Attualità

L’interpretazione statistica

La caduta del livello culturale rispetto alle politiche economiche ed in relazione agli articolati effetti per l’economia reale, che vede contrapposti maggioranza ed opposizione, può venire simbolicamente rappresentata dalle “dotte analisi e deduzioni” scaturite dal grafico riportato.

Emerge, infatti, come dal settembre 2017 al 2018 si siano persi 184.000 contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato risultano cresciuti esattamente del doppio: 368.000.

Nel banale ed avvilente confronto politico questo dato viene presentato come una crescita della occupazione di 184.000 unità, indicatore delle politiche vincenti della coalizione di governo, ora all’opposizione (Governi Renzi e Gentiloni), soprattutto in rapporto agli ultimi dati drammatici  relativi alla crescita economica ed all’aumento della disoccupazione invece imputabili alla compagine governativa in carica.

Uno dei principi fondativi di qualsiasi rilevazione statistica sul quale il mio professore di statistica all’Università non transigeva veniva indicato su come le rilevazioni dovessero risultare per sistemi ed elementi omologhi con l’obiettivo di ottenere dalle rilevazioni statistiche una foto reale e successivamente diventare un punto di partenza per una analisi più approfondita.

Nello specifico, tornando al grafico, a fronte di un saldo positivo dei contratti (+184.000) abbiamo la perdita di 184.000 contratti a tempo indeterminato e molto spesso di altrettanti posti di lavoro.

In altre parole, basterebbe riservare un approccio anche solo leggermente più professionale ed economicamente appropriato per comprendere come un semplice saldo positivo possa nascondere una realtà ben diversa proprio perché vengono confrontati numeri che sono espressione di entità economiche diverse e nello specifico addirittura con ricadute economiche opposte.

La veridicità di tale analisi emerge dall’andamento dei consumi come del Pil dell’anno in corso che dalle rosee previsioni del Governo Gentiloni (+1,4% ma a novembre 2017 si fantasticava di un +1,6%, sempre con l’appoggio e sostengo del Centro studi di Confindustria) si sia mestamente, trimestre dopo trimestre, ripiegati verso un modesto 1,1/0,9% (confermato anche dall’Ocse), anche per la frenata della domanda estera di prodotti intermedi delle nostro Pmi e del crollo del nostro export, segnale preoccupante della incertezza dei maggiori mercati internazionali.

Recentemente poi una ulteriore conferma della vera realtà economica che i saldi del grafico non  esprimono (o meglio le interpretazioni di “parte” non valutano) viene invece offerta dai dati relativi ai consumi. Dopo dei trimestri sostanzialmente piatti sul fronte della crescita, e con tassi di incrementi sempre ampiamente inferiori al tasso di inflazione, gli ultimi dati indicano chiaramente un crollo dei consumi del -2,5% con un allarmante flessione dei consumi alimentari (la prima dal 2012) dello -0,6%.

Recentemente, infatti, il direttore di una della più importanti catene di distribuzione italiane alla domanda a cosa mai attribuisse il calo della spesa media rispose con il candore della conoscenza diretta dell’economia reale, indicando nell’esplosione dei contratti a tempo determinato la responsabilità di  tale preoccupante calo. A conferma di tale analisi va infatti ricordato come un consumatore non determini il proprio volume di acquisti in relazione alla disponibilità attuale ma soprattutto alle aspettative di guadagno future. In questo senso l’impatto economico di nuovi  contratti a tempo indeterminato risulta sicuramente superiore in quanto offre uno scenario futuro positivo e gestibile ed anche per l’accesso al credito al consumo che diventa uno strumento per acquisti importanti ma consapevoli proprio in relazione alla positiva aspettativa di retribuzione che tale contratto offre.

Tornando, poi, al quadro generale se all’impatto per i consumi di questi saldi si aggiunge come da oltre due trimestri la crescita del Pil italiano risulti ampiamente al di sotto del tasso di inflazione (stagflazione ampiamente sottostimata se non addirittura omessa da ogni organo di informazione), il quadro economico rimane sconfortante anche se con “saldi occupazionali” fortemente positivi, i quali invece animano i deprimenti confronti politici. Il declino culturale di un paese può assumere le più diverse espressioni e forme.

Questa incapacità dei due schieramenti politici, sia governativo come della attuale opposizione, di interpretare ed analizzare le ricadute economiche delle rilevazioni statistiche dimostra e conferma un deficit culturale imbarazzante di entrambe le compagini politiche e dei rispettivi “economisti” a gettone.

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