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Commercio di dati, bugia di Zuckerberg al Congresso sulla tentazione di Facebook

Che esista un mercato dei dati personali lo sa ormai anche la proverbiale casalinga di Voghera: basta sottoscrivere una carta fedeltà del supermercato senza guardare bene dal non dare il consenso a certe clausole scritte più in piccolo per ricevere proposte da operatori mai sentiti prima. Che un gigantesco accumulatore di dati come Facebook possa dunque aver pensato di trarre profitto da quanto i suoi iscritti gli rendono noto non stupisce affatto, stupefacente sarebbe semmai il contrario (piaccia o meno, il mondo si regge su mercato e capitalismo). Dagli Usa giunge però notizia che Mark Zuckerberg abbia mentito. Interpellato dal Congresso americano dopo lo scandalo di Cambridge Analytica (la società di consulenza inglese che avrebbe profilato 50 milioni di americani in base a quanto rivelavano di sé su Facebook), il fondatore del maggior social network occidentale aveva dichiarato che l’idea di trarre profitto dai dati di chi si registra non era mai stata presa in considerazione, ma il Wall Street Journal ha ora reso nota una e-mail riservata scritta da un anonimo dipendente dell’azienda tra il 2012 e il 2014 (e confiscata ora dalle autorità britanniche), secondo la quale in quel periodo Facebook avrebbe seriamente preso in considerazione di vendere i dati dei suoi utenti. Quotato in Borsa da poco e non in felicissime acque, a quell’epoca Facebook aveva pensato di far pagare «una quota annuale di almeno 250.000 dollari per mantenere l’accesso ai dati» a tutte le app che attingessero a Facebook (ormai di fatto una vera e propria carta di identità telematica) per avere conferma dell’identità dei loro utenti. L’utilizzo di Facebook come carta di identità elettronica di fatto è invero ormai talmente abituale che fin qui anche i meno ‘smanettoni’ probabilmente non si stupirebbero, ma a quanto pare oltre a questo Facebook meditava davvero di vendere i dati dei suoi iscritti a inserzionisti commerciali (e questo fa la differenza, un app che chiede a un suo utente di confermare la propria identità tramite il social network avverte l’utente stesso che sta per frugare tra i suoi dati e gli chiede il permesso, un inserzionista che chiede a Facebook di vendergli i dati dei profili registrati bypassa invece interamente la persona di cui vengono acquisiti i dati). Un portavoce di Facebook ha confermato il fatto che per un paio d’anni l’ipotesi è rimasta nell’aria: «Stavamo cercando di capire come sviluppare un modello aziendale sostenibile», mentre di certo c’è che Zuckerberg ha mentito al Congresso, ben consapevole che i dati sono materia (potenzialmente) commerciale. Interpellato in proposito, il fondatore del social network aveva detto ai parlamentari americani: «Non posso essere più chiaro su questo punto: noi non vendiamo dati».

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