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La via della seta e l’imbarazzante strategia governativa

La proposta del governo di Pechino di aderire a questa opera infrastrutturale, ma soprattutto la valutazione del suo impatto economico, dimostra il livello di preparazione culturale ed economica tanto del governo italiano in carica quanto dell’Unione europea. Entrambi i soggetti politici infatti dimostrano un “infantilismo economico” assolutamente imbarazzante. Il Presidente del Consiglio assieme agli esponenti dei 5 Stelle si dimostrano convinti che questa infrastruttura permetterà alle nostre merci di avere un accesso diretto al mercato cinese e, di conseguenza, si trasformerebbe in un veicolo di sviluppo delle esportazioni italiane. Sembra incredibile come questi non risultino in grado di comprendere come il nostro asset industriale ed imprenditoriale sia la declinazione di mercato concorrenziale ed al tempo stesso di strutture politiche democratiche.

Attraverso l’adesione a questo progetto, viceversa, tutti gli asset economici ed industriali italiani si troveranno  in competizione con altrettante aziende, direttamente o meno, supportate da politiche anche di fiscalità di vantaggio di un regime autoritario nel quale la programmazione viene effettuata solo ed esclusivamente dal comitato politico.

In altre parole, grazie alla scelta di questo governo, si aprirà la porta principale all’invasione dei prodotti cinesi (molti dei quali già delocalizzati in aree a minore costo della manodopera), espressioni di quadri normativi inesistenti rispetto a quelli italiani. Uno scenario assolutamente disastroso, in particolar modo nel settore dei  beni intermedi, che metteranno in serie difficoltà le nostre PMI appartenenti alle filiere nazionali e soprattutto internazionali. A tal proposito si ricorda come infatti alle PMI vada riconosciuto il merito di aver mantenuto in equilibrio export-oriented la nostra economia come unica espressione di crescita economica. Questa  incapacità di analisi politica, tuttavia, che va interamente attribuita al Presidente del Consiglio e al partito di maggioranza relativa trova una sponda anche all’interno dell’Unione Europea.

Innanzitutto la Germania rimane su una posizione molto negativa rispetto alla via della seta (pur essendo l’interscambio con la Cina di oltre 200 miliardi). Addirittura, poi, il governo tedesco assieme all’associazione della Confindustria tedesca stanno creando un fondo che potrà venire utilizzato per opporsi alle scalate ostili da parte di capitali cinesi nei confronti di aziende tedesche ritenute strategiche.

In Italia,  invece, l’intera classe politica ed anche Confindustriale plaudono alla vendita di un’azienda ad un colosso all’estero, intesa come dimostrazione della appetibilità del nostro settore manifatturiero.

Va altresì ricordato ovviamente come in Germania l’associazione degli industriali si associ ed elabori un’azione di difesa delle aziende considerate strategiche .

La nostra associazione di categoria confindustriale invece si diletta in modo altrettanto infantile nelle previsioni di crescita o di reddito di cittadinanza dimostrando anch’essa un declino culturale imbarazzante.

Inoltre, ad aprire il mercato attraverso le opere infrastrutturali alla potenza cinese, va ricordato come la stessa Unione Europea operi contro le forme di aggregazione di colossi europei che possano competere nel mercato mondiale.

La decisione della commissione antitrust contraria alla fusione tra Alstom e Siemens dimostra essenzialmente la visione domestica e non mondiale delle dinamiche economiche del mercato alla  quale invece si risponde proprio con la creazione di colossi europei (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/11/lunione-europea-espressione-del-ritardo-culturale/). E’ imbarazzante in questo senso la assoluta incapacità della burocrazia europea di comprendere come i termini e le dinamiche siano mondiali e all’interno di queste i colossi europei possono competere solo ed esclusivamente attraverso le associazioni o la fusione di imprese.

In altre parole la via della seta dimostra ancora una volta il declino culturale della classe politica italiana ora al governo quanto dell’Unione Europea incapace di comprendere come le regole del mercato devono necessariamente partire da una analisi e da una successiva elaborazione di un quadro normativo comune. Questo sarebbe infatti  la base per rendere la concorrenza espressione dell’aumento della produttività e della ricerca tecnologica invece di un approccio speculativo ad un minore costo della manodopera. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il declino della nostra società sia legato ad una incapacità culturale della classe politica e dirigente tanto italiana e quanto europea.

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