Europa

Secondo no del parlamento inglese all’accordo sulla Brexit (391 contro e 242 a favore)

Ieri (12 marzo n.d.r.) si è registrata alla Camera dei Comuni un’altra secca sconfitta della May sull’accordo raggiunto qualche giorno fa con l’UE e modificato sulla questione del confine con l’Irlanda del Nord. Come era prevedibile, i deputati non sono stati convinti dalla nuova versione sull’appartenenza provvisoria dell’Irlanda del Nord all’Unione doganale con l’Europa. Anche il consigliere legale del governo, Geoffrey Cox, ieri mattina, prima del voto, aveva dichiarato che il rischio di restare intrappolati nel “backstop” nordirlandese è in parte ridotto, ma non eliminato del tutto. Il che equivaleva ad affermare che il via vai della May tra Londra e Bruxelles delle ultime settimane per ottenere nuovi vantaggi nel negoziato non era valso a nulla, in quanto l’Europa ci vuole fregare – hanno aggiunto i favorevoli alla Brexit. Secondo loro non era indicata una data per la fine della provvisorietà affermata nel testo. Motivo evidentemente pretestuoso, perché essi stessi non hanno un’alternativa da suggerire. Ma così stanno le cose. Il no del parlamento riporta i giochi alla casella di partenza. Che fare ora? Oggi (13 marzo n.d.r.) vi sarà un nuovo voto. Il parlamento dirà o meno, se è favorevole ad un’uscita senza accordi sul dopo, sul no deal come afferma il linguaggio mediatico. Si presume che il voto sarà contrario a questa ipotesi, poiché si teme che senza regole stabilite l’uscita potrebbe provocare conseguenze deleterie per l’economia del Regno Unito, che si rifletterebbero negativamente anche sull’Europa. Nel frattempo il RU, nell’ipotesi di un’uscita senza accordo, ha tagliato i dazi sulle importazioni. Il regime temporaneo per evitare un balzo nei prezzi per i consumatori, potrebbe durare fino a 12 mesi in attesa di definire un sistema permanente attraverso negoziati. Se il voto sarà negativo, i Comuni affronteranno un altro voto giovedì, probabilmente per decidere se vale la pena di spostare la data dell’uscita dall’UE, che come è noto, è stata fissata per il 29 marzo. Anche questa ipotesi, tuttavia, presenta non pochi inconvenienti. Procrastinare la data per fare che? Per quanto tempo? In vista di quale obiettivo nuovo da raggiungere? L’incognita della durata della proroga comprende la possibilità per il Regno Unito di partecipare alle elezioni del 26 maggio del Parlamento europeo, ha senso eleggere deputati per uscire eventualmente qualche mese dopo? Ma per evitare le elezioni bisognerebbe chiudere la proroga entro la metà di maggio. Per fare che cosa, nel frattempo? Rinegoziare gli accordi respinti ieri? Per sostituirli con che cosa? L’UE probabilmente vorrà conoscere che cosa esattamente vuole il RU prima di aprire nuovi negoziati. Anche ammesso che il governo della May si pronunci su questi nuovi obiettivi, manca il tempo necessario per accordarsi entro la metà di maggio. E quindi le elezioni potrebbero essere obbligate. Non è da scartare, però, un’altra ipotesi, cioè un secondo referendum, che è stato richiesto dai laburisti, dopo ambigui tentennamenti del loro leader, Geremy Corbyn, ed accettato anche da gruppi conservatori. In questo caso si riaprirebbero i giochi e non è escluso che si verifichi quello che la May ha continuato a dichiarare in queste ultime concitate settimane: “Se non approvate l’accordo che ho stabilito con l’UE, c’è il rischio che non si arrivi mai alla Brexit.” Forse potrebbe avere ragione, ancora una volta.

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