili di peso, nutrito attraverso un sondino il cui scollegamento avrebbe provocato la morte nel giro di un paio di giorni; privo di orientamento, affetto da encefalopatia degenerativa, rimane un mistero come avrebbe mai potuto esprimere pericolosità non diversamente contenibile se non attraverso un trattamento disumano.

Si dirà, è stato anche detto da autorevoli esponenti politici: inumani sono stati i comportamenti di Provenzano in vita, responsabile di omicidi e non solo, per un criminale così non può esserci nessuna pietà.

Credo che di uno Stato che non amministra Giustizia bensì realizza forme di vendetta sociale non abbiamo bisogno: il rigore cui era sottoposto Bernardo Provenzano prevedeva – come per tutti quelli nelle sue condizioni – una limitazione dell’ora d’aria che da allettato in stato vegetativo non poteva fare, così come non avrebbe potuto comunque leggere la corrispondenza se prima non sottoposta a censura, né poteva prepararsi pasti caldi (il divieto recentemente ritenuto irragionevole dal Giudice delle Leggi) e tantomeno comunicare durante le limitate visite dei famigliari. Tutto ciò solo per fare alcuni esempi tra i vincoli di cui era destinatario e senza dimenticare che il suo ricovero era stato disposto presso il braccio penitenziario dedicato dell’Ospedale San Paolo di Milano: dunque in regime neppure di piantonamento presso struttura sanitaria ma di permanente detenzione che assicurava il massimo della sicurezza possibile.

Bernardo Provenzano in vita resta quello che le sentenze di condanna hanno descritto e ha scontato la sua pena fino in fondo: tuttavia l’ultimo periodo di espiazione rassomiglia tanto a quel truce spettacolo fondato sul principio “occhio per occhio dente per dente” messo in scena nelle camere della morte dei penitenziari statunitensi dove il difensore, il Procuratore Distrettuale e i famigliari delle vittime possono assistere alla esecuzione del condannato.

Lo Stato di Diritto è, dovrebbe essere, un’altra cosa: doverosamente rigoroso nei confronti di chi ne ha violato le leggi ma mai vindice. La lenta agonia in carcere di Bernardo Provenzano si sarebbe compiuta comunque e ben poteva far parte della sua pena ma l’accanimento inutile che l’ha accompagnata ha il sapore acre della tortura piuttosto che della Giustizia.                 

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