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Finalmente un sì, ma non per la Brexit

Per il rinvio della sua entrata in vigore

Dopo tre votazioni consecutive, che hanno respinto le mozioni del Primo Ministro Theresa May, il parlamento inglese il 14 marzo scorso ha finalmente espresso una maggioranza per un sì. Non era però un sì a favore della Brexit, ma per chiedere una proroga della data d’uscita dall’Unione europea, prevista per il 29 marzo. Il sì è stato espresso senza incertezze. La proroga tuttavia, non è decisa dal parlamento, ma dall’UE, di comune accordo. E se l’UE non la concedesse, che succederebbe? Si arriverebbe al 29 marzo ed il Regno Unito, così disunito come non lo è mai stato, in questi ultimi due anni che fanno seguito al risultato del referendum favorevole alla Brexit, sarebbe costretto ad abbandonare l’Europa con il “no deal”, cioè senza nessun accordo sul dopo. Il parlamento il 13 marzo ha votato contro il “no deal”, ma se la proroga non venisse concessa quel voto non sarebbe servito a nulla. Pur di fronte a queste palesi eventualità, la Camera dei Comuni non ha mai voluto accettare l’accordo che la May aveva stabilito con l’UE, accordo che era stato approvato dal governo, ma respinto per ben due volte da una grande maggioranza di parlamentari. L’incertezza regna sovrana, abbiamo scritto nell’articolo precedente, e nonostante questo ritardato sì, l’incertezza la fa ancora da padrona, almeno fino al 21 marzo, data in cui l’Unione europea dovrebbe esprimersi sulla proroga. L’incertezza non scompare con l’eventuale accettazione della proroga da parte dell’UE. La proroga, infatti, che durata deve avere? Non dovrebbe superare il mese di giugno, altrimenti il RU sarebbe costretto a partecipare alle elezioni del parlamento europeo della fine maggio. Andare oltre quella data, partecipare alle elezioni per poi uscire sarebbe una presa in giro non solo per gli elettori britannici, ma anche per tutti quelli europei. Molti si chiedono a che cosa dovrebbe servire la proroga: a rinegoziare alcuni punti del precedenti accordo, come quello relativo al confine con l’Irlanda del Nord, ad esempio? Ma l’UE sarebbe disposta a modificare la sua posizione sostenuta fino ad ora con l’accordo del governo inglese? A decidere un secondo referendum, per verificare se di fronte alle difficoltà incontrate fino ad ora gli elettori britannici si esprimessero contro la Brexit, come i sondaggi lascerebbero intendere? I Laburisti, pare, sarebbero favorevoli. Tra i ribelli della sua maggioranza e la May non è ancora stato trovato un accordo. I colloqui con i parlamentari nordirlandesi del Dup non sono mai stati interrotti ed è evidente che un terzo voto sull’accordo potrebbe aver luogo soltanto di fronte ad una realistica prospettiva di successo. Bruxelles lascia trapelare che i 27 Stati dell’Unione sarebbero pronti ad attendere anche la settimana prossima e valutare una richiesta di rinvio fino ad un’ora prima della scadenza d’uscita del 29 marzo. L’Europa non è mai stata dura e rigida nel negoziato con il RU. Certo, con l’uscita non potrebbe accettare la partecipazione del RU all’Unione doganale e al Mercato unico, senza nessun’altra contropartita. Sarebbe troppo comodo partecipare ai vantaggi, senza impegni d’altro tipo, come la condivisione della sovranità e della solidarietà. E’ interessante l’opinione espressa in un’intervista a Gaia Cesare, de Il Giornale, dallo scrittore inglese Anthony Cartwright: “L’addio è sintomo, non causa dei problemi”. Alla domanda su quale è la sua sensazione di fronte al caos britannico, lo scrittore ha così risposto: “E’ chiaro che il governo ha perso il controllo della Brexit. C’è una febbre politica grave, un clima di profonda divisione, che non riguarda però solamente i pro Brexit e gli europeisti Remainers. Vi sono altre divisioni, quelle radicate, sociali ed economiche del nostro Paese. La Brexit è un sintomo, non la causa dei nostri problemi. E da quando si è svolto il referendum  non siamo ancora stati capaci di affrontarli. Il nodo della questione è il collasso dell’industria, che ha provocato una rabbia confluita a sorpresa nel referendum del 23 giugno 2016. Il problema è la disuguaglianza con cui è distribuita la ricchezza, non solo tra gli individui, ma anche tra le regioni, un’ingiustizia economica sistemica”. Se la vera causa delle divisioni, che tra l’altro non hanno permesso sino ad ora di trovare un  punto d’incontro per la Brexit, è evidente allora che non saranno gli incontri di questi ultimi giorni a risolvere il problema Brexit, come non sarà l’uscita dall’Unione europea, con o senza accordo, a ritrovare una giustizia sistemica. Il problema dell’incertezza e del caos britannico sulla Brexit ha radici ben diverse dalla questione della più o meno sovranità. La Brexit, tuttavia, è in dirittura d’arrivo. Come ci si arriverà e con quali altri pretesti, lo sapremo nei prossimi dieci giorni.

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