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In attesa di Giustizia: dagli all’untore!

I pazienti lettori di questa rubrica me ne daranno atto: “In attesa di Giustizia” è uno spazio di approfondimento nel quale nomi di indagati, tranne che si tratti di vicende già ampiamente note, non se ne fanno, si evita di dare giudizi anticipati, tutt’al più si commentano fatti già accertati definitivamente sollecitando una riflessione ma senza nemmeno provare ad imporre una linea di pensiero.

Nella quotidianità della cronaca giudiziaria le cose vanno diversamente: la esigenza primaria sembra essere solleticare sempre più quelle pruderie giustizialiste che esprimono sgradevolmente la deriva forcaiola di un Paese in cui c’è da consolarsi che non si debba essere giudicati da una giuria di (presunti) pari: trovarne dodici tutti insieme non sarebbe per nulla facile.

Non è nuova neppure l’ostilità manifesta verso la funzione difensiva: brutta gente gli avvocati, almeno finché il destino non ne rende necessaria l’assistenza, e omologarli ai loro clienti è la regola.  Sia ben chiaro, devono considerarsi tutti presunti colpevoli in spregio ad un parametro costituzionale condiviso da tutti gli ordinamenti democratici e il difensore viene proposto come complice.

La storia si è ripetuta di recente, vittima una Collega che svolge anche funzioni apicali nella sua Camera Penale. Basta leggere, in proposito, uno dei tanti titoli che hanno offerto risalto al suo coinvolgimento in una indagine di grande criminalità e che è paradigmatico: “indagata la presidente dei penalisti, ha aiutato il boss suo assistito”.

Come regola, fino a sentenza definitiva dovrebbe usarsi il condizionale, ma sembra che ci sia chi è in grado di raggiungere granitiche certezze già in fase investigativa da trasferire come Vangelo all’opinione pubblica insieme a un messaggio, subliminale ma non troppo, volto a infangare ancor di più la categoria: “se questo è il presidente, immaginatevi chi possono essere gli altri…”.

Non avendo disponibilità  degli atti, proprio grazie alla stampa, è possibile – però –  apprendere che l’ipotesi accusatoria ha trovato subito una prima smentita: il Giudice delle Indagini Preliminari, infatti, ha rigettato la richiesta del Pubblico Ministero di interdire questa Collega dall’esercizio della professione ritenendola ingiustificata perché il quadro indiziario non è connotato dalla gravità. Ma questa è una notizia che scompare tra le righe degli articoli, sovrastata da titoli di stampo inquisitorio su quattro colonne.

Simili attacchi si ripetono sempre più di frequente e quello di cui parliamo è solo il più recente ma purtroppo non sarà certo l’ultimo segnalando una verticale caduta di valori fondanti di un corretto esercizio del diritto di cronaca, frutti avvelenati della dilagante cultura della intolleranza e del sospetto, espressione volgare della ricerca spasmodica della notizia ad effetto e un bel “dagli all’untore!” funziona sempre.

Forse, in ultimo, non è neppure corretto parlare di informazione, cronaca e professionisti del giornalismo: in certi casi si è al cospetto di avvoltoi che si avventano sulla preda e sul fatto che richiama di più l’attenzione, che fa vendere di più o aumenta gli ascolti.

Restate con noi: qui ci sarà sempre rispetto per la funzione difensiva, che rimane limpido presidio rispetto alla pretesa punitiva dello Stato non meno che per la legge e le istituzioni,  e, almeno fino a prova contraria, manterremo inalterato il nostro stile, quello che impedisce di pronunciare verdetti anticipati di condanna, quello che consente di considerare come bassa macelleria la violenza verbale di certe modalità di informazione.

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