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In attesa di Giustizia: castrazione costituzionale

Sarà che si avvicina la tornata elettorale europea, sarà forse che questo Paese vive in perenne campagna elettorale per consultazioni politiche ed amministrative calendarizzate senza soluzione di continuità ma la ricerca del consenso, attraverso il tradizionale stimolo dell’elettore a sostenere chi sembri garantirgli più sicurezza, sembra avere importanti accelerazioni.

Si è dato il via con l’introduzione di limitazioni di accesso al giudizio abbreviato (che, a fronte della rinuncia ad importanti garanzie processuali, garantisce riduzioni di pena a chi sia condannato) sul falso presupposto che determinava sentenze troppo miti per reati gravi ed in particolare impediva l’irrogazione dell’ergastolo per gli omicidi.

In verità, il giudizio abbreviato, così com’era strutturato, consentiva di infliggere il carcere a vita (salvo elidere la pena accessoria dell’isolamento diurno che può andare da un minimo di sei mesi fino a tre anni) così come pene inferiori in base alla valutazione che il Giudice poteva fare delle circostanze aggravanti e attenuanti, nel caso vi fossero. Non diversamente da quanto poteva e può ancora accadere in un giudizio ordinario e si consideri che nella ipotesi “base” il nostro codice prevede per l’omicidio la pena non inferiore a ventuno anni e non l’ergastolo. E nel rispetto del parametro costituzionale della finalità rieducativa della pena, l’ordinamento prevede, tranne in limitati casi, che un “fine pena mai” diventi un fine pena molto lungo ma con un termine.

Il cittadino, adeguatamente disinformato dalla propaganda, ovviamente plaude e si sente in un mondo migliore.

E mentre la Corte delle Leggi viene investita – a tre mesi dalla promulgazione – da più di un’eccezione sulla costituzionalità di un punto centrale proprio sulla esecuzione della pena del c.d. “decreto spazzacorrotti”, un’altra iniziativa quantomeno discutibile impegna la discussione parlamentare: la castrazione chimica.

Qualcosa di simile, o forse peggio, nel nostro sistema penale c’è già ed è contenuto nella normativa della monta equina che prevede l’obbligo di ottenere l’approvazione degli istituti  di incremento ippico ed un certificato del veterinario provinciale in difetto della quale il proprietario dell’ “equide” – così lo definisce la legge – rischia un’ammenda ma il Giudice deve anche disporre la castrazione dell’ignaro puledro. La regola vale anche per i tori…

Se la disciplina fosse più nota il WWF e la protezione animali scatenerebbero l’inferno; invece se si parla, anche in termini di sottoposizione volontaria, di castrazione chimica di un uomo la condivisione è ampia…anche se la i sospetti di incostituzionalità sarebbero più di uno.

A prescindere dalla ventilata volontarietà della sottoposizione ad un trattamento farmacologico, un rattoppo da verificare se non faccia discendere comunque un’ incongruenza con l’art. 32 della Costituzione, il profilo più certo è la disparità di trattamento (art. 3): sempre a prescindere, questa volta dalla efficacia e mancanza di controindicazioni dei farmaci impiegabili, volti a mitigare gli impulsi del testosterone, gli effetti collaterali (anche irreversibili) e l’inefficacia terapeutica dal punto di vista psicologico, il tutto sarebbe riferibile solo agli uomini. E per le donne? Il caso recente, verificatosi a Prato, di un’insegnante ebefrenica (per usare un elegante grecismo) che è stata indagata per violenza sessuale su un minore è indicativo che questo tipo di reati e la pedofilia non sono riferibili solo ai maschi.

L’emendamento sulla castrazione chimica sembra sia stato ritirato, tra le polemiche, dal disegno di legge sul c.d. revenge porn ma con la promessa di essere riproposto in seguito in forma più organica.

Per ora si può stare tranquilli rispetto ad un ulteriore assalto alla Costituzione che rischia lei di essere castrata. I cavalli e i tori, invece,  per salvare i “gioielli di famiglia”, potranno continuare a fare affidamento, se non altro, su un sistema in cui l’attesa di Giustizia è molto lungo.

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