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In attesa di Giustizia: giustizia fai da te

Questa settimana inizierà, alla Camera dei Deputati, l’esame del disegno di legge sulla modifica della legittima difesa, provvedimento sostenuto non solo dalla maggioranza di governo ma anche da una parte della opposizione.

Il timore è che la disciplina, fraintesa anche grazie allo slogan “la difesa è sempre legittima” che la accompagna, si riveli un pericoloso viatico verso una spirale di violenza. E se gli slogan, non diversamente dalle leggi, rischiano di avere una interpretazione autentica la visita in carcere a Piacenza e la solidarietà  del Ministro degli Interni ad Angelo Peveri va proprio in questa direzione.

Per una migliore comprensione è necessario sintetizzare la vicenda processuale di questo imprenditore rimasto vittima di decine di furti nella sua azienda e che – esasperato – all’ennesima intrusione ha reagito sparando e mettendo in fuga tre ladri, ferendone uno ad un braccio; fin qui nulla di anomalo, senonché, poco più tardi, uno di costoro ritorna per recuperare l’autovettura utilizzata per raggiungere il luogo del tentato furto ma viene individuato, bloccato da un dipendente di Peveri che lo immobilizza. A questo punto, forse anche prima, sarebbe stato il caso di chiamare la Polizia per i rilievi del caso: invece si opta per l’occhio per occhio, dente per dente e il ladro viene prima malmenato e poi attinto da un colpo di fucile al petto che si sosterrà essere partito accidentalmente. In seguito, senza che la difesa dell’imprenditore abbia mai nemmeno tentato di sostenere la legittima difesa, Angelo Peveri è stato condannato per tentato omicidio a quattro anni e mezzo di carcere che ora ha iniziato a scontare.

Probabilmente nessuno, di fronte ad una simile ricostruzione dei fatti – non contestata dall’imputato se non con riferimento alla  fortuità della fucilata – azzarderebbe l’ipotesi di una reazione giustificabile, anche tenendo conto dell’esasperazione dopo una lunga teoria di ruberie subite, ed anche la pena inflitta risulta equilibrata.

Il segnale che arriva dalla visita di Salvini al condannato, invece, rischia di alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che la legittima difesa domiciliare in fase di approvazione consista in una sorta di “giustizia fai da te” sempre consentita e con qualsiasi estensione nei confronti di chi si introduca in luoghi di dimora o esercizio di attività produttive.

Vero è che nel privato domicilio l’ultimo baluardo è offerto proprio dalla vittima dell’intrusione ma da qui a dire che qualsiasi risposta possa giustificarsi come proporzionata all’offesa, al pericolo e conforme ad un senso comune di giustizia il passo è lungo.

Ne abbiamo già parlato ma sembra opportuno ribadire che il rischio sia, da un lato, l’innalzamento del gradiente di aggressività dei delinquenti – che tali sono e tali restano, con freni inibitori già allentati – a fronte del concreto pericolo di incorrere in risposte armate in una probabile spirale di violenza da scongiurare, dall’altro, una corrispondente reattività che metta innanzitutto a repentaglio la incolumità di chi possa essere confuso con un aggressore (immaginiamo, per esempio, un senza tetto che cerchi riparo).

A tacere di tutto ciò, i numeri, la statistica, parlano di un intervento che, se da un lato può essere dannoso, dall’altro si propone come inutile anche al fine di evitare il patimento del processo a chi abbia difeso se stesso, i propri cari o beni, per verificarne la legittimità: a livello nazionale nel 2013 ci sono stati cinque procedimenti a giudizio, nel 2014 nessuno, nel 2015 tre, nel 2016 due mentre con percentuale vicina al 100% del totale dei casi si perviene alla archiviazione. In altre ipotesi, molte delle quali riguardano aggressioni di fatto bagatellari o nelle quali non vi è stato né pregiudizio né reale pericolo per la incolumità vi è solo da rallegrarsi che nessuno – vittima o aggressore – si sia fatto male, senza la pretesa che il cittadino faccia supplenza delle Forze dell’Ordine là dove è irragionevole pensare che, con il massimo sforzo possibile, possano estendere l’opera di prevenzione perché questa non è né incremento di sicurezza né, tantomeno, di giustizia.

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