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Mandato popolare e prospettive del Parlamento europeo, confronto tra eurodeputati all’Istituto europeo di Fiesole

A quarant’anni dall’introduzione del voto popolare per eleggerne i componenti, il Parlamento europeo rivendica ancora, è la priorità indicata dal suo presidente Antonio Tajani al convegno con accademici ed eurodeputati ospitato all’Istituto europeo di Fiesole per celebrare l’anniversario, un potere di iniziativa legislativa diretta di cui è privo, diversamente da tutti i Parlamenti nazionali eletti dai cittadini.

Cristiana Muscardini, medaglia d’oro al merito europeo ed europarlamentare italiana per 5 legislature, ha sottolineato come a distanza di 40 anni dalle elezioni dirette sia ancora troppo «il divario tra il potere decisionale del Parlamento e quello del Consiglio europeo», sottolineando che «la crisi che la società nel suo complesso e l’Europa stanno attraversando dovrebbe portare nell’immediato alla convocazione di una nuova convenzione europea per dare finalmente avvio all’Europa politica, all’armonizzazione del sistema tributario e doganale, all’esercito comune ed alla polizia comune non solo per contrastare terrorismo e criminalità organizzata».

Partendo dalla contrapposizione tra «quelli che sostengono la riappropriazione delle prerogative nazionali e quelli che sostengono il confronto per superare gli egoismi nazionali», l’ex presidente del Parlamento europeo Enrique Baron Crespo osserva che «sì, è vero, l’Europa è in difficoltà, ma la maggioranza dell’Europa e non solo del Parlamento europeo è a favore di una maggior integrazione, mi auguro che la quadriga Germania-Francia, Italia e Spagna nell’Eurogruppo non cavalchi in direzione opposta». Ridimensiona le profezie di un’ondata euroscettica alle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 anche Monica Frassoni, copresidente del gruppo dei Verdi nell’assemblea continentale: «Fasciarsi la testa è prematuro e se passiamo in rassegna i Paesi dell’Unione vediamo che la situazione non è così tragica, molto dipenderà dal Ppe e dal fatto che rimanga la forza più importante del Parlamento europeo: se si aggrega con le forze euroscettiche, che sicuramente sono in crescita, i rischi si accentuano e proprio per questo la prossima campagna elettorale deve servire a rivendicare quanto si può fare ancora».

Che gli eurodeputati, dopo il braccio di ferro con la Commissione europea per quanto riguarda il bilancio dell’Unione, siano appagati e possano rilassarsi sugli allori, come osservato da Alfredo De Feo (professore a Parma e funzionario a Strasburgo) è una preoccupazione che ha echeggiato ampiamente nella 2 giorni di dibattito. «Dal 1979 ad oggi il Parlamento europeo ha acquisito maggiori poteri, ma spesso non fa valere le sue prerogative» osserva l’eurodeputata Monica Baldi, «mi auguro quindi che le prossime elezioni vedano elette persone che conoscono regole e istituzioni europee, perché modifiche si possono apportare alle une e alle altre ma per farlo occorre prima conoscere ciò che si tiene. E a questo proposito è fondamentale la connessione tra i candidati e i territori, che in Italia però si perde in parte a causa dell’eccessiva ampiezza delle circoscrizioni elettorali».

Ministro in Francia ed eurodeputato transalpino, Alain Lamassoure indica nello spinoso tema del bilancio comunitario una delle priorità che la prossima assemblea continentale dovrà affrontare (la creazione di una dotazione con cui la Ue possa intervenire a favore dei Paesi maggiormente in difficoltà, così da mantenere un equilibrio complessivo tra le varie aree dell’Unione è già oggetto di discussione, tutt’altro che agevole, tra i governi dei Paesi della Ue), l’irlandese Patrick Cox (presidente della Fondazione Jean Monnet, alla quale potrebbe aderire anche Angela Merkel una volta cessati gli impegni governativi a Berlino), già presidente del Paralamento europeo, ribadisce in parallelo, sul piano più prettamente istituzionale, la necessità che la Ue si dia un assetto federale, lo spagnolo Inigo Mendez de Vigo, ex ministro dell’Istruzione, Cultura e Sport del governo spagnolo, inquadra l’evoluzione che l’Europa si deve dare, nel senso di una closer union, nella cornice delle regole che ha già saputo darsi finora, con i trattati ratificati dai singoli Paesi aderenti.

Condivisa da tutti l’idea che il Parlamento europeo sia il perno della democrazia della Ue, il sistema dello Spitzenkandidate, la designazione del presidente della Commissione europea da parte dei partiti che corrono alle elezioni continentali (da ratificare poi da parte degli Stati della Ue) appare un meccanismo perfettibile ai fautori più tenaci della partecipazione popolare e il miglior risultato possibile allo stato dell’arte a chi inclina per una visione realistica e attenta anzitutto ai rapporti di forza.

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