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Dal sovranismo all’isolazionismo economico e politico

Al fine di valutare la validità di un accordo bilaterale tra due nazioni, che peraltro non presentano alcuna “vicinanza” nella forma di  di governo e tanto meno risultano espressione dei medesimi principi democratici,  esistono diversi parametri che permettono di valutarne  gli effetti immediati ma anche quelli  più complessivi, soprattutto nel medio e lungo termine.

La banale e semplicistica euforia dimostrata dal Presidente del Consiglio e dal vicepremier Di Maio in relazione ai possibili dati economici  di tale accordo è assolutamente infantile ma soprattutto ridicola. Dei ventinove (29) accordi sottoscritti tra i rappresentanti istituzionali diciannove (19, quindi oltre il 65% complessivo) riguardano la pubblica amministrazione. Quindi solo dieci (10) si presentano come intese reali, cioè basi di processi di sviluppo tra aziende cinesi ed  italiane: il tutto per un valore di circa 2,5 miliardi di euro.

Pur riconoscendo i dati governativi, assolutamente ottimistici, tuttavia va ricordato come all’interno di un accordo internazionale di questo genere subentrino altri parametri legati ad un contesto politico economico internazionale con l’obiettivo di valutare complessivamente il nuovo scenario economico politico.

Al di là dei diversi schieramenti che compongono la maggioranza governativa del  governo in carica risulta evidente come le inutili quanto insistenti pressioni dei governi tedeschi e francesi, i quali chiedevano una posizione più complessiva europea (una delle poche volte per altro), si tradurranno sicuramente in un costo politico ma soprattutto economico aggiuntivo rispetto al quale i 2,5 miliardi sbandierati dal governo risultano risibili.

La sordità del Presidente del Consiglio alla richiesta di una posizione mediana e quindi maggiormente allineata con quelle dell’Unione Europea rasenta un comportamento narcisistico e in pieno delirio di onnipotenza. Un comportamento, ma soprattutto un atteggiamento, inappropriato all’interno di uno scenario politico istituzionale che offrirà nuove sostanziose argomentazioni per mantenere il rapporto privilegiato tra Germania e Francia e relegando inevitabilmente il nostro Paese in una posizione sempre più marginale all’interno delle politiche di sviluppo economiche dell’Unione europea.

Questo è un errore epocale per una nazione che è la seconda economia manifatturiera ma contemporaneamente continua ad accumulare nuovo debito pubblico. L’accordo tra il nostro Paese la Repubblica cinese rappresenta l’ultima tappa di uno scellerato percorso privo di ogni considerazione per le ricadute politico economiche e con una  visione prospettiva che non va oltre la settimana successiva.

In altre parole, dopo le farneticanti posizioni “sovraniste legate ad un ridicolo ritorno alla lira” il nostro Paese passa ad una posizione di assoluto “isolazionismo politico ed economico” all’interno della stessa Unione Europea. Un isolazionismo già dimostrato con la ridicola posizione relativa al corridoio Tav i cui effetti si andranno a sommare alla posizione odierna del governo dopo l’accordo con la Cina. Un isolazionismo già evidente e comunque ancora oggi sottostimato dalla compagine governativa ma i cui effetti risultano già in parte evidenti. Basti ricordare come in tutte le trattative a livello europeo per il rinnovo delle cariche istituzionali e finanziarie non sia presente un candidato italiano espressione dello spessore politico del governo in carica.

I costi economici complessivi, sinonimo dell’effetto combinato economico – politico e della posizione isolazionista italiana, rappresentano in modo evidente la assoluta inadeguatezza della attuale classe politica e dirigente e condannano il nostro Paese alla più assoluta marginalità già nel contesto europeo.

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