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La May sconfitta un’altra volta ai comuni

Ma non molla e prende ancora tempo, che si riduce sempre di più

Il voto ha avuto luogo giovedì sera ed ha respinto la mozione (303 sì e 258 no) da lei presentata per chiedere al Parlamento di confermare la fiducia al suo accordo sulla Brexit, con alcune modifiche che l’Unione europea aveva sempre rifiutato. Si trattava di confermare un emendamento presentato dal deputato Graham Brady, capogruppo del partito conservatore, riguardante il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese. Il voto non ha alcuna conseguenza pratica, ma indebolisce certamente la posizione della May in vista di nuovi eventuali negoziati con Bruxelles. Intanto il 29 marzo 2019, la data dell’uscita, si avvicina e il rischio della mancanza di un accordo si fa sempre più plausibile. Ma nessuno sembra preoccuparsene più di tanto, anche se larghi settori del mondo produttivo temono le conseguenze che ne potrebbero derivare. I sostenitori di un secondo referendum, addirittura, continuano a pensare che la migliore strategia sia l’attesa. Di che cosa, non si sa bene. Qualcuno pensa che col passar del tempo il Parlamento possa cambiare opinione ed accettare una posizione meno rigida sull’accordo. A mano a mano che ci si avvicina alla data fatidica “i deputati dovranno scegliere tra un secondo referendum e il “no deal”. E sceglieranno la prima opzione” – dice Eloise Todd, direttrice di un Movimento che si batte per un voto popolare sulla Brexit. Col passar del tempo – dicono gli strateghi del People’s Vote – tutte le alternative al secondo referendum, incluso l’accordo raggiunto dalla May con l’UE – verranno bocciate. La May non avrà mai i numeri necessari in Parlamento per approvare la sua intesa con Bruxelles e i suoi tentativi di ricevere dall’UE nuove concessioni, non andranno mai in porto. “A quel punto – dicono sempre quelli del People’s Vote – gli europeisti dei Tory capiranno che la May non potrà ottenere più nulla e allora si schiereranno a favore di un secondo referendum”. Anche la May vuole allungare i tempi, nella speranza che le possibilità di vittoria possano aumentare. Nel frattempo si prepara ad un nuovo incontro con il Parlamento, previsto per il 26 febbraio prossimo. E in vista di nuovi eventi i deputati favorevoli a rimanere in Europa potrebbero mobilitarsi per evitare un’uscita “no deal”. Ma puntando su che cosa?

All’orizzonte – è Il Guardian che ne parla – s’affaccia il tentativo di Jeremy Corbyn, capo dell’opposizione, di illustrare ai negoziatori europei la sua strategia. Per avvicinarsi all’accordo già stabilito con la May? Non pare proprio. La May non vorrebbe rimanere nell’Unione doganale, mentre Corbyn potrebbe accettare questa ipotesi. Una larga intesa con la May dunque sarebbe da escludere, ma per raggiungere che cosa, allora? Gli osservatori si sbizzarriscono nell’intravvedere varie ipotesi di soluzione, ma un dato è certo: il Parlamento non è in grado di proporre scelte credibili e nello stesso tempo rifiuta quelle fatte dal governo. Cosa tentare ancora? Chi si rimangerà le scelte fatte fino ad ora? Scelte che non hanno fatto fare nessun passo avanti verso una Brexit negoziata? Prendere tempo, come auspicano coloro che sono contrari al “no deal”, e che rimarrebbero volentieri nell’UE, dove potrà portare nei prossimi 40 giorni? Mai il Regno Unito aveva offerto  un’immagine di sé così sbrindellata. Mai la sua democrazia parlamentare era stata così divisa, anche all’interno dei partiti che la strutturano. E la May non molla. Per andare dove? Fra qualche settimana avremo le risposte; rimaniamo in attesa anche noi!

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