Europa

La Brexit è ancora in alto mare

Nessuna proposta alternativa credibile all’accordo con l’UE

Nonostante la sfilata di più di un milione di persone tra le strade Londra per dire no alla Brexit, nonostante la raccolta di più di 5 milioni di firme per revocare l’art. 50 del Trattato UE che regola la data d’uscita, nonostante la richiesta di un secondo referendum, nulla per ora è cambiato nel bailamme politico che da tre anni attenta alla reputazione del Parlamento e della classe politica del Regno Unito. E’ dal 23 marzo 2016, cioè 1.007 giorni fa, che il Regno Unito si è espresso per referendum per uscire dall’Unione Europea. Ma un conto è decidere l’uscita e un conto è scegliere il modo per realizzarla. L’uscita è stata decisa, ma il modo lo stanno cercando ancora, perché quello intrapreso dalla Premier Theresa May e confermato dal suo governo, vale a dire un’intesa negoziata con l’UE che regola anche i rapporti tra le due parti, una volta effettuata l’uscita, è già stato respinto due volte dal Parlamento. L’accordo, siglato il 25 novembre scorso dal Governo di Londra e dai 27 Paesi dell’UE, è un documento diviso in due parti. La prima è formata da 585 pagine legalmente vincolanti, che stabiliscono i termini del divorzio dall’UE. La seconda parte, di 26 pagine, non legalmente vincolante, riguarda le relazioni future tra Regno Unito e UE in ambiti rilevanti, quali commercio, sicurezza, difesa. E’ previsto anche un periodo di transizione di due anni, dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 ed è applicabile soltanto se entra in vigore questo accordo. Nell’avvicinarsi della data d’uscita stabilita nel 29 marzo prossimo, in applicazione del citato art. 50, il Parlamento ha votato una mozione per affermare che non vuole un’uscita senza accordo, un’uscita “no deal”, dopo aver votato due volte contro l’accordo negoziato dal governo. E in vicinanza del 29 marzo, per non uscire senza accordo, la May ha chiesto all’UE una deroga alla data d’uscita, ottenendo in cambio quella del 22 maggio, a condizione che entro il 12 aprile il RU indichi con chiarezza le sue scelte, le scelte del parlamento, non del governo che poi è messo in minoranza. Se così non fosse, per allungare la deroga, il RU dovrà partecipare alle elezioni europee di fine maggio, creando altri problemi sulla legalità dell’evento. Tutto si muove nei corridoi del Parlamento e nelle aule dei gruppi parlamentari, ma tutto rimane fermo. La sola novità è rappresentata dal voto di un emendamento, osteggiato dal Governo, avvenuto nella serata di lunedì 25 marzo. Con 329 voti a favore e 302 contrari si è deciso di passare al Parlamento il compito di votare prioritariamente le sue proposte “indicative” di piani alterativi alla linea May, ribaltando in questo modo l’equilibrio delle istituzioni democratiche, come la May aveva scongiurato di non fare prima del voto. Da sempre, infatti, è il Governo che decide cosa deve trattare il Parlamento, ma trenta deputati conservatori si sono ribellati e tre sottosegretari hanno dato le dimissioni per poter votare a favore dell’emendamento secondo coscienza. La May dopo il voto ha dichiarato che non intende rispettare la volontà del Parlamento anche se ci fosse una maggioranza a favore di un’opzione alternativa al suo accordo. Ha detto esplicitamente che si opporrà a qualsiasi tentativo di restare nell’Unione doganale o di indire un secondo referendum. Il voto del Parlamento di lunedì sera è indicativo e non vincolante, quindi la May può rifiutarlo, ma non può dimenticare il rischio di esacerbare le divisioni e di aggravare la crisi politica in atto. “Continuo a credere – ha insistito la May – che la strada da me tracciata è l’unica percorribile e che il percorso giusto sia lasciare la UE il prima possibile con un accordo entro il 22 maggio”. C’è da chiedersi tuttavia se, per come stanno le cose in Parlamento, c’è ancora abbastanza sostegno per ripresentare l’accordo per un terzo voto significativo. Ciascuno, per ora, rimane fermo sulle posizioni di partenza. L’impegno del governo rimane quello della difesa dell’accordo convenuto, già respinto. La May attenderà le proposte “indicative” del Parlamento, ma aggiunge che se i deputati non fossero in grado di approvare qualche strategia positiva differente dalla sua intesa, entro il 12 aprile, Bruxelles non accorderebbe una deroga più lunga, con la conseguenza di andare incontro al traumatico sbocco del “no deal”, come epilogo automatico, che la Commissione europea considera a questo punto sempre più verosimile. L’UE e gli Stati membri, infatti, hanno completato i preparativi per far fronte e ridimensionare gli effetti del contraccolpo. Tra i Conservatori nel frattempo si discute di possibili vie d’uscita con le dimissioni della May, o meglio, di un suo possibile impegno a farsi da parte fra qualche mese con una exit strategy dignitosa  e responsabile. Ma la premier si rifiuta di parlarne e risponde agli avversari dicendo che “c’è un lavoro da fare e intendo continuare a svolgerlo”. Situazione di stallo, abbiamo detto. Per quanto ancora? Riuscirà il Parlamento a fornire soluzioni “indicative” che possano sbloccare la situazione? Se fino ad ora non è riuscito a trovare una maggioranza risolutiva, ci riuscirà ora senza che nessun progetto sia stato discusso o presentato? Qualunque opinione di abbia sulla Brexit, una cosa appare certa nel caso britannico: il referendum del marzo 2016 ha avuto un indubbio potenziale disgregativo rispetto al parlamentarismo, che fino ad ora è stato incapace di trovare il modo di realizzarlo, dando un’immagine negativa della funzione legislativa e una cattiva reputazione della storica istituzione.

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