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In nome dei diritti

Non appena qualcuno si rende conto che obbedire a leggi ingiuste
è contrario alla dignità dell’uomo, nessuna tirannia può dominarlo.
Mahatma Gandhi

Nella seconda metà del XVIII secolo si accentuarono gli attriti e gli scontri armati tra le popolazioni delle colonie britanniche della costa atlantica del nord America e l’esercito del re Giorgio III di Gran Bretagna. Scontri che si trasformarono in una vera e propria guerra, dall’aprile 1775 fino a settembre 1783. Guerra che si concluse con la proclamazione dell’indipendenza delle tredici colonie, che formarono gli Stati Uniti d’America. In quel periodo critico per le popolazioni delle colonie, alcuni lungimiranti uomini erano convinti che la proclamazione dell’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna era l’unica soluzione. Ormai essi sono considerati come i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America.
Riuniti in un congresso a Filadelfia, i rappresentanti delle tredici colonie proclamarono, il 2 luglio 1776, l’indipendenza delle colonie dall’Impero britannico. Per l’occasione è stato reso pubblico anche un documento, quello della Dichiarazione dell’Indipendenza. Documento che viene considerato tuttora come uno dei più importanti testi della storia mondiale degli ultimi secoli. Alcuni concetti base di quel documento continuano a rappresentare dei saldi pilastri del pensiero democratico e giuridico. In seguito quei concetti sono stati adottati e hanno trovato espressione in diverse Costituzioni e nelle giurisprudenze di altrettanti Paesi evoluti in tutto il mondo. Partendo proprio dalla Costituzione statunitense, resa pubblica il 15 settembre 1787 ed entrata in vigore due anni dopo.
Nel secondo paragrafo della Dichiarazione di Indipendenza, i Padri Fondatori affermavano: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.
Un altro documento, altrettanto importante, è anche La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 26 agosto 1789. Nel primo articolo di questa Dichiarazione si stabilisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti…”. Per arrivare poi, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata a Parigi il 10 dicembre 1948, con la Risoluzione 217 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche in questo documento, nel primo articolo si sancisce che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti…”. Per poi stabilire, nel secondo articolo che: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione”.
Sono dei sacrosanti diritti, per i quali l’umanità, da secoli, ha combattuto e continua a combattere. Sono dei diritti inalienabili, nati insieme con l’uomo e che con l’uomo devono rimanere sempre. Diritti che rappresentano chiari e invalicabili punti di riferimento e che si intrecciano e trovano espressione anche nei valori fondamentali dell’umanità.
In nome di quei diritti domenica 10 febbraio, è stato onorato il quindicesimo anniversario del giorno del ricordo delle Foibe. Una ricorrenza per non dimenticare, tra l’altro, tanta atrocità, tanto odio, ma anche una diabolica strategia di sterminio e di pulizia etnica messa in atto da parte dei titini. Oscenità e crudeltà attuate soprattutto tra il 1943 e il 1945, ma anche alcuni anni in seguito, che hanno causato migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati, uccisi, incatenati e buttati, qualche volta anche vivi, nelle foibe. Ma purtroppo, il calvario dei profughi e dei sopravvissuti degli eccidi delle foibe, non di rado è continuato anche nel territorio della madrepatria. Tutto quanto rappresenta, tra l’altro, anche delle palesi e urlanti violazioni degli inalienabili diritti della vita, della libertà, della proprietà e della cittadinanza.
In nome di quei sacrosanti diritti e di quei valori sono stati sempre degli individui, dei gruppi etnici e/o sociali, nonché delle intere popolazioni, che hanno contribuito a rovesciare sistemi e regimi, mettendosi dalla parte del giusto e del bene. In nome dei diritti continuano a protestare in Venezuela. Chiedono il riconoscimento dei loro diritti anche i gilet gialli in Francia. In nome dei loro diritti, da giorni ormai, stanno protestando anche i pastori e gli allevatori in Sardegna.
Papa Francesco, nel suo messaggio per la 52a giornata della Pace, parlava anche dei vizi della politica. Si riferiva a quei vizi che “indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale”. E soprattutto chiedeva il rispetto dei diritti dell’uomo da parte di tutti, sempre e ovunque.
In nome dei diritti sono tante e continue le ragioni per cui i cittadini dovrebbero e devono protestare anche in Albania. In alcuni casi lo stanno facendo. Da più di un anno ormai, si sta protestando quotidianamente per la difesa del Teatro Nazionale. Teatro che il primo ministro vuol distruggere, per poi costruire dei grattacieli in pieno centro di Tirana (Patto Sociale n.316). Stanno protestando quotidianamente, da più di tre mesi, anche gli abitanti di un quartiere della capitale che rischiano di avere le loro case distrutte. Anche in questo caso per dare vita ad un famigerato progetto, palese espressione dell’abuso del potere e della corruzione governativa. E tutto ormai è stato verificato, fatti e dati alla mano. Dall’inizio dello scorso dicembre stanno protestando anche gli studenti delle università. Anche loro protestano convinti, in nome dei loro diritti, violati continuamente e senza scrupoli da chi governa. Non sono mancati neanche altri casi di proteste in altre città e per altre specifiche ragioni. Ma sempre per difendere i diritti calpestati dei cittadini. Quei diritti che le leggi in vigore dovrebbero tutelare. E che, invece e purtroppo, si sta dimostrando che le leggi non sono uguali per tutti.
In Albania la situazione sta peggiorando precipitosamente ogni giorno che passa. E ogni giorno che passa si sta verificando la restaurazione di un nuovo regime, voluto e ideato direttamente dal primo ministro e attuato dai suoi luogotenenti. In queste condizioni l’opposizione ha chiamato i cittadini a scendere in piazza sabato prossimo, 16 febbraio.
Chi scrive queste righe valuta che questa opposizione, negli ultimi anni, non ha convinto per niente. Anzi! I dirigenti dell’opposizione hanno infranto e smentito, a più riprese, la fiducia dei cittadini. Che sia questa la volta buona, dopo tante delusioni! Nel frattempo chi scrive queste righe è convinto che sono tantissime e sacrosante le ragioni non solo per protestare in Albania, ma per ribellarsi. Dando ragione a Balzac, per il quale la rivolta è il risultato della riflessione delle masse. Soltanto così, considerando la vissuta realtà, si può arrivare a rovesciare il regime del primo ministro. In nome dei diritti!

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