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Passi indietro nelle istituzioni internazionali…e non solo

Molti dati ci confermano che stiamo vivendo, a livello nazionale, europeo e mondiale, una fase di rallentamento. L’economia si sta raffreddando, la produzione sta diminuendo, il prodotto interno lordo non cresce come le previsioni avevano fatto sperare, il tasso di disoccupazione non diminuisce, se non in alcuni Paesi soltanto, come gli Stati Uniti, ad es. In Italia si respira un’aria di disaffezione; si crede sempre meno alla politica e nello stesso tempo crescono i consensi – o perlomeno non diminuiscono – alle forze cosiddette “sovraniste”. Anche in Europa i nazionalismi populisti hanno ripreso vigore e mettono in dubbio la validità delle scelte comunitarie. Non siamo ancora al “ciascun per sé”, ma temiamo che questo falso valore possa distruggere quanto di buono e di utile ci è stato offerto dall’ “insieme è meglio”. In questo clima di sfiducia generalizzata – nonostante le prediche catastrofiche contro la globalizzazione –  assistiamo impotenti proprio all’esito negativo di riunioni di istituzioni internazionali che non riescono a cavare un ragno dal buco. Una conferma esemplare ce la offre il recente vertice del G20 che ha avuto luogo a Buenos Aires. L’incontro è terminato con una dichiarazione unitaria, ma il contenuto della stessa – come afferma l’economista Paolo Raimondi in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 14 dicembre scorso – “sembra non solo annacquato, ma anche di secondaria importanza.” Probabilmente si è cercato in tutti i modi di evitare ciò che era successo due settimane prima al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) in Nuova Guinea, dove, nonostante la presenza degli Usa, della Russia e della Cina, non si è giunti a nessuna conclusione e non vi è stato nemmeno un comunicato congiunto. Anche il G7 riunitosi nel giugno scorso nel Quebéc è stato un fallimento. Poche ore dopo la sua conclusione, infatti, Trump respinse i contenuti della dichiarazione finale, rendendo sostanzialmente inutile il documento. E non ci si può dimenticare anche dell’improvvisa decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima. Ma è il vertice di Buenos Aires che ha segnato un pericoloso passo indietro e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali, che erano stati superati proprio perché il G20 è la sede per eccellenza per discutere proposte a livello multilaterale, nel doveroso tentativo di trovare soluzioni condivise ai problemi mondiali e alla sfide politico-economiche più difficili e urgenti. Sono i vertici multilaterali e non bilaterali che dovrebbero concludere negoziati validi per tutti. Lo stesso bilateralismo Usa-Cina, che ha permesso di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi i dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi, ha portato ad una decisione modesta, tanto che molti esperti, tra cui la banca Goldman Sachs, danno poche probabilità al futuro successo di un accordo tra le due superpotenze. In questo disincantato disaccordo generale intanto, l’andamento dell’economia mondiale sta rallentando. L’OCSE ritiene che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la sua conseguente risposta, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del Pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%. Questo ritorno al bilateralismo segna inoltre la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump. Non solo questo metodo di negoziato è negativo per chi lo pratica; esso incide negativamente anche sugli equilibri mondiali. Lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali, oltretutto in una situazione mondiale di sgravi squilibri, non può che suscitare grandi preoccupazioni. Smantellare le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare su temi molto delicati è un’operazione da condannare. Dove incontrarsi per evitare conflitti maggiori? All’Onu, sempre meno credibile? Forse all’OMC, l’organizzazione mondiale del commercio, che abbisogna di riforme, è vero, ma che rappresenta una garanzia di sviluppo se si tiene conto della funzione positiva svolta fino ad ora. In tutto questo bailamme l’Europa ha fatto sentire una flebile voce: vuole una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”, flebile perché non dice come ottenere questa cooperazione e quale riforma delle regole. In questo quadro preoccupante di non collaborazione, vige una sola certezza: i tanti progetti riguardanti la realizzazione delle infrastrutture, la modernizzazione tecnologica, le nuove energie, la digitalizzazione del sistema economico, il maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili – tutti progetti annunciati nella dichiarazione di Buenos Aires – ne risentirebbero in modo tragico. Se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare nessuno potrebbe fermare questa involuzione. Perché non darsi una mossa, allora?

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