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In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

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